Marcoze di Marcoze
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Finalità e funzioni della politica economica

È opinione comune che il mercato non sempre funziona. Se non si verificano le condizioni della con¬correnza perfetta (tutti i beni e servizi sono scambiabili nel mercato; i prezzi si determinano attraverso il gioco della domanda e dell’offerta; tutti i produttori e consumatori hanno una sufficiente cono¬scenza delle condizioni del mercato e tengono comportamenti razionali) è facile che il mercato riveli le sue imperfezioni che, verificatesi, giustificano l’intervento dello Stato per porvi rimedio.
In altre parole si può affermare che lo Stato interviene nel mercato per risolverne le imperfezioni.
Le finalità fondamentali della politica economica sono quelle di realizzare e garantire:
- Efficienza (efficace allocazione delle risorse) in caso di fallimenti del mercato per inapplicabilità del libero scambio;
- Equità (redistribuzione o distribuzione) quando la ricchezza viene distribuita in modo iniquo tra persone o territorio o settori produttivi;

- Stabilità (stabilizzazione, equilibrio del sistema economico) con riferimento al pieno impiego delle risorse (equilibrio di piena occupazione) e dal livello generale dei prezzi (inflazione) attenuando gli squilibri congiunturali;
- Sviluppo economico in caso di crescita rallentata favorendo la crescita del reddito nazionale (Y) in modo dinamico e seguendo la crescita demografica e le innovazioni tecnologiche.
Le quattro finalità elencate costituiscono le finalità fondamentali della politica economica e l’individuazione degli obiettivi per realizzarle competono all’autorità di governo e dipendono dall’indirizzo politico generale dello Stato.
Si tratta di obbiettivi difficilmente compatibili fra loro e quindi lo Stato deve anzitutto stabilire quali sono quelli prioritari e con quali strumenti realizzarli scegliendo fra le diverse politiche economiche da adottare (politica monetaria, politica fiscale, regolazione, imprese pubbliche, demanio e patrimonio).

Allocazione delle risorse

L’allocazione delle risorse riguarda l’impiego delle risorse nel settore pubblico per produrre coi beni che nel mercato non possono essere prodotti o non sono prodotti in modo ottimale.
I casi più importanti riguardano i beni pubblici puri, i quali non hanno un mercato perché soddisfano i bisogni tipicamente collettivi.
I beni che generano esternalità, cioè effetti positivi o negativi al di fuori della cerchia degli utenti.
I beni di merito che soddisfano bisogni essenziali e dovrebbero essere accessibili a tutti.

Le situazioni di monopolio, che creano situazioni sfavorevoli per i consumatori.
L’insufficienza delle informazioni, che sarebbero necessarie per valutare la convenienza di uno scam¬bio.
Di seguito vediamo nel dettaglio le caratteristiche dei casi sopra elencati.

Beni pubblici puri

I beni pubblici puri sono indivisibili, non rivali e non escludibili. Ciò vuol dire che non danno luogo a prestazioni individuali ma soddisfano in modo unitario esigenze collettive. Ciascun cittadino, in quanto membro della collettività, si avvantaggia dell’intero risultato utile che ne deriva. Poiché la loro utilità è collettiva, non è possibile produrli per un solo individuo escludendone gli altri.
Ne sono esempio le funzioni pubbliche essenziali come: la difesa nazionale o l’ordine pubblico e le grandi infrastrutture che arrecano vantaggio all’intero territorio.
Date le loro caratteristiche questi beni non possono essere prodotti nel mercato, perché mancano i presupposti dello scambio, la domanda individuale, l’offerta di prestazioni singole, la possibilità di escludere chi non è disposto a pagarne il prezzo e sono offerti esclusivamente dal settore pubblico.

