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Canto III

Sebbene l'improvvisa fuga sparpagliasse quelle anime per la pianura, verso il monte dove la giustizia divina ci tormenta (per purificarci),

io mi accostai alla fedele compagnia: e come avrei potuto allontanarmi senza di lui? chi mi avrebbe guidato su per il monte?

Egli mi sembrava tormentato dalla sua stessa coscienza: o spirito retto e puro, come un piccolo errore è per te causa di crudele dolore!

Queste terzine, mentre costituiscono un elemento di collegamento con il canto precedente (si nota spesso nel Purgatorio la tendenza ad eliminare ogni soluzione di continuità per evidenziare anche da un punto di vista compositivo la compatta struttura spirituale del mondo della purificazione), impostano il tema fondamentale del nuovo canto, il cui svolgimento complesso ma graduale ci porterà da questa apertura drammatica e ansiosa ai toni elegiaci ed idillici della parte centrale, alle distensioni intime e pensose di quella finale. Il paesaggio silenzioso e grandioso della campagna in cui le anime rimproverate da Catone si disperdono, isola l'intenso turbamento di Dante e Virgilio, l'improvviso stagliarsi del monte accentua il loro smarrimento, denunciando la prima delle costanti tematiche che il Caccia bene mette in rilievo: "l'accusa precisa dei limiti della ragione umana, di quella ragione che persino in un grande come Virgilio commette errori, o perde la propria dignità nello smarrimento di un istante", ma è anche la ragione stessa che "invita le anime a correre verso il sacro monte: e solo il momentaneo oblio al canto di Casella può averle distolte dal loro cammino. Virgilio è da se stesso rimorso".

Quando i passi di Virgilio non procedettero più con la fretta. che toglie decoro ad ogni azione, la mia mente, che prima era raccolta (in un solo pensiero),

allargò la sua attenzione, come desiderosa di altre cose, e alzai gli occhi in direzione del monte che più alto (di tutti gli altri) si erge dalle acque verso il cielo.

Il sole, che rosso ardeva alle nostre spalle, era interrotto davanti al mio corpo, che faceva da impedimento ai suoi raggi.

Mi girai di fianco temendo d'essere abbandonato, quando scorsi che la terra era scura solo davanti a me;

e Virgilio: « Perché dubiti ancora ?» prese a dirmi volgendosi interamente verso di me: «non credi che io sia, con te e che ti guidi?

E' già l'ora del vespro là dove è sepolto il mio corpo col quale facevo ombra: si trova a Napoli, e fu trasportato da Brindisi.

Virgilio morì a Brindisi nel 19 a. C. e il suo corpo, per ordine di Augusto, fu trasportato a Napoli e sepolto sulla via di Pozzuoli. Poiché il sole è da poco sorto nel purgatorio, e quindi è da poco tramontato a Gerusalemme, a Napoli (secondo i calcoli di Dante l'Italia meridionale è a 45 gradi di longitudine da Gerusalemme) è l'ora del vespro. In questo momento la vita del personaggio Virgilio viene approfondita al di là di ogni altra sua precedente individuazione e condotta al centro più intimo del suo significato umano, storico, religioso (tutto il canto è ricco di echi virgiliani: nella poesia della terra, nella contemplazione del cielo, nel tema dei sepolcri e in quello dei corpi insepolti), mentre "si sviluppa il primo movimento elegiaco: nella indicazione del corpo lontano, e quindi della assenza dell'ombra di Virgilio, vibra più intimamente il compianto della sepoltura terrena e lontana e tutte le determinazioni geografiche e storiche... sensibilizzano il motivo poetico della separazione, della lontananza, della nostalgia e vespro ed ombra inducono indirettamente la coerente suggestione di una luce attenuata e malinconica, come le indicazioni sepolcrali... la lentezza pensosa del ritmo collaborano ad una musica funebre ed elegiaca, alla creazione di un epicedio affettuoso e dolente che anticipa quello più scoperto e diretto di Manfredi" (Binni).

Adesso, se davanti a me non si forma alcuna ombra, ciò non deve stupirti più del fatto che i cieli non impediscono che i raggi passino dall'uno all'altro.

Per sopportare pene, caldo e freddo, Dio onnipotente crea tali corpi, ma come faccia ciò, non vuole che sia rivelato agli uomini.

Stolto è colui il quale spera che la ragione umana possa percorrere la via infinita che Dio, uno nella sostanza e trino nelle persone, segue.

