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Canto XXVI

Mentre procedevamo con cautela (sì: cfr. canto XXV, versi 115-117) lungo il margine esterno della cornice, uno davanti all'altro, e spesso il valente maestro mi diceva: « Fa' attenzione: ti sia utile il fatto che ti rendo accorto del pericolo »,

il sole che, diffondendo i suoi raggi, già cambiava in bianco l'aspetto azzurrino della zona occidentale del cielo (avviandosi ormai al tramonto), mi colpiva la parte destra del corpo;

ed io con l'ombra (proiettata dal mio corpo) facevo apparire la fiamma più rosseggiante; e vidi che molte ombre, pur continuando a camminare, prestavano attenzione anche solo a un così piccolo indizio.

Il canto si apre con un forte gioco di contrasti: la luce del sole che tramonta trasforma, per trapassi insensibili, il colore del cielo ad occidente, laddove ogni forma di attenuazione scompare nella notazione che definisce in termini recisi, con un'animazione che richiama un conflitto armato e il sangue sparso (ferìami), il punto esatto in cui questa luce tocca Dante (in su l'omero destro) proiettandone l'ombra sul muro compatto di fiamme. Da questo emana altra luce, con effetti diversi e diversa risonanza simbolica, e in esso ombre si stupiscono per l'improvvisa intensità che tale luce acquista dove l'ombra del corpo del pellegrino la protegge dai raggi solari. Osserva il Gallardo: "L'inizio di questo canto sembra richiamare quello del canto XXIII del Purgatorio; ma in realtà, anche se simile è il legame che lo unisce al canto precedente, assai diverso è il quadro, e nuovo. Qui è tutto movimento e senso del pericolo, mentre là era curiosità e desiderio di conoscere; e qui è vivo contrasto di luci e d'ombra che ben si addice al peccato di lussuria". Il Momigliano, d'altro canto, ha fatto acuti rilievi, a proposito di queste terzine iniziali, sulla capacità che ha Dante di "sostanziare di realtà una situazione irreale" ed ha additato in questo esordio "una concreta variante del motivo abituale all'Inferno e al Purgatorio: il modo come gli spiriti si accorgono che Dante è vivo". Partendo da queste osservazioni di carattere generale del Momigliano, il Roncaglia ha sottolineato come "il concreto realismo" si traduca "qui in effetti suggestivi di stupore...", rilevando, a proposito dei versi 10-12, l' "insistenza, che altrimenti potrebbe sembrare sovrabbondante, sullo aspetto incoativo dell'azione", onde in questo inizio di canto tutto "è trattenuto, rallentato, sospeso. E quando uno degli spiriti si rivolge infine a Dante [versi 16-18], parlando per tutti, anche la sua allocuzione allarga i tempi in una riguardosa e dubitativa perifrasi".


Questo fu il motivo che offri loro l'occasione di rivolgermi la parola; e cominciarono tra loro a dire: « Questo non sembra un corpo apparente (fittizio: come quello dei penitenti)».

Poi alcuni si spostarono verso di me, quanto fu loro possibile, sempre facendo attenzione a non uscire dalla fiamma.

« O tu che cammini dietro agli altri, non per il fatto di essere più pigro, ma forse per manifestare rispetto, rispondi a me che ardo nella sete (di sapere) e nel fuoco (purificatore).

Né la tua risposta è necessaria solo a me; perché tutte queste anime ne hanno maggior sete che non gli Indi o gli Etiopi (i popoli delle due regioni considerate le più calde della terra) di acqua fresca.

