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Canto XXIV

Il parlare non rallentava il cammino, né il camminare rendeva più lento il discorso; ma, pur conversando, andavamo speditamente, come una nave spinta da vento favorevole.

E le ombre, che sembravano cose più che morte, (guardandomi) attraverso gli occhi infossati si meravigliavano di me, essendosi accorte che io ero ancora vivo.

E io, continuando il mio discorso (interrotto alla fine del canto precedente), dissi: « Quell'anima (Stazio) sale al paradiso forse più lentamente di quanto non farebbe (se fosse sola), per amore di Virgilio.

Ma se lo sai, dimmi dov'è tua sorella Piccarda (di lei Dante parlerà nel canto IIl del Paradiso, versi 34 sgg.) ; e dimmi se, tra questa gente che mi osserva in questo modo, posso vedere qualche persona degna di nota ».

« Mia sorella, che non so se fosse più bella o più buona, è già trionfante in paradiso, lieta della sua corona di gloria. »

Domina, nell'esordio del canto, il senso di pietà, non di crudele indagine, che scaturisce dall'accostamento lievissimo, appena sfiorato nel discreto parean, del termine ombre a quello, trascurato e non ulteriormente definito, di cose, cui I'attributo rimorte, denso di riferimenti alla sorte delle anime dopo la cessazione della vita in terra conferisce una cadenza di stanca, rassegnata abdicazione del volere individuale a quello della giustizia divina che impone di espiare. I versi 5-6 acquistano un ulteriore rilievo per la contrapposizione della vita destinata a manifestarsi nei penitenti di questa cornice in una condizione dura ed ingrata (per le tosse delli occhi riprende il motivo delle anella sanza gemme, ribadito poi nell'apertura dell'episodio di Forese - ed ecco del profondo della testa -) alla vita piena, non ancora votata al macerarsi nell'espiazione, al dissolversi quasi caricaturale del rivestimento corporeo.
Altri temi ancora del canto precedente riaffiorano musicalmente in questo: la evocazione di una figura femminile santificata nella preghiera e nella privazione (per cui all'immagine di Nella fa qui riscontro quella di Piccarda, veduta tuttavia quest'ultima non sullo sfondo di angosce costituito per le anime buone dal vivere in terra, ma nella gloria del suo trionfo paradisiaco), la recisa condanna di un costume e di una prassi che hanno trasformato l'ordinato agire dei cittadini di Firenze nel disordine assurdo ove l'arbitrio e la sete di primeggiare di ogni singolo, non trovano più un freno che li imbrigli e li regoli volgendoli a buon fine, per cui la condanna degli usi delle stacciate donne fiorentine troverà in questo canto (versi 82-87) la propria naturale continuazione e conclusione nella profezia del destino che attende il superbo Corso Donati. Verrà ripreso anche il tema dell'amicizia fedele e ormai purificata da ogni scoria terrena, che detterà a Forese l'ansiosa, addolorata domanda del verso 75 (quando fia ch'io ti riveggia?) e determinerà, nella risposta di Dante, gli accenti accorati della sua sazietà di vivere.


Cosi disse prima Forese; poi soggiunse: « In questo girone non è proibito (anzi è necessario) indicare ciascuno per nome, dal momento che, per il digiuno, la nostra fisionomia è così consunta.

Costui » e lo mostrò col dito « è Bonaggiunta, voglio dire Bonaggiunta da Lucca; e quello dietro a lui, con la faccia cosparsa di screpolature più di tutti gli altri,

fu sposo della Santa Chiesa (ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia): fu di Tours, e col digiuno sconta le anguille del lago di Bolsena e la vernaccia ».