Limitatevi a considerare, o uomini, le cose come sono: giacché se aveste potuto capire tutte le cose, non sarebbe stato necessario che Maria partorisse;
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e vedeste bramare invano uomini siffatti che (meglio di altri) avrebbero potuto soddisfare (se fosse stato possibile con la sola ragione umana) la loro ansia di conoscenza, mentre invece (tale desiderio) è motivo per loro di pena etema:

parlo di Aristotile e di Platone e di molti altri ». E qui chinò il capo, e non aggiunse parola, e ristette turbato.


Una lettura che si fermi solo al valore didascalico dei versi 34-39, considerandoli come la parte centrale del discorso di Virgilio, corre il pericolo di non comprendere la profonda poesia che, attraverso le ombre ancora legate alla materia (versi 21-26), si libera nella trasparenza dei corpi dei trapassati (verso 28), si identifica con la luce rassicurante dei cieli (versi 29-30), si adagia infine nella Virtù che tutto dispone, enunciando le imperscrutabili disposizioni divine. Le affermazioni della filosofia scolastica che sostengono qui il pensiero di Dante si arricchiscono di vibrazioni liriche proprio perché sono pronunciate da chi, non avendo mai avuto esperienza della fede e del Dio cristiano, vede ora questa esperienza tramutarsi in nostalgia per un bene perduto, in eterna esclusione da un mondo ora intensamente desiderato, in condanna per sé e per la civiltà alla quale appartenne (versi 40-44). Quella che poteva essere una breve digressione per colpire la follia di chi pone ogni speranza nella sola ragione, diventa motivo teologico centrale di tutto il canto, che è quello, secondo la specificazione del Binni, della esclusione e della comunione delle anime: esclusione perpetua di chi disiar vedeste sanza frutto e ritrovata comunione "degli scomunicati redenti dal loro pentimento in punto di morte e vivi nell'esperienza letificante della ritrovata comunione, e nel ricordo dolente dell'esclusione passata".

Giungemmo frattanto alla base del monte: qui trovammo la roccia talmente ripida, che invano le gambe lì sarebbero volonterose di salire.

Tra Lerici (un castello sulla riviera ligure, alla foce del fiume Magra) e Turbia (un borgo nizzardo) la roccia più inaccessibile e impraticabile è, al confronto di quella, una scala comoda e ampia.

Il paesaggio dei primi due canti del Purgatorio viveva in un prorompere continuo di luce, si profilava come una immensità oceanica davanti ai due pellegrini, fino allora costretti nella voragine infernale: ora gli occhi di Dante e Virgilio si sono abituati alla luce, e nel paesaggio prima senza forme possono ora, distinguere meglio il poggio che 'nverso il cíel più alto si dislaga, le ombre si precisano, le pareti appaiono rocciose, erte, le notazioni si fanno realistiche, attente, e Dante, che prima aveva fatto riferimento alle costellazioni, al corso del sole, ai movimenti dei cieli, ritorna con animo quasi angosciato al mondo che conosce, alla terra, per trovare in essa qualche termine di paragone. Sarà lo stesso paesaggio che con una muta sgomenta elegia, ritmata quasi sul tono di una funebre marcia, fa da sfondo alla cupa avventura del cadavere di Manfredi" (Caccia).

« Adesso chissà da quale parte la costa è meno ripida » disse, il mio maestro arrestandosi, « in modo da consentire la salita anche a chi non ha ali? »

E mentre egli, con gli occhi rivolti a terra, rifletteva sul cammino da tenere, e io guardavo in alto tutt’intorno alla roccia,

da sinistra vidi comparire una schiera di anime, che procedevano verso dì noi, e quasi non sembrava che ciò avvenisse, tanto lentamente si avvicinavano.

« Alza, o maestro », dissi, « il tuo sguardo: ecco da questa parte chi ci darà consiglio, se tu non riesci a trovarlo in te stesso. »

Allora guardò, e con viso rasserenato, rispose: « Avviciniamoci a loro, poiché essi avanzano lentamente; e tu, figlio caro, rafforza la tua speranza ».

