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Canto VII

Dopo che le accoglienze cortesi e gioiose furono ripetute più volte, Sordello si tirò indietro, e chiese: « Ma voi, chi siete? »

« Prima che le anime degne della salvezza (di salire a Dio: in quanto riscattate dalla morte di Cristo) fossero avviate a questo monte, io morii e fui sepolto per ordine di Ottaviano.

Sono Virgilio; e per nessun'altra colpa fui escluso dal cielo che per non aver avuto la fede in Cristo. » In questo modo rispose allora la mia guida.

Come colui che vede improvvisamente dinanzi a sé una cosa che desta in lui stupore, e non sa se credervi o no e dice: « E'... non è... »,

così parve Sordello; quindi abbassò gli occhi, e tornò in atteggiamento umile verso Virgilio, e l'abbracciò là dove l'inferiore abbraccia chi gli è superiore ("dal petto in giù", secondo l'Anonimo Fiorentino).

La concitazione che aveva fatto vibrare nei toni dell'apostrofe e del sarcasmo la seconda parte del canto sesto si smorza improvvisamente, allorché lo sguardo del Poeta torna a posarsi sul fraterno gruppo di Sordello e Virgilio, mentre il ritmo del verso, non più sostenuto dal movimento passionale dell'invettiva, riacquista una pacatezza di accenti, velata di commozione, che preannunzia i tre momenti successivi, la dolente spiegazione di Virgilio (versi 22-36), la descrizione, secondo i motivi stilnovistìci, della "valletta fiorita" (versi 73-81), la rassegna dei principi (versi 88-136). L'atteggiamento di Sordello, in queste prime terzine, è ancora ricco di quello slancio di affetto che, interrompendo la sua immobilità, lo ha spinto verso il suo concittadino (canto VI, versi 73-75), anche se subentra un momento di riflessione (si trasse, e disse: « Voi, chi siete? »), durante il quale però mai rivolge attenzione a Dante, non accorgendosi, per il momento, che è ancora vivo, tutto preso ancora da quel sentimento di amore patrio, che percorrerà, sia pure in forme più moderate, anche il canto VII.

Disse: « O gloria di tutti gli Italiani per mezzo del quale la nostra lingua (nostra perché ancora usata come strumento culturale) mostrò tutta la sua potenza espressiva, o pregio eterno della regione mantovana dov'io nacqui,

quale merito mio o quale grazia divina permette che io ti possa vedere? Se io sono degno di udire le tùe parole, dimmi se vieni dall'inferno, e da quale cerchio ».

Tessuta di eloquenza e vagamente retorica appare l'espressione con la quale Sordello si rivolge a Virgilio, ma in accordo con la dignità e alterezza che ne avevano caratterizzato l'apparizione e che ne sorreggeranno la figura, allorché si assumerà il compito di indicare e giudicare i principi. Ad una lettura attenta a cogliere il significato di cui Dante arricchisce le zone di passaggio fra momenti poetici particolarmente importanti, non sfugge l'ampliarsi di dimensioni della figura di Virgilio, attraverso le parole di Sordello che poetò in provenzale (o gloria de' Latin... per cui mostrò ciò che potea la lingua nostra): "Dove a chi ripensi a quanto Dante aveva già scritto nel Convivio sulla dignità del volgare come lingua capace di esprimere qualsiasi più alto concetto, il «potere» della lingua latina, in Virgilio non è certo un « potere » soltanto retorico, bensì sapienziale: tutto ciò che poteva essere espresso dal latino precristiano, cioè dalla lingua che Dante ritiene, nell'ordine naturale, relativamente perfetta, fu da Virgilio espresso. Il « tutto » evidentemente non si riferisce alla estensione quantitativa, bensì alla intensità qualitativa: Virgilio ha detto le cose più alte che era possibile dire nell'ordine naturale(Montanari). Giusta glorificazione nel momento in cui Virgilio affida se stesso e il suo discepolo alla guida di Sordello.