Bonaggiunta Orbicciani degli Overardi fu un rimatore lucchese, vissuto nella seconda metà del secolo XIII. Le sue creazioni, raffinate ma fredde, sono di carattere provenzaleggiante e forse per tale motivo Dante lo ha scelto per mettere in rilievo la positività della nuova poesia, quella che chiamiamo dolce stil novo (versi 55 sgg.), rispetto alla precedente scuola poetica.
Colui che ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia è Martino IV, pontefice dal 1281 al 1285. Nacque a Montpincé nella Brie, e fu tesoriere della cattedrale di Tours. Il Villani (Cronaca VII, 58) lo giudica come papa "magnanimo e di gran cuore ne' fatti della Chiesa", mentre i cronisti del tempo (fra cui in particolare F. Pipino nel suo Chronicon) riportano numerosi e divertenti aneddoti sulla golosità di questo pontefice, particolarmente ghiotto delle anguille del lago di Bolsena, " le quali sono le migliori anguille che si mangino... e faceale mettere e morire nella vernaccia e poi battere e meschiare con cacio e uova e certe altre cose".

Forese poi mi nominò a uno a uno molti altri; e tutti apparivano lieti di esser indicati col loro nome, tanto che per questo non vidi nessuno per disappunto rabbuiarsi in volto.

Vidi Ubaldino della Pila muovere invano i denti per la fame e Bonifacio che, insignito del bastone pastorale, fu pastore di molte popolazioni.

Ubaldino degli Ubaldini, appartenente alla potente famiglia toscana dei conti della Pila (nel Mugello), fu padre dell'arcivescovo Ruggieri (Inferno XXXIII, 14) . Morì intorno al 1291.
Bonifacio dei Fieschi, un ligure che fu arcivescovo di Ravenna dal 1274 al 1295. godette fama di ecclesiastico gaudente.

Vidi messer Marchese degli Argogliosi, che già ebbe agio di bere a Forlì con minor sete di qui, sebbene sia stato così grande bevitore da non sentirsi mai sazio.

Marchese degli Argogliosi, nato a Forlì, fu eletto podestà di Faenza nel 1296. Molti furono gli aneddoti fioriti intorno alle sue notevoli capacità di bevitore.

Ma come fa chi guarda più persone e poi mostra di stimare più l'una che l'altra, così feci io verso Bonaggiunta, che sembrava più degli altri desideroso di conoscermi.

Egli parlava sottovoce: e io potevo percepire qualcosa come "Gentucca" dalla sua bocca dove egli sentiva più viva la tortura della fame e della sete che in tal modo li consuma.

Io dissi: « O anima che sembri così desiderosa di parlare con me, parla in modo che io ti capisca, e parlandomi appaga il tuo e il mio desiderio ».

Egli cominciò a dire: « È già nata una donna, che non porta ancora il velo maritale, la quale ti farà piacere la mia città, nonostante di essa si dica tanto male (come ch'uom la riprenda).

I commentatori più antichi, fra cui il Boccaccio, consideravano Gentucca non un nome proprio, ma un termine significante all'incirca "gente biasimevole'", "da poco", basandosi sul giudizio negativo da Dante sempre espresso nei confronti dei Lucchesi (cfr. Inferno XXI, 41-42) . Solo in un secondo tempo, sulla base di un suggerimento del Buti, si pensò ad un nome di donna e si affermò che Dante si sarebbe innamorato di Gentucca durante un soggiorno a Lucca. Esiste infatti un documento lucchese del 1317 che parla di Gentucca Morla, la quale sposò un certo Bonaccorso Fondora. Tuttavia i versi 43-45 non permettono in alcun modo di pensare ad un vero e proprio amore, bensì ad un sentimento di gratitudine che in questo momento il Poeta esprime per la cortesia e l'amicizia con cui questa donna lo avrebbe accolto durante il suo soggiorno a Lucca, avvenuto probabilmente intorno al 1306 mentre il Poeta era ospite di Moroello Malaspina, o alcuni anni più tardi.

Tu te ne andrai di qui con questa profezia: se per le parole che io mormoro è sorto in te qualche dubbio, i fatti ti illumineranno più delle mie parole.

Ma dimmi se qui vedo in te colui che diede l'avvio ad una nuova maniera di poetare, offrendone il primo esempio con (la canzone) « Donne ch'avete intelletto d'amore" ».

