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Foglio 1
Da Versailles all’euro l’eterna gelosia francese per il vicino renano
La pace di Versailles e l’euro hanno un’origine comune: il timore della Francia per la supremazia tedesca; evitare quindi situazioni di conflitto (ma la prima e la seconda sono finite male). L’euro, secondo l’ex cancelliere tedesco Schroder, è nato da un malinteso tra Kohl (che credeva che l’unione monetaria avrebbe accelerato l’unione politicache lui voleva) e Mitterand (voleva solo indebolire la Germania rivandola del marco) ma è successo esattamente il contrario. La Germania già col trattato di Maastricht sacrificò il marco ad una condizione: “No bailout”, cioè ognuno si paga i propri debiti; tutti sappiamo che l’euro fu fatto con i paesi tra loro economicamente incompatibili. La democrazia afferma che vi sono 2 cose comunemente insopportabili:
1. Tutto ciò che poteva apparire come insidia alla sovranità del popolo.

2. L’idea che l’economia possa prevalere sui grandi ideali della politica. (Era chiaro che l’adesione all’euro comportava una limitazione alla nostra sovranità, poiché quella monetaria è una limitazione a quella economica e in ultima istanza alla sovranità politica stessa).
Bce Draghi era consapevole che l’acquisto di debito pubblico da parte della Bce tradiva il principio dell’accordo di Maastricht, ma il presidente agiva chiaramente in uno stato di necessità: Draghi dichiarò che la Bce avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro.
L’euro ha fatto esplodere le differenze e stabilito le gerarchie in Europa, il malato prossimo potrebbe essere la Francia poiché le difficili riforme in Francia avrebbero tempi lunghi e non compatibili con quelli dell’euro; inoltre la Germania dopo essere stata incoraggiata ad entrare nell’euro potrebbe essere paradossalmente incoraggiata ad uscirne.

Foglio 2
La Svizzera e l’Europa fra accelerazioni e frenate
Il continuo pronunciarsi e le varie adesioni della Svizzera resero il concetto di neutralità meno rigoroso ed il paese sembrava comprendere che la preservazione delle sue antiche libertà sarebbe stata molto più difficile in un mondo popolato da grandi costellazioni politico-economiche. Tutto ciò venne confermato quando la Svizzera nel referendum del 2000 approvarono l’accordo raggiunto con l’UE su sette materie e quando nel 2005 aderendo al trattato di Schengen; tutto ciò creava delle ferme opposizioni ma vi era molto diffusa la convinzione che la gradualità e il pragmatismo avrebbero prevalso. Tutto cambiò quando vi fu la grande crisi Americana del 2007 che fece pagare un grande debito alla Svizzera e venne noto nell’UE come crisi dell’euro.

Ogni confronto comunque oggi premia la Svizzera, la quale guardandosi attorno si compiace della sua indipendenza; forse dovrebbe spingere lo sguardo più in là e osservare che la crisi dell’Eurozona è destinata ad avere due sbocchi radicalmente diversi:
1. Il collasso.
2. Un grande colpo di acceleratore verso l’integrazione economica e politica del continente.
Entrambe porterebbe a grandi ripercussioni sull’economia, la finanza e la vita degli Svizzeri.

Foglio 3
Quattro idee (tedesche) per l’UE
Nessuno dei problemi alla base della crisi dell’euro è stato risolto: nei paesi in difficoltà una generazione si ritrova privata dei mezzi di sostentamento e la disponibilità a fare riforme declina rapidamente. Noi (11 tedeschi) sosteniamo che che il principio che stabilisce che nessuno Stato è autorizzato a salvarne un altro in bancarotta sia corretto, MA se ciò provoca dani incalcolabili nessuno crederà che gli Stati siano responsabili delle loro azioni. C’è bisogno di una integrazione più profonda in 4 aree:
1. Responsabilita’ dei creditori: Irrigidire le regole sul debito pubblico con il fiscal compact; la zona euro ha bisogno di un’unione bancaria solida che includa un supervisore unico ed un meccanismo di risoluzione delle crisi.
2. Tutela delle opportunità: La responsabilità dell’Unione diventa centrale quando è a rischio la sussistenza; se in alcuni paesi è impossibile condurre una vita produttiva ciò è un problema che riguarda tutti i cittadini dell’Unione.

3. Difesa della democrazia e dello stato di diritto: L’UE è una comunità giuridica che dipende dal funzionamento dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) negli stati membri. Sono necessari meccanismi sanzionatori forti per garantire che gli Stati possano contare l’uno sull’altro e che i loro cittadini non siano indifesi di fronte a forze che mettono in discussione il loro ordine costituzionale.
4. Mantenimento dei beni pubblici: Le unioni politiche possono apportare benefici che ogni singolo paese non sarebbe in grado di garantire con le sue forze. La garanzia di una moneta comune stabile è un bene pubblico importantissimo per l’Eurozona ma l’Unione deve avere la possibilità di intervenire per garantire sostegno.
Questi 4 punti sono il minimo indispensabile per tenere in vita l’euro; ci vorrebbe un “Trattato dell’euro” che prenda il posto delle precedenti e frammentarie riforme. L’Unione dell’Eurozona necessita anche di un governo dell’economia all’altezza dei compiti necessari per tenere in piedi l’Unione monetaria e che disponga di un bilancio per garantire la fornitura di beni pubblici e anche di un fondo per la crescita per sostenere i processi di riforma.

Foglio 4
Con l’austerità Unione a rischio
Austerità espnasiva: la teoria decantava gli effetti salvifici dei consolidamenti fiscali, sosteneva che riduzioni della spesa pubblica al di sotto del livello della raccolta fiscale avrebbero alimentato la crescita.
L’Unione monetaria ha fatto proprie queste tesi e l’esito è stato catastrofico: Pil al di sotto del valore di pre-crisi e maggior disoccupazione, diversamente accade per esempio negli Usa. Quindi l’austerità sta contribuendo ad ampliare gli squilibri territoriali: mentre nelle aree centrali sembrano per certi aspetti trarre vantaggio dalla situazione attuale le economie dei paesi periferici stanno soffocando nella camicia di forza creata dalle politiche fiscali restrittive e dall’assenza di politiche di cambio e monetarie autonome. Oggi le critiche all’austerità riscuotono sempre maggiori consensi, ne è la conferma il recente “monito degli economisti” il quale afferma inoltre che se non si muterà in senso espansionistico le politiche monetarie e fiscali bisognerà abbandonare l’euro.

Foglio 5
La Turchia accantona i sogni e torna a rivolgersi all’Europa
La Turchia ha sempre bisogno di un quadro istituzionale di riferimento, che solo l’UE può garantirle e di cui ha assoluto bisogno per consolidare le riforme; sui 35 capitoli del contenzioso solo 13 sono stati aperti ed uno solo chiuso: troppo poco. Inoltre Bruxelles, su pressione degli scettici, continuava ad alzare l’asticella delle condizioni, mossa scorretta poiché imposta in corso d’opera. Anche Ankara non era da meno poiché lasciava intendere che l’UE non era l’unica opzione e che avrebbe trovato alternative regionali più disponibili ed appaganti.
Quindi l’adesione all’UE è al di là da venire, ma almeno è un obiettivo sul quale si può tornare a lavorare.

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