Spiegaci per quale ragione con la tua persona fai ostacolo ai raggi del sole, proprio come se tu non fossi ancora morto. »

La preghiera di quest'anima a Dante, appassionata ma contenuta nei modi di una nobile scelta stilistica (di cui sono indici tra l'altro il riferimento geografico del verso 21, nonché le due immagini che suggeriscono in termini intensi il fenomeno dell'ombra e l'atto del morire nei versi 22-24), introduce a quella che sarà la tonalità « alta » del canto nel suo complesso. In particolare, per quanto riguarda i versi 16-18, assai penetrante appare la seguente osservazione del Mattalia: "Il modo d'interpellare Dante è della più fine delicatezza: le anime, non conoscendo il Poeta, non trovano altro modo per rivolgersi a lui che indicandolo come terzo e ultimo della fila..., ma temono che l'aggettivo « ultimo » o « terzo » possa suonar male agli orecchi dell'interpellato: di qui la delicata precisazione [non per esser più tardo, ma forse reverente], che vuol esser una richiesta di scusa". Per il Roncaglia nei versi 18-21 "l'insistita metafora della sete, la comparazione con popoli di paesi torridi - immagini d'arsura dietro le quali è, se pur meno pronta, un'intuizione analoga a quella che ha dettato il sospiro di pena affocata di Guido da Montefeltro... - sembrano scaturite dallo stesso riardere della fiamma, e ne prolungano l'impressione".

Così mi parlava uno di loro: ed io mi sarei già manifestato, se la mia attenzione non si fosse volta ad uno spettacolo nuovo che apparve in quel momento,

poiché attraverso lo spazio occupato dalle fiamme (per lo mezzo del cammino acceso) avanzava una schiera in direzione opposta a quella della prima (alla quale appartiene l'anima che ha ora parlato), la quale concentrò la mia attenzione nell'osservare.

Li vedo (veggio) da ognuna delle due schiere farsi avanti sollecita ciascuna ombra e baciarsi una con l'altra senza fermarsi, contente di questa breve gioia

allo stesso modo dentro la loro fila scura le formiche si toccano l'un l'altra con il muso, forse per cercare di sapere la via da percorrere e il cibo che potranno trovare.

Non appena le due schiere interrompono l'abbraccio, prima di aver compiuto il primo passo per procedere oltre quel punto, ciascuna si sforza di gridare con voce che superi (quella dell'altro gruppo):

la seconda schiera: « Sodoma e Gomorra »; e la prima: « Pasifae si nasconde nella vacca, affinché il toro possa soddisfare il suo istinto ».

Nel settimo e ultimo girone del purgatorio sono puniti i lussuriosi che, per il contrappasso, ora ardono tra le fiamme come un tempo si lasciarono bruciare dal fuoco del desiderio. Essi appaiono divisi in due schiere: coloro che, pur peccando secondo natura, seguirono solo l'istinto senza che mai intervenisse il freno della ragione, e coloro che peccarono contro natura. Il primo gruppo procede tra le fiamme da sinistra verso destra, nella direzione abituale che si segue nel purgatorio, il secondo da destra verso sinistra, per sottolineare la innaturalità del vizio di sodomia. Quando le due schiere si incontrano, le anime si baciano, in una effusione di affetto nella quale il ricordo del peccato di un tempo appare ora sublimato in un puro ardore di carità. Nel momento in cui le ombre si separano, i sodomiti gridano il nome delle due città bibliche di Sodoma e Gomorra, simbolo di ogni corruzione (Genesi XVIII, 20: XIX, 24-25); i lussuriosi secondo natura ricordano un infamante esempio di lussuria: Pasifae, moglie di Minosse, re di Creta, si unì ad un toro, di cui si era innamorata, dopo essersi introdotta in una vacca di legno costruita per lei da Dedalo; da questa unione nacque il mostruoso Minotauro (cfr. Ovidio Metamorfosi VIII, 132; Virgilio - Eneide VI, 24-26; Inferno XII, 12 sgg.).

Poi simili a gru che (disponendosi in due gruppi) volino in parte verso le montagne del settentrione e in parte verso i deserti africani, queste desiderose di fuggire il freddo, quelle il caldo.