Ad un poeta come Bonaggiunta, ancora legato ai modi della lirica provenzale (nata spesso priva d'ispirazione e costruita su modelli ormai diventati canonici secondo uno stile oscuro e complesso, anche se elegante), non poteva non interessare l'incontro con chi invece da quei moduli si era staccato per creare un nuovo mondo poetico e un nuovo stile: ciò avveniva attraverso la composizione della Vita Nova e in modo particolare con la creazione di quel gruppo di rime amorose in lode di Beatrice, delle quali la prima è appunto "Donne ch'avete intelletto d'amore". Il Poeta così afferma a proposito di questa canzone: "la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa, e disse: "Donne ch'avete intelletto d'amore" (Vita Nova XIX, 2) .

E io gli risposi: « Io sono semplicemente uno (fra gli altri) che, quando avverto che l"amore mi parla, attentamente prendo nota, e cerco di esprimere fedelmente con le parole (vo significando) quello che esso detta dentro di me ».

Dopo che il primo verso della canzone "Donne ch'avete intelletto d'amore" ha precisato l'argomento della nuova poesia - quello dell'amore (in un significato che trascende quello solamente erotico della poesia passata, per svolgersi su un piano morale-religioso) . Dante vuole sottolineare il carattere dell'ispirazione, che deve nascere solo dall'anima (e non dalle regole accettate da una scuola poetica, come spesso avveniva nella lirica provenzale), avendo come unica guida, anzi dittator (verso 59), l'amore: in tal modo viene impegnata tutta l'esperienza intima di un poeta, nonché la sua capacità di ricercare una forma espressiva adeguata alla profondità della materia.

Egli disse: « O fratello, ora finalmente conosco l'impedimento che tenne il notaio Giacomo da Lentini e Guittone d'Arezzo e me al di fuori del dolce stiI novo, che ora mi spiego.

Giacomo da Lentini lavorò nella curia di Federico II, morendo intorno al 1250. II suo nome viene ricordato in questo momento per indicare i rimatori della scuola siciliana, che si formò intorno alla metà del '200 alla corte di Federico II, prendendo a modello la lirica provenzale.
Guittone d'Arezzo, morto a Firenze nel 1294, viene considerato, nella storiografia letteraria, come poeta di transizione (di animo vigoroso, ma di stile elaborato) fra la scuola siciliana e quella del dolce stil novo, sviluppatasi in Toscana. Benché Dante ne sia stato influenzato nella sua giovinezza, lo giudica severamente, insieme con Bonaggiunta e altri rimatori toscani, in un passo del De Vulgari Eloquentia (I, 131 sgg.) e del Purgatorio (XXVI, 124-126). È chiaro che Dante vuole mettere in rilievo la differenza fra la vecchia poesia (quella provenzale, siciliana, di transizione) e la nuova (che ha tra i suoi esponenti, oltre all'Alighieri, Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia, Lapo Gianni), differenza di contenuto (quando Amor mi spira, noto) e di ispirazione (a quel modo ch'é ditta dentro vo significando). Il verso su cui la critica, soprattutto in sede storiografica, si è soffermata, è il 57, nel quale l'espressione dolce stil novo è stata poi scelta come nome indicativo di tutta la nuova corrente poetica (dopo che alcuni critici avevano avanzato l'ipotesi che stil novo fosse proprio di Dante e degli altri poeti e dolce stil novo fosse da riferirsi solo a Dante). Stil indica la poesia, novo la caratteristica della materia, dove l'amore diventa una forza di raffinamento e di ascesi spirituale verso Dio, dolce la musicalità dell'espressione, oltre che la delicatezza del contenuto che tratta d"amore.

Ora vedo bene come le vostre penne seguono con stretta fedeltà l'amore che detta, il che non accadde certamente alle nostre;

e chiunque si metta a considerare ancor più attentamente, tra l'uno e l'altro stile (il nostro e il vostro) non vede altra differenza oltre quella che abbiamo detto (quella cioè relativa all'argomento d'amore e alla sincerità dell'ispirazione)»; e tacque, come appagato.