Quella schiera era ancora così lontana, dico dopo aver noi fatto un migliaio di passi, quanta può essere la distanza cui un buon lanciatore scaglierebbe una pietra,

quando tutti si addossarono alle dure rocce dell'alta costa, e stettero fermi e raccolti come, chi va, si ferma a guardare quando è colto da un dubbio.
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La critica è concorde nel considerare il canto III uno dei più rappresentativi deIl'atmosfera corale del Purgatorio, "dove tutto è folla e gruppo, unici e monocordi" (Mattalia).
Cessate le violente apparizioni dell'inferno, le anime avanzano a schiera, cantando in un accordo profondo di atteggiamenti e di gesti, "come processioni di penitenti tutti raccolti interiormente e gravati da un ignoto peso dell'anima" (Grabber).
In Dante e Virgilio ogni residuo del turbamento iniziale si dissolve davanti a questa gente d'anime, a questo popol "il cui procedere lentissimo, agevola e sottolinea... il prevalere di un ritmo costante e distensivo che prepara il nuovo culmine poetico di un altissimo idillio, di una «pastorale» purissima ai cui margini pur vibra, in forme sempre più attenuate di stupore e di trepidazione, l'eco di quel movimento di incertezza... e che qui mai si dissocia completamente dal fondamentale sentimento letificante di concordia e di salvezza in comune delle anime degli scomunicati pentiti e avviati alla loro totale liberazione" (Binni). L'avanzare deciso dei due pellegrini (con libero piglio) contrasta con quello lentissimo delle anime che, di fronte a un'apparizione così lontana ormai dal loro mondo, arretrano e si addossano al monte "con un risultato figurativo di mobile bassorilievo" (Binni), che, accostato alla similitudine successiva delle pecorelle sembra richiamare i bassorilievi paleocristiani, o certi mosaici ravennati o alcuni affreschi romanici.

« O voi che siete morti in grazia di Dio, o spiriti già destinati alla salvezza eterna », prese a dire Virgilio, « in nome di quella pace che io credo sia attesa da voi tutti,

diteci in qual punto la montagna è più agevole, sì da poterla salire, perché perder tempo dispiace a chi ne conosce il valore. »

Come le pecore escono dal recinto da sole, o a gruppi di due e di tre, e le altre sostano timide abbassando il muso e lo sguardo,

e quello che fa la prima, fanno anche le altre, raggruppandosi dietro a lei, se si ferma, obbedienti e mansuete, senza conoscerne il motivo,

così io vidi allora avvicinarsi le prime anime di quella felice moltitudine, umile nei volti e dignitosa nel procedere,

Questa similitudine di mirabile evidenza, le cui componenti, semplicità e mansuetudine, richiamano quella dei colombi (canto Il, versi 124-129), è la sintesi visiva di tutti gli elementi elegiaci del canto: l'animo del Poeta sembra abbandonarsi al nuovo sentimento di pace che avverte in sé e attorno a sé, alla comunione con le anime purganti, vuole vivere di quella umiltà alla quale è stato consacrato sulla spiaggia del purgatorio. Anche se la tradizione letteraria bucolica, di Virgilio in particolare, il ricordo evangelico (le anime presentate attraverso l'immagine degli agnelli e delle pecorelle) e un passo del Convivio (I, XI, 9-10) lo sorreggono, questo quadro - pur essendo "uno dei più nitidi studi dal vero di tutto il poema, uno di quelli in cui Dante ha trovato più genialmente la parola pittrice" (Momigliano) - non è che l'estremo sviluppo del tema centrale dell'umiltà delle anime che si abbandonano alla volontà divina, che sono contente del quia. Infatti l'osservazione dei movimento lento ma sicuro (a una, a due, a tre), dell'atteggiamento (atterrando l'occhio e 'l muso), della concordia (e ciò che la la prima, e l'altre fanno), l'uso dei diminutivi (pecorelle, timidette), la scelta degli aggettivi (semplici, quete), preparano le ultime parole della similitudine: e lo 'mperché non sanno. Se il turbamento genera incertezza - nota il Caccia - "incertezza genera umiltà, e tutto il canto si ispira a questo motivo della umiltà, che è poi la virtù opposta all'antica colpa". Così è umile Virgilio, che esorta ad accontentarsi della realtà contingente e riconosce di aver bisogno egli stesso di consiglio, umili sono queste anime, umiIe sarà Dante di fronte a Manfredi, ma umile sarà soprattutto lo stesso Manfredi la cui alta personalità si china alle universali leggi divine e che, pur conservando ancora per istinto e per abitudine tutta la sua aristocraticità regale, si fa riconoscere non per una corona ma per due ferite". Il primo incontro di Dante con le anime del purgatorio avviene con coloro che più sono lontani dalla salvezza, cioè con gli scomunicati, "coloro la cui ribellione alla legge divina non fu solo individuale ma sociale, coloro che rifiutarono obbedienza alla Chiesa". Secondo la legge del contrappasso essi che in vita furono superbi, orgogliosi, ribelli. dovranno ora essere umili, mansueti, docili al destino e all'altrui volontà: "anzi, sono fra le anime più timide del purgatorio, non solo perché la loro personalità ribelle ebbe esemplare annullamento nel disonore della scomunica... ma perché fra tutte le anime... queste hanno pur tutta l'incertezza e il tremore di chi si trova ancora assai prossimo alla piaggia cui si giunge affannati e smarriti" (Caccia).

