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Contributi pubblici all'editoria: il caso di "Radio Radicale".

Una questione particolarmente delicata nel panorama politico italiano, se consideriamo in particolare gli scandali causati dal fenomeno della corruzione che hanno sconvolto la vita politica del nostro Paese nel corso degli anni ‘90, è costituita dalla disciplina del finanziamento pubblico dei partiti politici.
Il finanziamento pubblico è stato regolato per la prima volta con una legge adottata nel 1974 (Legge 2 maggio 1974 numero 195), successivamente modificata, che prevedeva forme di finanziamento generalizzate, proporzionali e trasparenti da parte dello Stato .
La legge stabiliva due forme di finanziamento: uno annuale, dato ai gruppi parlamentari, per lo svolgimento dei loro compiti istituzionali; e uno occasionale, come contributo per le spese elettorali, dato dal Presidente della Camera direttamente ai segretari dei partiti in occasione delle consultazioni elettorali (politiche, amministrative ed europee).

La legge del 1974 è stata oggetto nel 1978 di un primo referendum abrogativo (avente lo scopo di cancellare le regole esistenti) che però non ha avuto successo. Un nuovo referendum si è tenuto nel 1993, proprio nel periodo in cui forte era il sentimento di protesta contro i fenomeni di corruzione e di finanziamenti illegali ai partiti. In quest’occasione la maggioranza dei cittadini ha votato per l’abrogazione parziale della vecchia legge. E’ così scomparso il finanziamento annuale, mentre è rimasto quello concesso in occasione delle consultazioni elettorali.
I giornali di partito hanno sempre ottenuto dei finanziamenti pubblici, tra i giornali più importanti dei partiti storici possiamo ricordare: Il Popolo – Democrazia Cristiana, l’Avanti! – Partito Socialista Italiano, Il Secolo d’Italia – Movimento Sociale Italiano, l’Unità – Partito Comunista Italiano; poi alcuni di questi giornali sono scomparsi, altri come l’Unità sono diventati giornali di parte piuttosto che organi di partito, ma al pari dei partiti, la legge riconosce un contributo pubblico per la sopravvivenza di tali giornali, alcuni dei quali si vendono solo in determinate edicole, per fare degli esempi oggi abbiamo il Campanile Nuovo, Italia Democratica, la Padania etc

Radio Radicale è un'emittente radiofonica a copertura nazionale con sede a Roma, riconosciuta dal governo italiano come impresa radiofonica che svolge attività di informazione di interesse generale. È stata la prima radio italiana ad occuparsi solo ed esclusivamente di politica.
Radio Radicale nacque tra la fine del 1975 e l'inizio del 1976 per iniziativa di un gruppo di militanti radicali in un appartamento situato in via di Villa Pamphili a Roma.

Come le radio libere che andavano nascendo in quegli anni a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale che liberalizzava le trasmissioni radiotelevisive via etere, anche Radio Radicale fu caratterizzata dall'afflato libertario, dall'improvvisazione, dall'utilizzo di attrezzature di fortuna e dalla ricerca di bassi costi di produzione, ma fin dall'inizio si distinse dalle altre emittenti per la sua particolare filosofia editoriale.
Radio Radicale rifiutò infatti il termine “controinformazione” assai di moda in quegli anni, per dimostrare come concretamente potesse essere realizzato un servizio pubblico di informazione, alternativo a quello sostanzialmente monopolista svolto dalla RAI. Nell'intenzione dell'editore la scelta della denominazione “Radicale” che la radio assunse era da riferirsi non tanto alla funzione di organo di quel partito, quanto piuttosto ad una linea di politica editoriale che come tutti oggi riconoscono, è sempre stata in grado di garantire imparzialità, professionalità e innovazione, divenendo un modello di servizio pubblico radiofonico.

Radio Radicale riceve ogni anno 8,33 milioni di euro per la convenzione con lo Stato per la trasmissione delle sedute del Parlamento, e 4 milioni 431 mila euro dai fondi per l'editoria in quanto organo della lista Marco Pannella.
Nell'agosto 2008 Radio Radicale è stata l'unica emittente esclusa dal ridimensionamento dei fondi pubblici per l'editoria in quanto impresa radiofonica privata che ha svolto attività di interesse generale ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 230.
La legge che riconosce le “imprese radiofoniche private che abbiano svolto attività di informazione di interesse generale” venne approvata nel 1990 per riconoscere le emittenti radiofoniche che avessero nei 3 anni precedenti «trasmesso quotidianamente propri programmi informativi su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore comprese tra le ore sette e le ore venti» Nello stesso anno - proprio a partire dall'esperienza di Radio Radicale - è approvata la cosiddetta "Legge Mammì", che attribuisce alla RAI il compito di trasmettere le sedute parlamentari.

Radio Radicale è l'unico soggetto tra quelli che ottengono i contributi ad avere una rete nazionale e spende oltre 3,7 milioni di euro l'anno solo per la gestione tecnica della rete, ed è anche l'unica a destinare la quasi totalità del palinsesto per mandare in onda programmi di servizio pubblico.
Nel 2007 Radio Radicale ha sostenuto costi per 2,986 milioni di euro per la produzione di programmi audio-video relativi a eventi politici di tutti i partiti, delle associazioni, delle diverse istituzioni. Queste produzioni sono state per quanto possibile trasmesse per radio, e comunque tutte archiviate e pubblicate in internet in forma integrale.
Nella gran parte dei casi, la registrazione di Radio Radicale continua ad essere l'unica effettuata. Quando quindi si parla dell'archivio di Radio Radicale, ormai riconosciuto da tutti un patrimonio unico, non bisogna mai dimenticare che, la mancata continuità nell'attività di produzione attuale, avrebbe come conseguenza la perdita irrecuperabile della documentazione puntuale di moltissimi degli eventi in questione.
Il governo nel 1997 aveva rifiutato di rinnovare la convenzione con Radio Radicale per la trasmissione del Parlamento e la Rai si accingeva a creare la propria rete radiofonica con 7 anni di ritardo dalla legge che la istituiva, personalità del calibro di Norberto Bobbio, Carlo Bo, insieme a tutti i senatori a vita, otto presidenti emeriti della Corte Costituzionale, chiesero al governo di considerare decaduta la disposizione della legge Mammì che imponeva la realizzazione della rete radiofonica Rai per il Parlamento, di prorogare per altri 3 anni la convenzione con Radio Radicale, e di affidare la convenzione in occasione del rinnovo successivo tramite una gara.
Dopo un serrato confronto politico, accompagnato da manifestazioni e forti iniziative nonviolente condotte dai radicali, viene approvata la legge 11 luglio 1998, n. 224 "Trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari e agevolazioni per l'editoria". Mentre la legge rinnovava la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore triennio, confermava “lo strumento della convenzione da stipulare a seguito di gara”, inoltre veniva mantenuto l'obbligo per la Rai di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all'entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni.
Nel 2001, 2004 e 2006 la convenzione con Radio Radicale è stata rinnovata ogni volta all'interno delle disposizioni della legge finanziaria. La convenzione prevede l'impegno da parte della concessionaria a trasmettere, nell'orario tra le ore 8.00 e le ore 21.00, almeno il 60% del numero annuo complessivo di ore dedicate dalle Camere alle sedute d'aula.

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