Dante presenta una similitudine ipotetica (volasser), in quanto le gru volano in massa per svernare al sud nella stagione fredda o per ritornare, nella stagione calda, alle loro sedi nordiche, qui indicate, secondo la geografia antica e medievale, col nome dei monti Rifei o Iperborei, posti all'estremo limite settentrionale dell'Europa. Al Poeta, che presenta per la terza volta una similitudine ispirata alle gru (cfr. Interno V, 46-47; Purgatorio XXIV, 64.. 66), interessa rilevare il separarsi delle due schiere di penitenti dopo l'incontro e il loro ordinato disporsi su due file.

un gruppo si allontana (verso sinistra), l'altro procede (verso destra, nella stessa direzione dei poeti); e ricominciano, piangendo, l'inno «Summae Deus clementiae» (primi canti: cfr. canto XXV, 121) e gli esempi più adatti al loro tipo di lussuria;

e quegli stessi che mi avevano pregato (di parlare) si riaccostano a me, come prima (cfr. versi 13-15). mostrandosi nell'aspetto attenti ad ascoltare.

Io, che per due volte (ora e prima dell'arrivo dei sodomiti) avevo visto ciò che essi desideravano conoscere, incominciai: « O anime sicure di conseguire, presto o tardi, una condizione di felicità,

le mie membra non sono rimaste in terra né giovani (acerbe: per morte precoce) né vecchie (mature: per morte naturale nella vecchiaia), ma esse sono qui con questo corpo che vedete con il loro sangue e con i loro nervi.

Da questo monte salgo verso il cielo per non essere più ottenebrato (dal peccato e dall'errore): c'è una donna (Beatrice per molti, la Vergine per alcuni) nel paradiso che mi ha impetrato grazia da Dio, per la quale grazia io porto il mio corpo ('l mortal) nel mondo del purgatorio (per vostro mondo).

Ma possa essere presto appagato il vostro maggior desiderio, cosicché vi accolga l'Empireo, il cielo che è pieno di amore e che racchiude tutti gli altri cieli,

ditemi (in nome di questo augurio), affinché anche di questo io possa scrivere, chi siete voi, e chi è quella schiera che procede in direzione opposta alle vostre spalle ».

Come (non altrimenti) si confonde stupefatto il montanaro, e meravigliandosi ammutolisce, quando rozzo e selvatico entra in città,

allo stesso modo fece ciascuna anima nel suo aspetto; ma dopo che si furono liberate dallo stupore, il quale negli animi elevati presto si attutisce (s'attuta: perché subentra la riflessione),

« Beato te » ricominciò l'anima che prima mi aveva interrogato, « che per morire in grazia di Dio (per morir meglio), fai esperienza del nostro mondo!

Le anime che camminano in direzione opposta alla nostra, hanno offeso (Dio) con il peccato per il quale Cesare una volta, mentre celebrava il trionfo, si sentì ironicamente chiamare regina:

Guido Guinizelli presenta il secondo gruppo dei lussuriosi, coloro che si macchiarono del peccato di sodomia, peccato che alcune fonti storiche (Svetonio - Vitae Caesarum 49; e, come fonte diretta di Dante, Uguccione da Pisa nelle Magnae Derivationes) attribuiscono anche a Caio Giulio Cesare. Questo fu accusato di aver avuto rapporti contro natura con Nicomede, re di Bitinia (da ciò deriva l'espressione del verso 78: regina), e mentre celebrava il trionfo militare dopo la spedizione vittoriosa in Gallia fu schernito dai suoi stessi soldati.

per tale peccato si allontanano da noi gridando "Sodoma", rimproverando se stessi, come hai udito, e con la vergogna completano l'opera purificatrice della fiamma.

Il nostro peccato invece avvenne tra persone di sesso diverso; ma poiché (pur non peccando contro natura) non osservammo la legge della ragione (umana legge: la norma alla quale deve attenersi l'uomo in quanto essere razionale e perciò obbligato a frenare gli istinti), abbandonandoci all'istinto come le bestie,

a nostro obbrobrio, gridiamo, quando ci allontaniamo dall'altra schiera, il nome di Pasifae, colei che si fece bestia nel legno fatto in forma di bestia.