Virgilio gli rispose: « Passando attraverso tutti i cerchi del mondo della dannazione sono giunto in purgatorio: una forza celeste mi ha mosso, e vengo assistito da questa.

Non per aver commesso qualche colpa, ma per non aver avuto la vera fede ho perduto la possibilità di vedere Dio che tu desideri contemplare e che da me fu conosciuto troppo tardi (dopo la morte).

Nell'inferno vi è un luogo non rattristato da tormenti veri e propri, ma solo dalle tenebre, dove i lamenti delle anime non risuonano con acute grida, ma solo con sospiri.

Là io sono confinato insieme ai bambini innocenti sorpresi dalla morte prima d'essere lavati (che fosser... essenti: con il battesimo) dalla macchia del peccato originale (dall'umana colpa);

là mi trovo con coloro che non si rivestirono delle tre sante virtù (quelle teologali), ma conobbero e praticarono tutte le altre (le virtù cardinali), senza commettere alcuna colpa vera e propria.

Ma se tu conosci il cammino e ti è permesso indicarlo, donaci qualche spiegazione per cui possiamo più celermente giungere là dove ha veramente inizio il purgatorio ».

Virgilio ripete intorno al limbo, quanto aveva già detto a Dante nell'Inferno (canto IV, 33-42): la lunga digressione non è giustificata da alcun motivo didascalico, né era richiesta dalla breve domanda di Sordello (dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra). Tuttavia essa si sviluppa in profonda unità con le parole pronunciate dal poeta latino nel terzo canto (versi 40-44), a chiusura di un momento di profondo turbamento, che, nato dalla mesta meditazione intorno al corpo lontano, si era trasformato nel rimpianto per l'eterna condanna di tutto il suo mondo, e si era chiuso nella visione della nobile e dolorosa comunione degli « spiriti magni » esclusa dalla superiore comunione della rivelazione cristiana. E' un richiamo continuo di motivi in uno svolgimento per gradi e con vario intreccio che dimostra la validità di questo giudizio del Momigliano: nel Purgatorio "la costruzione non è più soltanto sorretta da motivi geometrici, logici, concettuali [come nell'Inferno], ma anche da motivi di sentimento e da un'insolita continuità di azioni. Le quali sono costituite dalle scene dell'antipurgatorio, da quelle del purgatorio e da quelle del paradiso terrestre, diverse fra di loro per scenario e per stati d'animo", essendo esso "concepito prevalentemente per ambienti, per stati d'animo".

Nella misura in cui il discepolo avanza nella purificazione e diminuiscono le possibilità di guida da parte di Virgilio, bisognoso anch'egli di consiglio in un mondo che non conosce, la figura del poeta latino, al quale Dante consacrerà la seconda esaltazione nell'incontro con Stazio, si chiude in una dolente elegia fatta di insistenti richiami al castello degli spiriti grandi.

Rispose: « Non ci è imposto di stare in un luogo fisso; mi è permesso salire e girare intorno al monte; finché potrò salire, ti accompagnerò per farti da guida.

Le parole di Sordello, loco certo non c'è posto, che riecheggiano quelle pronunziate da un personaggio virgiliano nei campi Elisi (Eneide canto VI, verso 673), indicano probabilmente che tutte le anime dell'antipurgatorio possono salire lungo le prime balze del monte senza, naturalmente, oltrepassare la porta del vero purgatorio. Dante pone Sordello fra coloro che si pentirono solo alla fine della vita, presentandolo lontano dal gruppo dei negligenti e altrettanto isolato rispetto alle anime della "valletta fiorita". Determinare a quale schiera egli appartenga, non è problema di facile soluzione, anche se deve essere scartata la posizione di alcuni critici che, accettando la notizia di un antico commentatore, Benvenuto da Imola, secondo la quale Sordello fu fatto uccidere da Ezzelino da Romano, a causa della sua relazione con Cunizza, sorella di Ezzelino, pongono il trovatore mantovano fra i morti violentemente.

