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Inizialmente la forma di governo del Regno d'Italia fu la monarchia costituzionale. Va però sottolineato che i tre poteri, pur essendo formalmente separati, venivano esercitati sotto l'influenza dominante del sovrano, considerato "capo supremo dello Stato". Secondo l'articolo 3 dello Statuto albertino (art. 3 Statuto alb.), il Parlamento, formato da Camera dei deputati e Senato del Regno, esercitava il potere legislativo insieme al Re, che assumeva un ruolo predominante perchè aveva sia il diritto di nominare i senatori (mentre la Camera era eletta da un ristretto corpo elettorale), sia il diritto di sanzione, con cui poteva impedire l'entrata in vigore di qualsiasi legge approvata dal Parlamento. L'art. 5 Statuto alb. affermava che «al Re solo appartiene il potere esecutivo; il sovrano delegava tale potere al Governo, responsabile solo nei confronti del Re, che nominava (e revocava) i ministri. Secondo l'art. 68 Statuto alb. «la giustizia emana dal Re»; quindi anche il potere giudiziario era saldamente nelle mani del sovrano. Era il Re a nominare i magistrati, che amministravano la giustizia in suo nome. Il popolo godeva dei diritti tipici delle costituzioni ottocentesche, basati sul riconoscimento dell'uguaglianza formale. All'inizio del XX secolo cambiò la forma di governo; si ebbero modifiche costituzionali, agevolate dalla flessibilità dello statuto, che diminuirono i poteri del Re e trasformarono il Regno d'Italia in una monarchia parlamentare. In particolare:

- si modificò la composizione del Parlamento, perchè venne ampliato il corpo elettorale della Camera: gli aventi diritto al voto passarono dall'1,9% del 1861 al 23% del 1912;
- per il Re diventò un atto dovuto controfirmare le leggi approvate dal Parlamento; di fatto il sovrano perse il diritto di sanzione;
- si affermò il principio che il Governo dovesse avere la fiducia del Parlamento (accanto a quella del Re): il Governo diventò politicamente responsabile nei confronti del Parlamento, soprattutto della Camera elettiva.

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