Dante nel verso 82 ha trasformato in aggettivo il nome di Ermafrodito, figlio di Mercurio e di Venere, il quale, innamoratosi della ninfa Salmace, si unì a lei formando un solo corpo con i caratteri dei due sessi (cfr. Ovidio Metamorfosi IV, versi 288 sgg.).

Ora puoi capire il nostro comportamento qui e il peccato di cui ci macchiammo: se vuoi forse sapere chi siamo con l'indicazione del nostro nome, non è il momento opportuno per farlo, né saprei indicarti i miei compagni.

Placherò ben volentieri il tuo desiderio (farotti ben... volere scemo) riguardo a me: sono Guido Guinizelli; e (benché sia morto non molti anni fa) mi trovo già a purificarmi nel purgatorio vero e proprio, per essermi pentito prima di giungere al momento estremo della vita.

Guido Guinizelli nacque dalla nobile famiglia bolognese dei Principi fra il 1230 e il 1240 e morì nel 1276. Può essere considerato l'iniziatore del dolce stil novo, del quale fu il massimo esponente prima di Guido Cavalcanti. La sua composizione più famosa, "Al cor gentil repara sempre Amore", apre una nuova strada e nell'uso della lingua volgare e nella concezione dell'amore che presuppone la nobiltà dell'animo. Dante lo considerò come il suo maestro nella poesia amorosa, definendolo "saggio" nel sonetto "Amor e 'I cor gentil" della Vita Nova (XX), "nobile" nel Convivio (IV, XX, 7) , "grandissimo" nel De Vulgari Eloquentia (I, XV, 6). Lo pone, tuttavia, nella cornice dei lussuriosi per sottolineare la presenza nella sua poesia amorosa di elementi sensualistici, presenza "ch'è pur nella poesia d'amore dantesca anteriore alla Commedia, e di cui Dante, patendo fisicamente lo stesso fuoco del Guinizelli e del provenzale Arnaldo, fa qui la « purga »: letteraria e dottrinale" (Mattalia).

Nello stesso stato d'animo in cui si trovarono nell'episodio di dolore e di ira di Licurgo i due figli quando videro la madre, mi trovai io, ma non osai buttarmi tra le fiamme,

allorché udii pronunciare il suo nome da Guido, padre (nel campo poetico) mio e degli altri rimatori migliori di me che scrissero versi d'amore dolci ed eleganti;

Stazio nella Tebaide racconta che Isifile, diventata schiava di Licurgo, re di Nemea, e incaricata di custodirne il figlioletto, abbandonò quest'ultimo sull'erba per mostrare ai Greci assetati la fonte Langia (cfr. Purgatorio XXII, 112); ma un serpente morse il bambino uccidendolo. Isifile venne condannata a morte: mentre era già nelle mani dei carnefici, venne riconosciuta dai figli Toante ed Euneo, che si slanciarono tra i soldati, raggiungendo la madre e portandola in salvo. Dante paragona l'intensità del desiderio che lo spinge ad entrare nel fuoco per abbracciare Guido all'impeto di affetto con il quale i giovani corsero verso la madre.

e senza udire e parlare procedetti pensoso osservando a lungo Guido, e, a causa del fuoco, non mi avvicinai di più a lui.

Quando fui pago di guardarlo, mi dichiarai tutto pronto a soddisfare le sue richieste con l'affermazione alla quale tutti credono (cioè mediante il giuramento) .

Ed egli a me: « Tu lasci dentro di me, per quello che ho udito (cfr. versi 55-60), una impronta così profonda e così luminosa, che il Letè (il fiume dell'oblio: cfr. canto XXVIII, 127-128) non la potrà cancellare né oscurare,

Ma se le tue parole poco fa mi hanno giurato il vero, dimmi quale è il motivo per il quale tu dimostri nelle parole e nello sguardo di avermi caro ».

Ed io a lui: « Le vostre dolci rime, che, finché durerà l'uso di poetare in volgare (quanto durerà l'uso moderno), renderanno preziosi anche i loro inchiostri ».