Secondo il D'Ancona Dante isola Sordello intendendo in tal modo "separare e distinguere il fiero mantovano dai suoi consorti, facendolo poi rientrare nella valletta, come in sua propria dimora, protagonista dell'episodio che segue, o perché principe anch'esso... o almeno quale frequentatore di corti, come ci è ricordato dalla storia, o meglio, qual giudice, anche in vita, di azioni e costumi principeschi".

Però vedi come già il giorno declina, e non è possibile salire di notte; perciò è opportuno pensare a trovare un luogo piacevole (bel soggiorno, dove trascorrere il tempo notturno).

Da questa parte a destra vi sono delle anime appartate: se non ti dispiace, io ti condurrò presso di esse, e con gioia le conoscerai ».

Virgilio rispose chiedendo: « Com'è questa legge? Colui che volesse salire di notte, sarebbe impedito da qualche forza esterna, oppure non salirebbe per il fatto di non aver in sé la forza necessaria ? »

E il nobile Sordello tracciò col dito una linea in terra, dicendo: « Vedi? neppure questa linea varcheresti dopo il tramonto del sole;

non perché al salire sia d'impedimento nessun'altra cosa se non la tenebra notturna: questa togliendo la possibilità impaccia la volontà.

Certamente durante la notte, finché l'orizzonte chiude sotto di sé la luce del giorno, si potrebbe scendere in basso e vagare camminando intorno alla costa del monte ».

Significato totalmente allegorico riveste il divieto di salire il monte dopo il tramonto del sole: senza la luce della grazia divina (il sole), non è possibile progredire nella via della purificazione. E' la ripetizione di un insegnamento evangelico: "Camminate mentre avete luce ... ; perché chi cammina nel buio, non sa dove va" (Giovanni XII, 35), ma, essendo le immagini della luce e della tenebra continuamente ricorrenti nella liturgia, la terzina costituisce anche un richiamo al tema liturgico che il Poeta approfondirà nel canto della « Salve, Regina » (verso 82), la preghiera che i fedeli innalzano a Maria dopo i vespri ad invocare il suo aiuto nei dolori della vita, per diventare degni di vedere Cristo. La Chiesa penitente compie la sua purificazione seguendo gli stessi riti, innalzando le stesse preghiere della Chiesa militante, continuando lo stesso movimento d'ascesa iniziato sulla terra come Chiesa militante.

A questo punto la mia guida, con l'aspetto di uno che si meraviglia, disse: « Guidaci dunque al luogo ove affermi che possiamo trovare una dimora piacevole ».

Ci eravamo di poco allontanati di lì, quand'io mi accorsi che il monte era incavato, allo stesso modo che i valloni incavano i fianchi dei monti sulla terra.

Sordello disse: « Andremo là dove la costa si avvalla; ed ivi attenderemo l'alba del nuovo giorno ».

C'era un sentiero obliquo né ripido né piano, che ci condusse alla parete laterale dell'avvallamento, in un punto dove il suo orlo si abbassa di più della metà (dell'altezza che esso ha nella parte superiore).

Il colore dell'oro e dell'argento puro, il rosso della porpora e il bianco della biacca, il turchino dell'indaco, il riflesso del legno levigato e terso, e il verde vivo dello smeraldo nel momento in cui si spezza,

collocati in quella valletta sarebbero stati vinti nella purezza del colore da quell'erba e da quei fiori, come il meno è vinto dal più.

La natura colà non solo aveva sparso i suoi colori, ma vi diffondeva un profumo sconosciuto e ineffabile composto di mille soavi odori.