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Non appena quelle anime videro in terra, alla mia destra, la luce interrotta, poiché la mia ombra stava fra me e la roccia,

si arrestarono, e indietreggiarono un poco, e tutte le altre che venivano dietro, pur non conoscendone il motivo, fecero altrettanto.

« Senza attendere che voi me lo domandiate, vi dichiaro che questo che voi vedete è un corpo umano, per questo la luce del sole è, in terra, interrotta.

Non stupitevi; ma credete che non è senza l'aiuto del cielo che io cerco di superare questa roccia. »

Così parlò Virgilio; e quegli spiriti eletti. «Tornate indietro e camminate dunque davanti a noi», dissero, facendoci segno col dorso delle mani.

E uno di loro prese a dire: « Chiunque tu sia, mentre cammini volgi gli occhi: cerca di ricordare se in terra tu mi abbia mai veduto ».

Parla Manfredi, figlio naturale di Federico II che appena diciottenne, nel 1250, alla morte del padre, governò il regno di Napoli e Sicilia per il fratello Corrado IV, dopo la morte del quale si fece incoronare re a Palermo (1258). Guidò il partito ghibellino in Italia, lottando duramente contro la Chiesa che lo scomunicò, finché il pontefice Clemente IV chiamò in Italia Carlo I d'Angiò, che sconfisse a Benevento nel 1266 Manfredi, il quale morì in battaglia. I cronisti del tempo lo giudicarono in modo opposto: quelli ghibellini lo esaltarono entusiastìcamente, quelli guelfi lo accusarono di ogni nefandezza. Tuttavia il Villani (Cronaca VI, 46), benché guelfo, afferma: "Fu bello del corpo e, come il padre e più, dissoluto in ogni lussuria; sonatore e cantatore era;... molto fu largo e cortese e di buon aire, sicché egli era molto amato e grazioso; ma tutta sua vita fu epicuria, non curando quasi né Iddìo né Santi". Dante in un passo del De Vulgari Eloquentia (I, XII, 4), tesse grandi lodi per l'opera politica e culturale di Federico Il e di Manfredi, tralasciando ogni giudizio morale. E, se pone Federico Il fra gli epicurei nell'inferno, salva Manfredi in virtù di un pentimento poco prima della morte.

Io mi girai verso di lui e lo guardai attentamente: era biondo, bello e di nobile aspetto, ma aveva un sopracciglio diviso in due da una ferita.

Quand'ebbi con cortesia negato d'averlo mai conosciuto, egli dìsse: « Adesso guarda»; e mi mostrò una ferita vicino al cuore.

Poi aggiunse sorridendo: « Sono Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza; perciò ti prego, quando ritornerai in terra,

di andare dalla mia bella figlia, madre di coloro che sono i sovrani di Sicilia e d'Aragona, per dirle la verità su di me, se si raccontano altre cose.

Costanza imperadrice è Costanza d'Altavilla, sposa dell'imperatore Arrigo VI e madre di Federico II.
La figlia di Manfredi è Costanza che sposò Pietro III d'Aragona ed ebbe come figli Federico II, re di Sicilia, e Giacomo Il, re d'Aragona.

Quand'ebbi il corpo trafitto da due colpi mortali, io mi rivolsi, piangendo (per il pentimento dei peccati), a Colui che è sempre pronto a concedere il suo perdono.

I miei peccati furono orribili; ma la infinita misericordia ha braccia tanto ampie da accogliere tutti coloro che a Lei si rivolgono.