L'affermazione contenuta nel verso 113 è chiarita da un passo della Vita Nova (XXV, 4), dove Dante osserva che "non è molto numero d'anni passati, che appariro prima questi poete volgari", i quali sostituirono ali uso della lingua latina quello del volgare, conferendo dignità letteraria all'idioma adoperato nella vita quotidiana, al parlar materno (verso 117) , che si impara dalla bocca della madre, di contro ai latino imparato sui testi.

« O fratello », disse, « questo che ti indico con il dito », e additò uno spirito davanti, « fu migliore artefice nell'uso della sua lingua materna.

Colui che, secondo il Guinizelli, fu miglior poeta nella sua lingua - il provenzale - di quanto il Guinizelli stesso lo fosse nella sua - l'italiano - è Arnaldo Daniello (Arnaut Daniel), uno dei più grandi trovatori provenzali, vissuto nella seconda metà del secolo XII. Dante dimostrò per lui una grande ammirazione, tanto da imitarlo nelle Rime petrose e da lodarlo in diversi passi del De Vulgari Eloquentia (II, II, 9; VI, 6; X, 2; XIII, 2) per l'impegno dell'argomento amoroso e la raffinatezza stilistica. Nei versi 115-117 Dante ammette esplicitamente, attraverso le parole stesse del Guinizelli, che il poeta bolognese "rinnovò la poesia italiana mettendosi sulla strada aperta dal Daniello, tanto nel campo della tecnica propriamente detta, quanto dell'affinamento linguistico e stilistico" (Mattalia).

Fu superiore a tutti coloro che scrissero poesie, prose in volgare non badare agli sciocchi i quali affermano che è superiore il poeta del Limosino.

I versi d'amore sono le liriche amorose in lingua provenzale e italiano le prose di romanzi sono le narrazioni di amori e di avventure che caratterizzarono la letteratura in lingua d'oil, in modo particolare il ciclo brettone. Quel di Lemosì è Girardo (Giraud di Bornelh, poeta provenzale nato a Limosino nella seconda metà del secolo XII e definito da Dante il canto della rettitudine in un passo del De Vulgari Eloquenyia (II, II, 9). Il suo stile, in confronto a quello prezioso elaborato e complesso del Daniello, appare più semplice e viene giudica negativamente da Dante, di contro ad una diffusa opinione del tempo, che esaltava Girardo come il più grande dei trovatori.

(Questi stolti) prestano attenzione a quello che si sente dire più che a quello che è realmente, e così formano la loro opinione prima di ascoltare gli argomenti dell'arte o della ragione.

Così fecero molti della passata generazione letteraria a proposito di Guittone, dando onore soltanto a lui col ripetere di bocca in bocca lo stesso giudizio, finché ha annullato il suo nome il retto giudizio di molti letterati (con più persone che hanno ascoltato la voce dell'arte o della ragion).

Per la figura di Guittone del Viva di Arezzo cfr. la nota al canto XXIV, versi 56-57. Dante, che ha riaperto nei versi 119-120 la vecchia polemica tra Arnaut Daniel e Giraut de Bornelh, risolvendola in favore del primo per la raffinatezza del linguaggio, ripropone ora, nei versi 124-126, il duro giudizio formulato nel De Vulgari Eloquentia (II, VI, 8) e nella Commedia (cfr. Purgatorio XXIV, 55-62) contro Guittone e i suoi imitatori in nome della superiorità del dolce stil novo. Egli rimprovera il poeta aretino e i suoi seguaci di essere rimasti legati al rozzo linguaggio plebeo, respingendo l'uso del volgare nelle sue forme più eleganti, quale veniva praticato nella nuova poesia.
Contrapponendosi ad una opinione espressa dal Momigliano - secondo il quale in questa parte dell'episodio, che ha per protagonista l'iniziatore della corrente letteraria del dolce stil novo "l'interesse di Dante non è poetico ma letterario, polemico: press'a poco come nell'episodio di Bonaggiunta" , il Roncaglia rileva che ivi "piuttosto che dal lato dell'« interesse letterario », il rischio per la poesia si profila, semmai, proprio dal lato dell'autobiografismo", e ricorda in proposito i pareri formulati dal Torraca ("io sento qui ribollire i rimasugli dei vecchi rancori") e dal Crescini ("Dante perde la pazienza, si abbandona, senza ritegno, alle focose sue predilezioni"). "Ma - aggiunge il critico - la passionalità autobiografica, rilevata da questi giudizi, è mediata dalla fede nella validità assoluta della propria esperienza, onde si trasforma nella contemplazione d'una verità già sofferta, ora posseduta fuori d'ogni contingenza... Il ricordo delle emozioni estetiche provate, e delle certezze intellettuali che ne scaturirono è troppo appassionato per essere « critica»; ma nello stesso tempo è sollevato, attraverso la mediazione d'una matura coscienza critica, su un piano troppo assoluto per essere autobiografia »."