Descrivendo il luogo in cui si trovano i principi che, troppo occupati da interessi terreni, si ricordarono tardi della loro salvezza, il Poeta opera un'improvvisa apertura - nel paesaggio aspro e difficile delle falde del monte - su una natura dolcestilnovistica, nella quale la raffinatezza fastosa dei colori ("nell'aria della sera incipiente, il fondo della valletta appariva smaltato di colori di un'intensità vivissima, vergine, quasi primeva, com'è dei colori fondamentali o dei metalli o pietre o legni che, di un colore, danno il maximum", secondo il Mattalia), se viene presentata attraverso una precisa enumerazione, che sembra limitare rigidamente quella visione, si stempera infine, unita alla soavità di mille odori, in qualcosa di incognito e indistinto, nel quale l'anima sembra smarrirsi. Con questo sentimento ricco e luminoso della natura Dante giunge alla "rappresentazione del soprannaturale attraverso la dilatazione della rappresentazione degli elementi umani; la terra è trasportata in cielo; ma in questo far uscire il divino dal terreno in una poesia splendida Dante è guidato da un senso di misura che modera i colori, anche quando pare che li accentui" (Malagoli).
Il Poeta, nel creare la "valletta fiorita", ha presente il passo virgiliano in cui si descrive nel mondo dell'oltretomha l'Eliso (Eneide canto VI, versi 679 sgg.), ma egli le conferisce anche un significato allegorico. che un antico commentatore, il Landino, cosi spiega: "né è sanza cagione che tal valle sia vestita di verdissime erbe e di fiori bellissimi all'aspetto e suavissimi all'odore, perché gli onori, le dignità, gli stati e le signorie sono simili all'erbe e ai fiori, imperò che, come quegli dilettono el senso, ma presto appassono e secconsi, così tale stato arreca gran dilettazione agli uomini ne' quali può più la sensualità che la ragione, ma presto passa".
Dante isola dalle altre le anime dei re e dei principi della terra in omaggio al concetto medievale di autorità, che vedeva il potere di quei re e di quei principi provenire direttamente da Dio, considerandoli anzi ministri della divina potenza. La "valletta fiorita" è la trasposizione nel purgatorio, su un piano di maggiore spiritualizzazione, del castello degli « spiriti magni » del limbo (non a caso Dante lo ha ricordato poco prima attraverso le parole di Virgilio), come esaltazione dell'umana virtù intensamente spiegata nel mondo, ma mancante, nell'un caso e nell'altro, della coscienza del limite ad essa posto. Quanto più alto, infatti, era il compito di questi potenti in terra, tanto più gravemente erano impegnate tutte le virtù e tutta la forza del loro animo per conseguire la giustizia e la pace; per questo "i tiranni son posti a bollire nel lago di bollor vermiglio, e molti che si tengono, nel loro orgoglio, gran regi staranno poi nell'inferno come porci in brago. Ma l'ufficio ad essi commesso, quando fosse, in tutto o in parte, rettamente esercitato, bastava nel giudizio di Dante a sollevarli sopra il volgo degli uomini, sicché nella seconda vita, di purgazione o di gloria, splende ancora sul loro capo un raggio di sovrana dignità. Anche nella luce del paradiso... lo spirito della gran Gostanza imperatrice, si accende di tutto il lume della prima sfera; e sopra quello di Giustiniano si addua un doppio lume, della gloria terrena nel diritto e nelle armi, e della celeste: e così pure nella spera del sole, la luce più bella è quella del re Salomone. Più su, nell'empireo, v'ha una sedia trionfale, una sola, vuota ma aspettante chi l'occupi: un gran seggio, ov'è su posta la corona imperiale, e che è riserbato all'alto Arrigo. Medesimamente, qui nel purgatorio, l'uguaglianza fra i nudi spiriti è violata e rotta in favore dei reggitori d'uomini e di terre, segregati dagli altri negligenti in una insenatura della costa: privilegio che è insieme ossequio ed ammonimento, dacché Arrigo d'Inghilterra potrebbe stare dove abbiam visto Belacqua, e il re di Boemia non lungi dal Buonconte" (D'Ancona). Mentre però le anime degli altri negligenti sono ormai libere da ogni tentazione, quelle della "valletta fiorita" devono ancora lottare contro di essa (canto VIII, versi 22 sgg.), che continua, anche nel mondo penitenziaIe, a sottoporli alle lusinghe della vita: "Il previlegio di esser posti in disparte dal volgo, è temperato dal sottostare, essi soli, alle rinnovate insidie del nemico, che gli altri invece ormai non paventano"(D'Ancona).
La prospettiva in cui va considerata la "valletta", la quale racchiude, nascondendoli alla vista, i principi, che Sordello stando sul balzo sottopone al suo severo giudizio, non può prescindere perciò dal sentimento d'umiltà (il canto stesso della « Salve, Regina » è il canto dell'esilio, che sottolinea la vanità del mondo, contrapponendo ai beni terreni la visione dei futuri beni celesti) : ne è anzi l'elogio più determinato, provenendo da anime che - isolate dalle altre in omaggio ad un costume di pensiero e di vita terreno - nella solitudine e nel raccoglimento acquistano una consapevolezza più intensa del male commesso, che ha coinvolto non solo la loro persona, ma la vita di interi popoli. In loro, più che nelle altre anime dell'antipurgatorio, la terra ha una presenza continua nel rimorso di una missione universale non compiuta.

