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Politiche assistenziali e previdenziali

Lo Stato ha una rilevante presenza in importanti settori quali l’assistenza e la previdenza.

ASSISTENZA: prestazione di servizi ed erogazione di somme di denaro che non comporta alcun onere per gli assistiti (assistenza agli anziani, assistenza sanitaria…).
Viene finanziata con la redistribuzione del reddito, pertanto grava sulla generalità dei contribuenti.

PREVIDENZA: assicurazione obbligatoria contro rischi futuri e prevedibili dei lavoratori (infortuni, invalidità, vecchiaia, morte…).
Essa ha carattere assicurativo e richiede il pagamento obbligatorio di un premio (contributo) da parte dei datori di lavoro e dei lavoratori.
Viene finanziata attraverso il pagamento di premi, chiamati contributi, che datori di lavoro e lavoratori pagano allo Stato o ad enti pubblici.

Per evitare che il pagamento dei contributi abbiano effetti negativi sul sistema economico, lo Stato si fa carico di una parte dei contributi previdenziali (fiscalizzazione degli oneri sociali).

Lo Stato tende ad assicurare a tutti i cittadini condizioni di vita dignitose e a proteggerli da eventuali rischi che possono sopraggiungere.

A partire dal secondo dopoguerra, per indicare un sistema di questo tipo è stato utilizzato il termine di Stato sociale (ideato da Baverage).
Le motivazioni dello Stato sociale non sono di tipo assistenziale: l’obiettivo di migliorare le condizioni dei più poveri e il riconoscimento di diritti fondamentali come la salute devono essere assunti come finalità da tutti i cittadini in quanto funzionali allo sviluppo equilibrato della nazione e quindi contenuti nelle Costituzioni.

Esistono tre modelli di organizzazione dello Stato sociale:

• SCANDINAVO: lo Stato svolge direttamente ed esclusivamente le funzioni di programmazione, gestione e controllo;

• ANGLOSASSONE: assegna allo Stato le funzioni di programmazione e controllo, mentre òla gestione viene delegata ai privati;

• MISTO: esistono combinazioni tra pubblico e privato, con intervennti del “terzo settore” (onlus), facendo anche convenzioni con enti privati (case di cura, di riposo…), oltre che agli enti pubblici.

Per indicare una degenerazione dello Stato sociale si è iniziato a parlare di Stato assistenziale.
STATO ASSISTENZIALE: degenerazione dello Stato sociale, intendendo uno Stato in cui l’intervento pubblico è tanto capillare da limitare sostanzialmente gli spazi di libera iniziativa concessa all’individuo.

Due sono le posizioni assunte dagli studiosi in merito allo Stato assistenziale:
• La prima è quella neoliberista che, partendo dalle dimensioni assunte dal disavanzo pubblico, afferma la necessità di eliminare le forme di intervento dello Stato sociale;
• La seconda posizione, pur riconoscendo il ruolo fondamentale dello Stato sociale, è consapevole della scarsa efficienza dell’azione statale.

Entrambe le posizioni affermano la necessità di ridimensionare la spesa sociale e rendere maggiormente razionali i servizi di sicurezza sociale.

Vengono infatti incentivate sempre più spesso organizzazioni private senza scopo di lucro che esercitano attività di assistenza, per poter quindi ridurre la spesa sociale.

La gestione dei contributi versati per far fronte alle spese previdenziali può avvenire attraverso due metodi:
• della CAPITALIZZAZIONE: vengono accantonati in un fondo i premi versati e investiti sul mercato dei capitali.
Al momento della pensione, il lavoratore avrà diritto ad un’erogazione pari ai contributi versati, aumentati del rendimento ottenuto dal loro impiego (funziona se la moneta è stabile).
• della RIPARTIZIONE: le prestazioni previdenziali di un anno sono finanziate con i premi incassati in quello stesso anno.

Possono essere adottati due sistemi:
• Retributivo: la pensione è commisurata alla media delle retribuzioni percepite in un periodo di tempo;

• Contributivo: la pensione è commisurata allo ammontare dei contributi versati.

Le pensioni possono essere di diversi tipi:

• Pensione di VECCHIAIA: spetta ai lavoratori in possesso dei requisiti anagrafici e contributivi previsti dalla legge;

• Pensione di ANZIANITÀ: si ottiene al raggiungimento di un certo numero di età contributiva (indipendentemente dall’età anagrafica);
• Pensione di INVALIDITÀ: spetta ai lavoratori con ridotte capacità lavorative per infermità o difetto fisico mentale;

• Pensione ai SUPERSTITI: spetta in caso di decesso del lavoratore al coniuge o ai figli.

Per far fronte alle situazioni di deficit dell’INPS, il Governo ha iniziato una radicale riforma della previdenza pubblica.
Il processo di riforma è stato proseguito nel 1995 con la riforma Dini. La legge stabilisce che la misura delle pensioni sia calcolata non più in base al sistema retributivo, ma in relazione ai contributi accantonati nell’intera vita lavorativa, annualmente indicizzati (sistema a ripartizione di tipo contributivo).
L’insieme di tali contributi, moltiplicato per un coefficiente di trasformazione (che varia a seconda dell’età del lavoratore), consente di ottenere l’importo della pensione.

Nel 2004 è stato proseguito il processo con la riforma Maroni prevedendo due fasi:
• Erano previsti degli incentivi per i dipendenti del settore privato che decidevano di restare al lavoro pur avendo maturato i requisiti per la pensione di anzianità;
• Dal 2008 sarebbe inizia una riforma strutturale: cambiava l’età pensionabile da un anno all’altro (sostituita dalla Riforma Damiano).

Nel 2006, la riforma Damiano ha invece previsto che gradualmente vengono innalzati i requisiti contributivi e anagrafici per la pensione. Si passerà dal 1° luglio 2009 ad un sistema misto di età e quote (sommando età anagrafica + contributi versati).

Accanto al sistema pensionistico pubblico esistono delle forme pensionistiche complementari private.
Il TFR è una retribuzione differita nel tempo corrisposta dal datore di lavoro al lavoratore, alla fine del rapporto di lavoro.
Si tratta di quote accantonate e rivalutate annualmente.
Al momento della liquidazione, il datore di lavoro restituisce al lavoratore il capitale e gli interessi maturati.
Con la riforma Maroni è stato inoltre previsto che nel caso di mancata esplicita richiesta di voler mantenere il TFR in azienda, il silenzio sarà considerato assenso al trasferimento dello stesso nel fondo pensione.

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