Se il Purgatorio è la cantica delle idealità e degli affetti, l'animo di Dante è pur sempre impegnato con la cronaca e con la storia, con il dramma e la tragedia dei suoi tempi; il Poeta muta solo il tono, osserva in lontananza, acquista un senso di distacco. "Manfredi prende tutto il suo rilievo non solo sullo sfondo di quel paesaggio e di quelle anime scorate che lo accompagnano, ma anche sullo sfondo di quei profondi ideali, di quella epica lotta, di quelle sue stesse amare vicende innalzate alla pietà che vince l'orrore, alla sofferenza che redime, alla bontà che perdona." (Caccia) Solo rilevando con forza il netto contrasto fra gli orribil... peccati miei e la bontà infinita, l'episodio acquista valore e funzione di exemplum, di "lezione profonda di umiltà" (Sapegno) .
Nella figura del re svevo si attua appieno il processo di spiritualizzazione proprio di tutta la seconda cantica: il sorriso con cui si rivolge a Dante quasi per attenuare l'orrore delle ferite, segna il distacco fra la tragedia della sua vita terrena e la raggiunta serenità, che ha liberato Manfredi dei suoi peccati, ma gli mantiene la regalità di un tempo, trasumanandola anzi in santa regalità, dopo averla liberata da ogni superbia. pon mente se di là mi vedesti unque... io son Manfredi... ond'io ti priego.
Infatti alto e distaccato è il tono delle sue parole, quasi solenne l'accenno a Costanza ímperadrice, alla figlia genitrice dell'onor di Cicilia e d'Aragona, Il regale è il suo discorrere ampio e la sua sintassi latineggiante (ondio ti priego che quando tu riedi ... ); regale è quel suo ricordare, di tanto odio, solo quel suo cadavere gettato oltre i confini del regno: persino l'immagine stessa della bontà divina (la bontà divina ha sì gran braccia) acquista in lui una latitudine regale... Quel sorriso, come quel suo volto bello e gentile, sono ora le sue vere insegne di re" (Caccia). Avvertiamo la nobiltà del suo animo proprio nell'umile confessione della sua miseria umana (io mi rendei, piangendo), nel riconoscimento di un potere superiore che si manifesta come amore (la bontà infinita), verso il quale la sua anima vibra e si slancia stanca delle lotte della vita.

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Se il vescovo di Cosenza, che da papa Clemente fu indotto allora a perseguitarmi, avesse potuto penetrare questo aspetto di Dio,

le mie ossa sarebbero ancora in capo a un ponte vicìno a Benevento, custodite da un mucchio di pietre.

Adesso la pioggia le bagna e il vento le agita; fuori del regno (di Napoli e di Sicilia), quasi sul Garigliano, dove egli le trasportò a ceri spenti (come si usava per i cadaveri degli scomunicati e degli eretici).

Il pastor di Cosenza è l'arcivescovo Bartolomeo Pignatelli; che rappresentava Clemente IV presso Carlo d'Angiò. Il Villani (Cronaca, VII, 9) narra che il cadavere di Manfredi, ritrovato sul campo di battaglia dopo tre giorni, fu sepolto dagli stessi nemici sotto una "grande mora di sassi" e che invece secondo altri il vescovo di Cosenza fece dissotterrare il corpo e trasportarlo fuori del regno dì Napoli, "ch'era terra di Chiesa", per abbandonarlo lungo le rive del Garigliano, che segnava il confine fra il regno meridionale e lo stato della Chiesa.
Nelle parole di Manfredi tutto diventa rappresentazione ed immagine: l'ostilità dei pastor di Cosenza si trasforma in.movimento di caccia selvaggia e le feroce, le fasi della battaglia si riassumono nel pesante tumulo di sassi che la pietà dei nemici ha eretto sopra il suo corpo, l'odio dei suoi persecutori appare nel trascinarsi di quelle povere ossa battute dalla pioggia e dal vento: eppure non c'è dura polemica contro alcuno, ma solo, l'amara constatazione, di vedere altri uomini peccare come tante volte ha peccato lui stesso.

In seguito alle loro scomuniche (maladizion: la scomunica infatti non comporta di necessità la dannazione spirituale) la grazia di Dio non si perde a tal punto che non si possa recuperare, finché la speranza non è del tutto inaridita.

Tuttavia chi muore scomunicato, anche se si pente in punto di morte, deve restare fuori di questo monte,

per un periodo di tempo trenta volte più lungo di quello che da vivo ha nella sua ostinazione orgogliosa, a meno che tale decreto non venga abbreviato dalle preghiere dei buoni.

Vedi dunque se puoi farmi contento, rivelando, alla mia buona Costanza dove e in che modo mi hai visto, e anche questo divieto,

poiché noi molto progrediamo nella purificazione grazie, ai suffragi dei vivi ».

L'elegia che aveva raggiunto, il suo tono più cupo nei versi 130-132 e si era tramutata.in uno slancio di fede e di speranza (versi 134-135). si conclude ristabilendo "quell'armonia tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti che il drammatico racconto sembrerebbe aver spezzato" e chiude l'episodío proprio in questo tono di umiltà familiare, nel sigillo di quello spirito comunitario che... anima il corale respiro lirico del canto" (Caccia).

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