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Anassimandro e Anassimene: concetti filosofici

Anassimandro visse a Mileto e fu discepolo di Talete. Trovò che ciò che aveva detto Talete non era propriamente corretto perché l’acqua è ancora troppo materiale. Secondo Anassimandro, alla base di tutto doveva esserci qualcosa di infinito e indefinibile, di non così materiale e concreto come era l’acqua. Proprio perché doveva stare alla base di tutto, l’archè non doveva essere troppo elaborato. Anassimandro riconosceva nel principio di tutto ciò che lui chiamò àpeiron, che significa “indefinito”, “senza limite”. L’àpeiron è una sostanza primordiale da cui deriva tutto attraverso lo scontro tra opposti (chiaro-scuro, freddo-caldo,…). È un filosofo abbastanza originale perché nel mondo classico si contano su una mano i filosofi che parlano di infinito siccome per i Greci l’infinito è qualcosa di imperfetto, inadeguato, ineccepibile e privo di senso. Anassimandro diede ragione al maestro Talete sul fatto che nelle successive trasformazioni dell’àpeiron l’acqua assume un ruolo fondamentale per lo sviluppo della vita sulla Terra. Disse che la vita si era formata nelle acque e poi gli esseri acquatici avevano popolato la Terra.

Anassimene, discepolo di Anassimandro, visse anch’egli a Mileto. Sviluppò una visione dell’archè mista tra Anassimandro e Talete. Agli occhi di Anassimene, l’àpeiron era un concetto troppo generico, ma condivideva l’idea di Anassimandro secondo cui l’acqua era troppo materiale e illimitata. Per trovare una via di mezzo accettabile tra acqua e àpeiron, definisce archè l’aria, che da un lato sembra avere quelle caratteristiche di sconfinatezza e illimitatezza tipiche dell’àpeiron, e al tempo stesso ha la possibilità di essere percepita. L’aria si trasforma, diventa acqua, che poi diventa ghiaccio, dando vita a tutti gli elementi presenti sul pianeta e così Anassimene riciclò i vari processi generici di trasformazione messi in luce da Talete (condensazione, fusione,…).

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