Sul verde e sui fiori da lì vidi anime che sedevano cantando « Salve, Regina », le quali a causa dell'avvallamento non apparivano dal di fuori.

« Prima che tramonti ormai il poco sole rimasto, non vogliate che io vi porti in mezzo a costoro » cominciò il mantovano Sordello che ci aveva condotti fin là.

« Da questo balzo voi potrete osservare l'atteggiamento e l'aspetto di tutti questi spiriti, meglio che giù nella valle mescolandovi a loro.

La rassegna dei principi, che non è "esaltazione, ma atto di giustizia, severo e, in qualche punto, pungente bilancio del bene e del male" (Mattalia), presenta, secondo il D'Ancona, una "gran pagina di storia del mondo contemporaneo o di poco anteriore", e benché sia evidente nel Poeta lo sforzo di conservare il tono solenne, profeticamente impegnato, dell'invettiva all'Italia, si avverte una diminuita, tensione, che da alcuni critici è stata considerata uno scadimento nella cronaca, che, in quanto direttamente legata alla realtà, non può diventare oggetto di trasfigurazione nella fantasia del Poeta. Tuttavia, il valore significante di questo episodio è nella sua spiritualità profonda, per cui, anche se l'imperatore Rodolfo conserva la sua dignità su tutti e Guglielmo chiude la rassegna perché inferiore a tutti gli altri per potenza, "tutti s'accordano nel severo senso della propria missione e sono congiunti da una fraternità spirituale che - nel canto religioso (verso 82) e negli occhi volti verso il Cielo - si manifesta pure come elevazione verso Dio: in una fusione di sentimenti in cui il Poeta sembra vagheggiare quell'armonia di principi, che invano sognava di veder attuata in terra sotto il segno dell'Impero... Tra non poche e talora complesse allusioni storiche, notiamo tuttavia qualche tocco che illumina qua e là un tratto fisico o spirituale - si ricordi soprattutto il dolente atteggiamento del padre e del suocero di Filippo il Bello (versi 103 sgg.) - e notiamo osservazioni piene di verità umana (versi 121 sgg.), nonché l'alto clima morale in cui è sentita la missione dei principi e sono guardati i mali derivanti dalla loro negligenza o inettitudine... Povera di rilievo nei singoli particolari, questa rassegna ha tuttavia una sua vita per la suggestiva cornice della valletta, per l'aura pensosa che aleggia su tante ombre fraternamente assorte tra gravi cure della terra e desiderio del Cielo: in un clima di passioni che, mentre in parte riecheggiano quelle dell'apostrofe all'Italia (canto VI, versi 76 sgg.), si smorzano sullo sfondo di una religiosa elevazione balenante come un mistico contrappunto a tutta la scena" (Grabher).

Colui che siede sovrastando gli altri principi e mostra nel suo atteggiamento d'aver trascurato il proprio dovere (di scendere in Italia), e che non partecipa al canto come gli altri,

fu l'imperatore Rodolfo, il quale poteva sanare le piaghe che hanno distrutto l'Italia, cosicché troppo tardi per opera di un altro si tenterà di farla risorgere.

