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Le situazioni giuridiche soggettive

L'ordinamento giuridico opera su quel dato della realtà umana che è rappresentato da interessi e da attività che si svolgono sul piano sociale, ed interviene appunto per valutare, qualificare, tutelare, dirigere, limitare o impedire l'attuazione degli interessi e la esplicazione dello attività e dei relativi risultati, sia ricollegati a singoli individui, sia a entità organizzate.
Quindi la norma giuridica, nel suo contenuto imperativo, ha come suo destinatario principale l'uomo, in quanto egli è potenzialmente:
1) un centro di interessi;
2) un centro motore di attività tendenti alla realizzazione degli interessi stessi.
L'uno e l'altro aspetto, infatti, sono i caratteri socialmente rilevanti dell'uomo, che giustificano la possibile rilevanza, sul piano della norma, ossia della valutazione giuridica, di quegli interessi e di quelle attività.
Ma poiché è possibile identificare interessi ed attività che non abbiano il loro centro in un soggetto individuo, ma lo abbiano in un gruppo di uomini o si pongano essi stessi (interessi) come centro di imputazione delle conseguenze derivanti dalla norma, è possibile individuare, sul piano della realtà sociale, entità soggettive diverse dall'uomo, anche se formate da uomini, attraverso una organizzazione più o meno complessa (gruppi, collettività considerate nella loro unità organizzata, ossia come sintesi e non come somma o semplice pluralità di individui) ovvero operanti per gli uomini, cioè entità (sociali) che l'ordinamento qualifica in senso soggettivo proprio perché sono anch'esse centro di interessi e di attività, alle quali cioè sono da riferire immediatamente quegli interessi e da imputare quelle attività e le loro conseguenze.
Determinata così la direzione e quindi i destinatari del precetto normativo, è necessario esaminare quali siano le conseguenze che derivano da questa direzione del comando verso una entità soggettiva, quali siano, cioè, le posizioni che si creano per il soggetto destinatario della norma, in dipendenza del (contenuto del) comando giuridico a lui rivolto.
Anche da un punto di vista logico, poiché la norma si risolve (almeno di regola) in un imperativo, il destinatario del comando giuridico (generale e ipotetico), che gli impone un certo comportamento, positivo o negativo, ovvero dispone, a suo carico, la produzione di date conseguenze, indipendentemente da un suo qualunque comportamento, si viene a trovare in una situazione passiva, la quale può assumere due aspetti differenti, a secondo che la norma sia una regola di condotta, ponga cioè la necessità di un comportamento del destinatario, o che, prescindendo dal comportamento del soggetto (comportamento ridotto al rango di elemento irrilevante), disponga direttamente e immediatamente che una certa conseguenza si produca nella sfera soggettiva del destinatario.
Se la norma è una regola di condotta, situazione del destinatario a cui è rivolto il cemando si qualifica come dovere giuridico.
Al posto della situazione di libertà, che preesistova al comando, sorge una situazione di necessità (necessità di tenere quel determinato comportamento positivo o negativo), il che, ulteriormente, si risolve nel sacrificio di un possibile interesse del soggetto ad ogni comportamento diverso da quello dovuto. La situazione di necessità, in cui il soggetto si viene a trovare, si pone in naturale contrapposizione con la situazione di libertà, in cui il soggetto si troverebbe se quella regola di condotta, limitativa dell'agire, non sussistesse.
Ma per definire più esattamente questa situazione di necessità, che costituisce il contenuto del dovere giuridico, bisogna avvertire che non si tratta di una necessità d'ordine fisico o materiale, ossia di una necessità assoluta, ma di una necessità di ordine merale, deontologica, e quindi relativa. Essa non esclude, nè mortifica la libertà umana, ma anzi la presuppone e in un certo senso la potenzia, in quanto il soggetto, che si trova nella situazione di dovere, ha sempre la possibilità di scegliere tra l'adempimento del dovere e la sua violazione. Il dovere giuridico crea, in fondo, una situazione assai analoga a quella derivante dal dovere morale, in quanto limitando, ma non escludendo, la libertà dell'uomo e il suo potere di libera scelta tra l'adempimento e la violazione, prevede già di per sè, sia pure quale manifestazione esasperata di libertà, la possibilità di un comportamento diverso da quello dovuto.
Naturalmente, tenendo presente la funzione sociale della norma giuridica e l'opportunità che il comando, in essa contenuto, venga attuato, il comando medesimo non rimane affidato, quanto alla sua osservanza, alla libera determinazione del soggetto, al quale è rivolto; chè anzi l'ordinamento giuridico predispone dei mezzi idonei ad assicurare, nei limiti del possibile, la sua effettiva realizzazione. In tal modo la situazione, inizialmente di necessità relativa, tende a produrre, ove manchi la spontanea adesione del soggetto al precetto normativo, attraverso una serie graduale di situazioni, susseguenti alla violazione del dovere, una situazione finale che escluda ogni diversa possibilità, ossia ogni risultato diverso da quello che si sarebbe realizzato se il dovere fosse stato spontaneamente adempiuto.
Se invece la norma non comanda un comportamento del soggetto che ne è il destinatario, ma ne prescinde, in quanto lo considera un elemento irrilevante, e dispone immediatamente e direttamente che una certa conseguenza, potenzialmente sfavorevole, si produca nella sua sfera soggettiva (ad es. la perdita di un diritto, la perdita della libertà personale), allora la situazione passiva del destinatario risulta evidente la differenza di siffatta posizione rispetto alla situazione di dovere giuridico.

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