L'episodio di Bonaggiunta Orbicciani da Lucca è stato fatto oggetto di esegesi accurata e ricca di svolgimenti da parte dei critici. Occorre tuttavia premettere che esso - ed in particolare la terzina 52 - è mantenuto in un clima di voluta imprecisione, in un'atmosfera la quale, mentre da un lato ne sfuma i contorni nell'indeterminato della profezia, insiste dall'altro nel sottolineare unicamente la qualità interiore del comporre poetico, lo spirito religioso di cui l'atto creativo deve informarsi. Osserva in proposito il Pellegrini che ognuno dei termini della terzina in esame presenta una notevole indeterminatezza lessicale. Nell'ambito di quest'ultima il "dittare" di Amore può essere con pari diritto inteso nel suo senso più comune ed immediato - al quale farebbe riscontro, da parte dello scrittore inteso come semplice scrivano, un mero registrare - quanto in un senso che fu proprio del Medioevo e che poi si è perduto (quello di un'attività più specificamente ristretta all'ambito della letteratura, per cui il "dittare", in questa accezione limitata, sarebbe proprio soltanto di coloro che sanno servirsi degli strumenti espressivi i quali sono stati fissati da una lunga tradizione retorica) ed equivarrebbe quindi ad "ornare con colori retorici". II termine noto d'altro canto potrebbe voler dire "tanto « scrivo » (in abbreviatura o no), ovvero « registro », «osservo», quanto «metto in musica» o « canto su note musicali »"; analoghe "alternative semantiche" presenterebbero all'analisi spira e significando, laddove l'intera sintassi dell'espressione e a quel modo ch'é ditta dentro vo significando sarebbe suscettibile di due divergenti letture, a seconda del valore transitivo o intransitivo attribuito al gerundio significando; l'esegesi corrente interpreta significando intransitivamente, ma niente vieterebbe, secondo il Pellegrini, d'intendere: "e a quel modo [cioè notando] vo significando ciò ch'egli ditta dentro". Le conclusioni cui questo critico perviene sono pertanto quanto mai caute, per non dire scettiche, circa la possibilità di interpretare in maniera univoca i versi 52-54 e, di riflesso, l'intero episodio di Bonaggiunta.
Lo studio del Pellegrini tuttavia, se costituisce un'introduzione efficace e quasi indispensabile all'analisi deil'episodio di Bonaggiunta, rischia - per eccesso di scrupolo e di cautela nella lettura di esso - di riuscire paralizzante per determinare il tono che la parola di Dante assume in questo passo, tono che ad una lettura, non ostacolata da remore critiche, risulta quanto mai evidente. Occorre a tale proposito osservare che tutte le interpretazioni miranti a trasformare il dialogo tra il protagonista e Bonaggiunta in uno scambio di battute più o meno velatamente polemiche finiscono con l'astrarre l'episodio di Bonaggiunta da quella che è la atmosfera mai smentita - se non nell'accensione dello sdegno politico, e quindi per motivi di ben altro peso che non quelli dai quali può scaturire una disputa fra poeti, una disquisizione intorno al rapporto fra ispirazione e resa stilistica nell'opera d'arte - dell'intera seconda cantica, laddove la tonalità che appare propria di questo passo rientra nel quadro di quella caratterizzante il Purgatorio. Costanti di questa tonalità sono, per quel che riguarda l'incontro fra Dante e le anime, un reciproco abdicare all'orgoglio ed agli accenti recisi, un festoso, perché spontaneo, manifestarsi della carità e della gentilezza.