Ora se tu godi di un così ampio privilegio, che ti è permesso entrare nel paradiso (chiostro che racchiude i beati, come in terra il chiostro racchiude coloro che si dedicano alla vita religiosa) nel quale Cristo è il capo della comunità (abate del collegio),

recita davanti a Lui per me un Pater noster, quel tanto che occorre a noi anime del purgatorio, dove non siamo più soggette alla possibilità di peccare (e perciò bisogna sopprimere l'espressione finale "e non ci indutre in tentazione"). »

Poi, forse per dare luogo a un altro dopo di lui che gli stava vicino, scomparve nel fuoco, come scompare nell'acqua il pesce che si dirige verso il fondo.

Io mi avanzai un poco verso lo spirito che mi era stato indicato (al mostrato: cfr. versi 115-116) , e dissi che il desiderio di conoscerlo preparava (nella mia anima) una grata accoglienza al suo nome.

Egli cominciò a dire senza farsi pregare (liberamente): «Tanto mi è cara la vostra cortese domanda, che io non mi posso né voglio nascondermi a voi.

lo sono Arnaldo, che piango e vado cantando; pensoso contemplo la passata follia e vedo gioendo, davanti a me, il giorno che spero.

Ora vi prego, per quella virtù (cioè Dio) che vi conduce al sommo della scala (del purgatorio), vi sovvenga a tempo del mio dolore! »

Poi si nascose nel fuoco che li purifica.

Arnaldo Daniello ha parlato in provenzale, dandoci l'unico brano in lingua straniera, ad eccezione di brevi espressioni in latino, contenuto nelle tre cantiche; esso è anche "un documento di familiare consuetudine [da parte di Dante] col provenzale" (Mattalia).
L'energia delle immagini penitenziali le quali, a partire dalla conclusione del canto precedente, hanno suggerito il paesaggio di fiamme della cornice dei lussuriosi, e hanno portato agli effetti di potente drammaticità caratterizzanti il sopragridar degli esempi di lussuria punita (versi 37-42), si attenua gradatamente, attraverso il filtro di care memorie, nel dialogo con Guido Guinizelli, onde la sparizione di questo spirito nelle fiamme purificatrici (versi 134-135) è resa attraverso un'espressione la quale "allontana l'immagine del muro di fuoco e vi sostituisce il velo muto e tranquillo dell'acqua" (Momigliano). A sua volta il discorso di Arnaldo Daniello, nel quale "non è da vedere un tratto di verismo linguistico; ma piuttosto un gusto di suggestione musicale simile a quello d'un compositore moderno che inserisca nella propria musica modi arcaici, ad esempio, di gregoriano" (Roncaglia), smorza ulteriormente lo spettacolare ed apocalittico tono derivante alla prima parte del canto dal divampare del fuoco - simbolo al tempo stesso della violenza della passione amorosa e di una rigenerazione totale - nell'ultimo girone del purgatorio. Ogni asperità di dramma è come riassorbita nell'accettazione serena ed appassionata del proprio martirio da parte dell'anima del trovatore provenzale
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