Rodolfo d'Asburgo, che Dante ha già colpito col suo biasimo nel canto precedente (versi 103-105) insieme al figlio Alberto, fu imperatore dal 1273 al 1291; di lui il Villani dice: "questo re Ridolfo fu di grande affare e magnanimo e pro' in arme e bene avventuroso in battaglie" (Cronaca VII, 55). La sua trascuratezza di fronte alla situazione italiana renderà vano ogni sforzo dei suoi successori per risanarla. E' nel giusto il Sapegno, il quale ritiene che il verso 96 alluda in modo indeterminato ai successori, mentre la maggior parte dei critici vi vede un riferimento alla discesa in Italia di Arrìgo VII, concludendo che questi versi sono stati scritti dopo il fallimento della sua impresa. cioè dopo il 1310, mentre il Poeta vi fa riferimento con fiducia e con speranza nel canto XXXIII del Purgatorio, versi 37-51.

Quell'altro, che nell'aspetto mostra di confortarlo, fu re nella terra (la Boemia) dove nascono le acque che la Moldava porta all'Elba, e l'Elba al mare:

si chiamò Ottocaro, e fin da bambino superò di gran lunga suo figlio Venceslao che ora, nell'età virile, vive completamente immerso nella lussuria e nell'ozio.

Ottocaro Il, eletto re di Boemia nel 1253, mori nel 1278 combattendo contro Rodolfo, di cui fu acerrimo nemico, mentre ora ne conforta l'austero dolore. Il figlio Venceslao IV regnò fino al 1305 e fu "dappoco uomo, vile e rimesso" (Anonimo Fiorentino).

E quello dal piccolissimo naso, che sembra in segreto colloquio con quell'altro che ha un aspetto così mite, morì fuggendo e facendo sfiorire nel disonore il giglio (insegna della casa reale di Francia erano, infatti, tre gigli d'oro in campo azzurro).

osservate là come si batte il petto! Guardate invece l'altro che ha appoggiato la guancia sulla palma della mano, sospirando malinconicamente.

Sono il padre e il suocero del disonore di Francia (Filippo il Bello) : conoscono la sua vita piena di vizi e vergognosa, e da qui nasce il dolore che così profondamente li trafigge.

Quel Nasetto è Filippo III l'Ardito, che fu re di Francia dal 1270 al 1285 (quando morì a Perpignano) e fu "nasello, imperò che ebbe piccolo naso"(Buti). Combatté contro Pietro III di
Aragona per il possesso della Sicilia, e, dopo la sconfitta della sua flotta ad opera dell'ammiraglio Ruggero di Lauria, "sbigottito, quasi come rotto si partì, e venendo per quelle montagne di Raona, per dolore e per affanno morì"(Anonimo Fiorentino).
L'altro vedete è Enrico il Grasso, che regnò sulla Navarra dal 1270 al 1274.
Il primo fu padre, il secondo suocero di Filippo IV il Bello, che Dante già colpì nell'Inferno (canto XIX, verso 87) e sul quale altre volte si abbatterà il suo biasimo (Purgatorio XX, 85 sgg.; XXXII, 151 sgg.; Paradiso XIX, 118 sgg.).

Quello che appare così nerboruto e che canta in perfetto accordo con l'altro dal gran naso, fu rivestito e ornato da ogni virtù;

e se gli fosse successo nel regno il giovinetto che qui siede dietro a lui, il retaggio della virtù si sarebbe egregiamente trasmesso di padre in figlio,

mentre questo non si può affermare degli altri eredi: Giacomo e Federigo hanno ora i regni; ma nessuno dei due ha preso il meglio dell'eredità paterna (del retaggio miglior, cioè la virtù).