Un retto avvio alla definizione in sede critica del significato di questa pagina può invece essere fornito da uno studio del De Negri, il quale mostra come il dialogo fra Dante e Bonaggiunta vada inserito in una serie di episodi del Purgatorio, nei quali, a proposito delle sue qualità di artefice della parola, Dante viene via via mettendo a sempre più severa prova se stesso l'uomo nuovo che in lui faticosamente, di cornice in cornice, matura la sua umiltà - di fronte al compiacimento che gli deriva dalla consapevolezza della propria eccellenza nel campo poetico. Gli elogi palesatigli da Casella nel canto II, non meno che alcune parole a lui rivolte da Oderisi da Gubbio nell'XI rappresentano per il protagonista della Commedia una pericolosa insidia, una vera e propria tentazione. Nel canto XXVI Dante, tessendo a sua volta gli elogi di Guido Guinizelli, abbandonerà d'altro lato ogni pretesa di superiorità sugli altri rimatori. In questo contesto tematico si inserisce naturalmente l'episodio di Bonaggiunta. In particolare, per quel che- riguarda i versi 52-54, il De Negri sostiene, in modo quanto mai convincente, che in essi Dante "esprime un intento deprecatorio (come di chi vuole sottrarsi ad una lode eccessiva ed immeritata)... Comincia con una formula (i' mi son un), mediante la quale declina ogni suo merito personale e toglie alla sua esperienza (che non è sua soltanto, ma di altri) ogni carattere di singolarità: e prosegue illustrandola con un'altra formula" la quale attribuirebbe al poetare dell'autore null'altro che "un compito subalterno di fedele e diligente registrazione". La medesima posizione del De Negri era stata in precedenza sostenuta nella monografia di uno studioso americano, lo Shaw, e nel commento del Sapegno. Quella dello Shaw risulta un'indagine assai accurata, condotta sul duplice binario di una caratterizzazione psicologica dei due dialoganti e di una interpretazione semantica delle loro parole, la quale mette in discussione più di un punto che sembrava ormai pacificamente acquisito all'esegesi tradizionale del passo. Tra l'altro, per quanto concerne l'issa con cui inizia il riconoscimento da parte di Bonaggiunta dei propri limiti nell'arte del comporre rime, il critico americano gli attribuisce non un valore esprimente l'immediato accorgersi (vegg io) di Bonaggiunta dei limiti della sua opera letteraria dopo la affermazione di Dante circa il "dittare" di Amore nell'animo, ma un'accezione assai più estesa, per nulla legata all'occasionale incontro tra i due poeti. Per lo Shaw infatti issa abbraccerebbe l'intero tempo trascorso da Bonaggiunta sulle balze del sacro monte, ribadendo in tal modo in lui quella qualità di veggente, quella lucidità di giudizio che caratterizza tutte le anime del purgatorio. In tono con l'esegesi dello Shaw si colloca quella, misurata ed attenta, del Sapegno, il quale, sempre in rapporto al controverso issa del verso 55, scrive: "Meglio che non: « adesso, dopo avervi udito », sarà da intendere: « adesso, che sono qui, nel purgatorio, libero da orgogli e polemiche terrestri, e meglio atto a giudicare secondo il vero ». Il carattere della poetica nuova si rivela a Bonaggiunta come una verità religiosa, in quanto egli è salito a una nuova vita spirituale; e si rende conto ora dell'importanza di quella poesia che celebra un amore inteso come rinnovamento interiore e fondamento di moralità".