Esternalità

Le esternalità, positive o negative, sono effetti del processo produttivo che si creano quando dalla produzione o dal consumo di un bene da parte di un soggetto, derivano vantaggi o danni per terze persone o per l’intera collettività:
- Nel primo caso l’esternalità è positiva: la diffusione della cultura, la conservazione di beni artistici o storici, ecc.;
- Nel secondo caso l’esternalità è negativa: l’inquinamento, la deturpazione del paesaggio, ecc.

Per ristabilire l’equilibrio fra benefici e costi individuali e benefici e costi sociali, lo Stato può interve-nire con strumenti fiscali: imposte sulle attività dannose e sussidi per quelle vantaggiose o con un’ap¬propriata regolazione.

Beni di merito

I beni di merito sono beni che soddisfano bisogni essenziali per l’individuo e interessi generali della collettività: servizi sanitari, istruzione, case di abitazione, ecc.
Dovrebbero essere accessibili a tutti, ma il prezzo che si forma nel mercato potrebbe essere troppo alto per vaste categorie di persone.
Lo Stato ne favorisce la diffusione producendoli ed erogandoli direttamente, oppure prevedendo in¬centivi fiscali per i privati che li producono.

Regime di monopolio

Quando la produzione dei beni avviene in regime di monopolio, il prezzo che si forma sul mercato è più alto di quello che assicurerebbe un equilibrio ottimale. La formazione di monopoli è possibile so¬prattutto nella produzione di quei servizi di pubblica utilità, che richiedono impianti fissi molto costosi: reti ferroviarie, linee elettriche, acquedotti, ecc.
Lo Stato prima interveniva mediante la creazione di imprese pubbliche, ora si preferisce conservare in mano pubblica la proprietà degli impianti e affidare l’esercizio dell’impresa a privati mediante asta pubblica.

Asimmetrie informative

L’insufficiente informazione altera le condizioni del mercato quando una delle parti è meglio informata dell’altra sulle condizioni di convenienza dello scambio.
Questa asimmetria informativa, può verificarsi nella fase della trattativa, quando una parte tiene na¬scosta all’altra le informazioni che potrebbero influire negativamente sulle condizioni del contratto o nella fase dell’esecuzione, quando una delle parti si comporta scorrettamente senza che l’altra possa venirne a conoscenza.

In entrambi i casi si crea uno squilibrio e i meccanismi del mercato funzionano imperfettamente.
L’intervento pubblico consiste allora in un sistema di regolazione, vigilanza e controllo, per assicurare trasparenza e correttezza.

Redistribuzione

La politica di redistribuzione ha lo scopo di correggere gli squilibri del mercato nella distribuzione della ricchezza (eccessiva concentrazione dei redditi, vaste aree di povertà).
Può essere attuata:
- A livello individuale e sociale, per evitare grosse concentrazioni di ricchezza e situazioni diffuse di povertà;
- A livello settoriale, per stabilire un certo equilibrio tra i settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi;
- A livello territoriale, per ridurre la disparità fra zone sviluppate e zone depresse;
- A livello funzionale, per rendere più eque le remunerazioni dei diversi fattori produttivi (rendita, salario, interessi, profitto).
La redistribuzione può avvenire con diversi criteri:
- Maximin: massimizzazione del minimo, ovvero migliorando la posizione reddituale di che è più svantaggiato;
- Minimax: minimizzazione del massimo, ovvero riducendo la posizione reddituale di chi è più avvantaggiato.
La redistribuzione si realizza con gli strumenti della finanza pubblica, cioè con il prelievo fiscale da una parte e l’erogazione di sussidi o servizi gratuiti dall’altra.
Anche i motivi per i quali uno Stato decide di perseguire il fine della redistribuzione possono essere diversi:

- Motivi morali: per solidarietà e tutela della dignità umana;
- Motivi sociali: per evitare tensioni e conflitti tra le diverse classi sociali;
- Motivi politici: per ottenere il consenso dell’elettorato;
Sull’opportunità e gli effetti delle politiche redistributive vi è contrasto fra gli economisti di indirizzo liberista o keynesiano.
Per gli economisti della scuola classica (liberismo puro) la distribuzione della ricchezza avviene in base alla partecipazione al processo produttivo e quindi ogni intervento dello Stato altera il meccanismo del mercato e va evitato o scoraggiato in quanto contrasta lo sviluppo (redditi alti -> risparmio -> investimento).
Secondo la teoria classica, quindi, le politiche redistributive sono ammissibili se dirette a mettere tutti sulla stessa linea di partenza.
Per i keynesiani, invece, la redistribuzione ha effetto sulla domanda globale. In presenza di molte persone con un reddito basso, il sistema tende ad entrare in fase recessiva. In situazioni di recessione o crisi economica, una politica di redistribuzione rilancia la domanda e stabilizza l’economia nel breve periodo.
Keynes non esclude un effetto favorevole della redistribuzione anche nel lungo periodo, poiché una maggiore disponibilità economica può favorire la salute e l’istruzione della popolazione e ciò può determinare un incremento dell’offerta di lavoro produttivo ed efficiente. Nel lungo periodo, quindi, la redistribuzione incide favorevolmente anche sull’obiettivo della crescita e sviluppo economico.

Stabilizzazione

La politica di stabilizzazione agisce nel breve/medio periodo e tende ad evitare squilibri congiunturali (disoc¬cupazione se c’è recessione, inflazione se c’è espansione) e ha il suo fondamento nella teoria economica keynesiana.
Infatti, secondo i keynesiani, le recessioni sono causate dalla carenza della domanda complessiva per con¬sumi e investimenti; l’offerta si deve quindi adeguare alla scarsa domanda, stabilendo così un equilibrio ca¬ratteriz¬zato da basso reddito e notevole disoccupazione. Lo Stato deve quindi intervenire a sostegno della domanda con la finanza pubblica, diminuendo il prelievo fiscale e aumentando la spesa pubblica per rilan¬ciare la domanda. In caso di espansione, invece, lo Stato dovrà contrarre la spesa e aumentare il prelievo fiscale per limitare la domanda ed evitare l’inflazione.
Gli economisti neoliberisti (Samuelson, Tobin, Modigliani) sostengono che la stabilizzazione non crei vantaggi, evidenziando i limiti e i rischi che essa porta: carenza di fattori produttivi, spiazzamento delle iniziative private, ondate di sfiducia, gravi disavanzi di bilancio, e preferiscono una politica monetaria o nessuna politica.
I neokeynesiani ritengono che ci possa essere un mix fra politica fiscale e politica monetaria e riconoscono che lo Stato dovrebbe intervenire solo nel caso di recessioni molto gravi.

Sviluppo

La politica di sviluppo richiede interventi di lungo periodo e ha lo scopo di incrementare l’offerta di risorse materiali e umane e aumentare la produttività di quelle esistenti per favorire un aumento costante del reddito nazionale (Y).
Lo sviluppo ha un duplice significato:
- Development: sviluppo nei paesi arretrati ed in via di sviluppo;
- Growth: crescita nei paesi già sviluppati.
Uno strumento per lo sviluppo è rappresentato dagli investimenti pubblici, avvalendosi anche della collaborazioni con i privati:
- Creazione di infrastrutture: reti per agevolare la circolazione di persone, capitali, merci, informazioni, risorse, ecc.;
- Istruzione e formazione professionale: ampliare il numero di persone istruite e con competenze professionali qualificate;
- Ricerca scientifica e tecnologia: al fine di individuare nuove materie prime e fonti di energia, nonché processi produttivi più efficienti;
- Potenziamento delle funzioni pubbliche essenziali: legalità, sicurezza, amministrazione e giustizia.
Anche la regolazione è uno strumento efficace per favorire lo sviluppo mediante la semplificazione dei procedimenti amministrativi, la riduzione degli oneri burocratici e un sistema di norme chiare che creino condizioni di certezza negli operatori.

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