Quel che par sì membruto è Pietro III d'Aragona, re dal 1276 al 1285, "Io quale lo bello e membruto de soa persona, e savio e virtuoso" (Lana). Combatté a causa della Sicilia contro Carlo I d'Angiò, con il quale ora s'accorda, cantando, entrambi dimentichi, in questo luogo di penitenza, delle discordie del mondo.
Carlo I d'Angiò, figlio del re di Francia Luigi VIII, fu re di Napoli dopo il 1266. Morì nel 1285, e nonostante Dante condanni la sua politica (Paradiso VIII, 73-75) e lo accusi dell'uccisione di Corradino di Svevia e del supposto assassinio di San Tommaso (Purgatorio XX, 67-69), lo salva perché morì cristianamente (cfr. il Villani nella sua Cronaca VII, 95).
Lo giovanetto sarebbe secondo alcuni Alfonso III, che successe al padre nel 1285 nel regno d'Aragona, ma più giustamente altri commentatori ritengono che qui Dante alluda a Pietro, ultimogenito di Pietro III, il quale morì giovanissimo prima del padre, mentre Alfonso divenne effettivamente re, lasciando una triste fama. Ora invece l'eredità di Pietro è in mano al figlio Giacomo Il, re di Sicilia dal 1286 e, dopo la morte di Alfonso, re di Aragona dal 1291, e all'altro figlio Federigo Il, che divenne re di Sicilia nel 1296.

Raramente la virtù dei padri ricompare nei figli; e questo è voluto da Dio che la dà, affinché la si riconosca derivata da Lui (da lui: e non ricevuta per eredità).

Anche a Carlo d'Angiò, il Nasuto, sono dirette le mie parole, non meno che all'altro che canta con lui, Pietro, per la quale degenerazione la Puglia e la Provenza già si dolgono.

La pianta (cioè il figlio Carlo II) è tanto inferiore al suo seme (cioè al padre Carlo I), quanto Costanza (vedova di Pietro III d'Aragona) ha motivo di vantarsi ancora di suo marito più di quanto abbiano motivo di vantarsi del loro Beatrice di Provenza e Margherita di Borgogna (prima e seconda moglie di Carlo I d'Angiò).

Dante vuole rivolgere le sue parole in torno ai discendenti degeneri non solo a Pietro III, ma anche a Carlo d'Angiò, perché la Puglia (il regno di Napoli) e la Provenza si dolgono per il malgoverno del figlio Carlo II, detto lo Zoppo, che è inferiore al padre, quanto questo, per meriti, lo è nei confronti di Pietro d'Aragona.

Osservate invece là come siede appartato il re dalla vita semplice, Enrico d'Inghilterra: egli ha nei suoi discendenti un esito migliore.

Arrigo III, re d'Inghilterra, morto nel 1272, fu figlio di Giovanni Senzaterra. Uomo "semplice... e di buona fè e di poco valore" secondo il Villani (Cronaca V, 4), fu da Sordello accusato di viltà nel Compianto. Dante lo definisce re della semplice vita, dove semplice può significare « sciocca » oppure « modesta», come ritenevano gli antichi commentatori: il suo isolamento non sarebbe altro che un riflesso di quella sua semplice vita. Tuttavia fu più fortunato nei suoi discendenti, perché il figlio Edoardo I (re d'Inghilterra dal 1272 al 1307) fu "buono e valente re" (Villani - Cronaca VIII, 90).

Quello fra loro che sta seduto più in basso, con lo sguardo rivolta verso il cielo, è il marchese Guglielmo, a causa del quale Alessandria e la sua guerra

portano desolazione e pianto nel Monferrato e nel Canavese. »

Guglielmo VII, detto Spadalunga, marchese di Monferrato dal 1254 al 1292, fu vicario imperiale e come capo dei Ghibellini combatté contro i Comuni guelfi. Nel 1290 i cittadini di Alessandría, istigati da quelli di Asti, si ribellarono e lo fecero prigioniero, chiudendolo in una gabbia di ferro, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1292. Il figlio Giovanni I, per vendicarlo, assalì la città di Alessandria, scatenando una lunga guerra che sparse la desolazione nelle regioni del Monferrato e del Canavese.

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