Come gli uccelli (le gru) che svernano lungo il Nilo, talvolta formano in aria una schiera, poi volando più in fretta si dispongono in fila,

così tutta la gente che era lì attorno a noi, volgendo gli occhi in direzione del cammino, affrettò il suo passo, resa agile dalla magrezza e dal desiderio di espiare.

E come chi, stanco di correre, lascia andare i compagni, e così riprende il passo normale finché si calmi l'ansimare del petto,

così Forese lasciò andar oltre quella santa schiera, e procedeva dietro con me, dicendo: « Quando avverrà che ti riveda?»

Gli risposi: « Non so per quanto tempo vivrò ancora; ma certo il mio ritorno qui non sarà così prossimo, che io non anticipi prima col desiderio la mia venuta alla riva del purgatorio,

perché il luogo (Firenze) dove fui posto a vivere, ogni giorno più s'impoverisce d'ogni virtù, e appare avviato verso una miseranda rovina ».

« Orsù, fatti animo » egli disse, «perché io vedo il maggior colpevole trascinato dalla coda d'un cavallo verso la valle (l'inferno) dove le colpe non vengono mai rimesse.

Forese allude alla morte del fratello Corso, del quale non pronuncia il nome per un senso di pudore e orrore. Corso, uomo violento ed ambizioso, podestà a Bologna e altrove, fu tra i capi di parte nera a Firenze. Cacciato quando Dante era priore (1300) , tornò in Firenze alla venuta di Carlo di Valois e capeggiò i Neri nelle vendette contro i Bianchi. Aspirando alla signoria assoluta, si mise in contrasto con il suo partito e nel 1308 dovette fuggire dalla città, condannato come traditore: ma fu preso e, mentre veniva ricondotto a Firenze, presso San Salvi cadde da cavallo, e fu ucciso dai mercenari catalani della Signoria (cfr. Villani - Cronaca VIII, 96; Compagni - Cronaca III, 21) . L'accesa fantasia di Dante trasforma il fatto di cronaca, proiettandolo in un torbido alone di leggenda, dove Corso Donati viene trascinato all'inferno, come un traditore della patria, da un cavallo-demonio.

La bestia che lo trascina accelera la corsa ad ogni passo, e la sua velocità cresce sempre, finché lo percuote, e lascia il cadavere ignominiosamente sfigurato.

Non dovranno girare a lungo quelle sfere (cioè: non passeranno molti anni) », e alzò gli occhi al cielo, « prima che ti sarà manifesto quello che le mie parole non possono dire più chiaramente.

Ormai resta pure indietro; perché il tempo è prezioso in questo regno, e io ne perdo troppo procedendo così al passo con te ».

Come talvolta da una schiera di soldati a cavallo esce al galoppo un cavaliere, e corre per avere l'onore del primo scontro col nemico,

allo stesso modo si allontanò da noi Forese con passi più lunghi dei nostri; e io restai per via insieme con i due poeti, che furono così grandi maestri dell'umanità.

E quando Forese si fu allontanato davanti a noi, tanto che i miei occhi lo seguirono a stento, così come a stento la mia mente aveva seguito le sue oscure parole profetiche,

mi apparvero carichi di frutti e verdi di fogliame i rami d'un altro albero, e non molto lontani da me, essendomi io solo allora voltato verso quella parte.

Sotto l'albero vidi della gente alzare le mani, e gridare non so che cosa verso le fronde, quasi fossero bambinetti golosi e ingenui,

che pregano mentre colui che è pregato non risponde, ma tiene alto l'oggetto da essi desiderato e non lo nasconde, per rendere sempre più viva la loro brama.

Questa immagine così concreta, e tuttavia così percorsa da una trepida delicatezza, degnamente conclude l'incontro con le anime dei golosi, incontro sempre dominato dalla presenza di Forese. Infatti tutti i motivi che hanno definito, nel canto precedente, lo svolgersi della prima parte dell'episodio di Forese Donati vengono ripresi, in una non diversa disposizione tonale, nella sua seconda parte in questo canto. Così avviene ad esempio per il motivo che costituisce lo sfondo, non già indifferenziato ed amorfo, non già riconducibile, secondo un modulo crociano, a mere esigenze della cosiddetta "struttura", di questa pagina: la descrizione, dalla quale i temi dell'incontro tra i due amici naturalmente scaturiscono, della magrezza inimmaginabile in terra delle ombre dei golosi, Tale descrizione risulta nel canto XXIV meno evidenziata, meno analiticamente svolta che in quello precedente, per motivi inerenti alla disposizione fondamentale del Poeta di fronte alla materia trattata. La poetica di Dante è, infatti, una poetica dell'azione e dell'ascesi, non dell'indugio e della contemplazione ribadita ed ossessiva e disperante di questo o quel l'aspetto del reale. Dante non torna mai su un medesimo argomento senza che la riproposizione di quest'ultimo non sia motivata dalla necessità della narrazione, prima che da esigenze di musicalità e di armonia delle parti, prima cioè che da esigenze di stile Ecco perché nel canto XXIV il tema della magrezza dei golosi, spietatamente delineato in quello precedente (cfr. versi 22-33), appare soltanto accennato in balenanti scorci, come quello che compare in principio del canto (versi 4-5) - e che costituisce la conclusione del singolare esordio di questo, concepito, secondo quanto rileva il Gallardo, "come un inciso di carattere descrittivo tra le ultime parole dette da Dante alla fine del canto XXIII e la continuazione, che non presuppone alcuna interruzione, dei versi seguenti" - e quello, indiretto, ma altrettanto evidente che mostra per l'ultima volta le ombre del sesto girone (versi 106-111).

