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Bisogni e Povertà

Maslow ha giustamente sostenuto che l’uomo tende a realizzare nella sua vita i suoi bisogni secondo una determinata sequenza affermando che ogni passaggio successivo era possibile solo se venivano soddisfatti i bisogni precedenti; egli ha così individuato i bisogni fisiologici e quindi primari come bisogni fondamentali, come respirare, bere, magiare, vestirsi ed avere un tetto dove vivere. Credo di poter quindi affermare che se queste necessità non vengono soddisfatte l’uomo non ha la possibilità di realizzarsi nei sui bisogni successivi ma soprattutto vive in un grave stato di povertà, o meglio di mancanza di ciò che gli è indispensabile, essi possono essere considerati così come il livello minimo di benessere universale. E’ indubbio che il termine povertà oggi porta a notevoli diversificazioni infatti l’approccio di sussistenza con cui viene esaminata definisce povertà assoluta il tenore di vita basso indipendentemente dalle aspirazioni individuali e dal contesto storico-sociale, e povertà relativa se il tenore di vita è inferiore a quello socialmente medio; a questo punto mi chiedo per quanto riguarda la povertà relativa quanto essa sia legata al perdurare del consumismo e quindi ai bisogni che vengono prospettati dall’economia come indispensabili. Potremmo inoltre affermare che la povertà può essere condizionata da fattori non solo economici ma ambientali che limitano le aspirazioni individuali e da fattori individuali in cui prevalgono aspirazioni legittime come l’assistenza sanitaria, i servizi igienici. Essa è inoltre legata anche a fattori culturali e psicologici e la distribuzione non omogenea delle risorse genera una catena di problemi di difficile soluzione. Eppure sono state date differenti spiegazioni al fenomeno della povertà, infatti per i benestanti la povertà è generata da cause interne come la pigrizia mentre la ricchezza è dovuta all’impegno ed al merito, per la classe meno abbiente invece ci si riferisce a cause esterne quindi c’è ricchezza se si è senza scrupoli ed opportunisti e si è poveri se si è altruisti. Questo dimostra che le spiegazioni sono viziate a seconda del gruppo sociale di appartenenza (group-serving bases). Prima della società industriale e capitalistica ci sono state due differenti interpretazioni della povertà, la prima era quella medioevale in cui era vista come una realtà ed erano principalmente le associazioni clericali ad occuparsi dell’assistenza ai bisognosi con la carità(Weber parla di occasione di ascesi), in un secondo momento la povertà nel momento illuministico era stata praticamente associata ad una incapacità dell’uomo di realizzarsi quindi era considerata alla stregua di una malattia, infine nell’era industriale la massa di poveri ha assunto la caratteristica di minaccia per la stabilità e quindi un problema sociale da dover affrontare. La povertà riduce la durata della vita, abbassa l’autostima, porta all’apatia ed alla depressione, le conseguenze sociali dipendono da come la società reagisce alla presenza di persone che sono socialmente emarginate, sottoccupate cronicamente o temporaneamente povere. Certamente la povertà cresce quando la società promuove un economia di profitto con una disoccupazione persistente e paghe basse e soprattutto quando manca una organizzazione economica-politica e sociale adeguata a favore di persone che vivono con un reddito basso. Certo che la povertà si “automantiene” infatti le popolazioni che non hanno mezzi adeguati per vivere non hanno neppure la possibilità di consumare e di risparmiare quindi rimangono a bassa produttività. Per limitare la povertà sono state proposte la politica della ridistribuzione delle ricchezze, che comunque genera scontento, e la politica di promuovere lo sviluppo economico per consentire di stare meglio nonostante le disuguaglianze economiche principalmente; quindi in un caso si è utilizzato un progressivo prelievo fiscale a favore di un incremento delle iniziative assistenziali, e nell’altro si è promossa una maggiore crescita economia, ma sembra che la soluzione migliore sia una migliore ridistribuzione delle ricchezze promovendo lo sviluppo. Essa infatti ha generato un circolo vizioso che nel terzo mondo è diventato costante a causa della bassa produttività e della sovrappopolazione che rendono il reddito procapite basso. Il mondo sembra chiedersi quali possano essere le misure idonee per interrompere tutto ciò ed hanno proposto di aumentare gli investimenti nei territori sottosviluppati, di fornire aiuti per far investire alla popolazione locale anche se a mio avviso l’economia mondiale continua a tendere allo sfruttamento dei territori e dei popoli in questione. Comunque molte sono sempre state le politiche sociali assistenziali che hanno condotto alla nascita dei centri per l’occupazione, dei sussidi sociali per la disoccupazione e la malattia, che hanno gradatamente condotto, dopo la crisi del 1929 alla nascita del Welfare state che prova a curare la povertà come una malattia cercando di prevenire redditi troppo bassi,ed adoperandosi con programmi assistenziali diversificati, ma attualmente questa politica si assistenza ha generato l’aumento del deficit pubblico quindi ha necessità di una revisione.
Riguardo al Welfare state,che si contrappone allo stato di diritto liberale ed allo stato etico – sociale del xx secolo, differenti sono state le posizioni con cui è stata accolta questa politica assistenziale: I funzionalisti lo recepiscono come indispensabile per tutelare le fasce deboli della popolazione, mentre i teorici del conflitto ritengono che esso garantisca invece la crescita economica dello stato che si trasforma in impresa capitalistica che anziché aiutare aumenta il divario sociale (contraddizione interna del Welfare). Probabilmente, come sovente accade, in entrambe le posizioni esiste qualche cosa di giusto e sarebbe più proficuo abbandonare le accuse estreme o i sostegni indiscussi nel tentativo di cercare invece un bene che sia comune sia per chi riceve che per chi offre.

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