Poi quella gente si allontanò come disingannata; e noi ci avvicinammo subito al grande albero, che rifiuta di esaudire tante preghiere e lagrime.

«Passate oltre senza avvicinarvi: più in alto (nel paradiso terrestre) vi è un altro albero il cui frutto fu gustato da Eva, e quest'albero derivò da quello. »

Così parlava una voce nascosta tra le fronde; per questo Virgilio, Stazio ed io, tenendoci stretti, procedevamo lungo la parete del monte.

Diceva: « Ricordatevi dei maledetti Centauri, figli della nuvola, che, ebbri, combatterono contro Teseo con i loro petti umani ed equini;

I Centauri, figli di Issione e di Nefele (la nuvola cui Giove aveva dato le sembianze di Giunone), di natura equina nella parte inferiore del corpo, di natura umana in quella superiore (cfr. Inferno XII, 56 sgg.), sono qui ricordati per l'intemperanza dimostrata durante il banchetto per le nozze di Piritoo, re dei Lapiti, con Ippodamia: in preda ai fumi del vino, tentarono di rapire la sposa e le altre donne; ma furono vinti e in gran parte uccisi dai Lapiti guidati da Teseo (cfr. Ovidio - Metamorfosi XIII, 210-535).

e degli Ebrei che si mostrarono ingordi nel bere, e per questo Gedeone non li volle come compagni, quando discese dai monti contro i Madianiti ».

Il secondo esempio di gola punita ricorda un episodio biblico avvenuto durante la guerra degli Ebrei contro i Madianiti: Gedeone, il condottiero ebraico, per ordine di Dio scelse a combattere solo trecento soldati che, alla fonte di Arad, erano stati temperanti nel bere portando l'acqua alla bocca con la mano, ed escluse gli altri che si mostrar molli inginocchiandosi e tuffando le labbra nell'acqua per bere abbondantemente (cfr. Giudici VI, ll; VII, 25).

Cosi accostati a uno dei due orli della cornice passammo oltre, udendo ricordare esempi di golosità, seguiti sempre da tristi castighi.

Poi, distanziati un po' l'uno daIl'altro nella strada deserta, procedemmo oltre di ben mille passi e più, ciascuno meditando in silenzio.

Una voce improvvisa ci disse: « Che cosa state pensando voi tre così solitari?»; perciò io mi scossi come fanno le bestie giovani quando vengono spaventate.

Alzai il capo per veder chi fosse (colui che aveva parlato); e mai furono visti in una fornace vetri o metalli cosi fulgenti e incandescenti,

com'era l'angelo che io vidi mentre diceva: « Se gradite salire, è necessario svoltare qui; da questa parte va chi vuole andare verso la pace del cielo ».

Il suo aspetto mi aveva abbagliato la vista; e per questo io voltai (a sinistra) dietro ai miei due maestri, come un cieco che cammina seguendo la voce che ode.

E quale il venticello di maggio, che annuncia il prossimo albeggiare, si leva ed è olezzante, perché tutto impregnato del profumo dell'erba e dei fiori,

tale fu il vento che sentii colpirmi in mezzo alla fronte, e sentii distintamente muoversi l'ala, la quale fece sì che l'aria odorasse d'ambrosia.

E udii dire: « Beati quelli ai quali splende tanta grazia, che il piacere della gola non eccita nel loro petto un desiderio eccessivo,

provando sempre fame soltanto della giustizia! »

L'angelo della temperanza parafrasa e adatta ai golosi una parte della quarta beatitudine: "Beati qui esurtunt... iustitiam": "Beati quelli che hanno fame... di giustizia" (Matteo V, 6), già applicata agli avari (cfr. Purgatorio XXII, 4-6).

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