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Canto XXIII

Mentre io ficcavo gli occhi tra le fronde verdi dell'albero (per scoprire donde provenisse la voce: cfr. canto XXII. 140 sgg.), come suole fare il cacciatore che perde tutto il suo tempo dietro gli uccelletti,

Virgilio, premuroso più che un padre, mi diceva: « Figliolo, ora vieni, perché bisogna distribuire in modo più utile il tempo che ci è assegnato (per visitare il monte)».

Io volsi gli occhi, e non meno in fretta il passo, verso i due poeti, i quali tenevano discorsi così interessanti, che camminare con loro non mi costava alcuna fatica.

Ed ecco si udì piangere e cantare « Signore, (aprirai) le mie labbra» in modo tale, che suscitò diletto per il canto e dolore per il pianto.

In merito al versetto sacro « Labia mea, Domina» (Salmo L, 17) che Dante, con tecnica analoga a quella messa in opera nella liturgia dei precedenti gironi, accenna appena, Il "suggestivamente, come uno spunto di musica che si continua nell'animo del lettore" (Momigliano), il Gallardo acutamente osserva come in tutto il secondo regno le sofferenze generino contemporaneamente dolore e gaudio, ma come qui tale inscindibile complementarità di sentimenti in apparenza l'uno all'altro irriducibili sia "sentita più direttamente dal Poeta che ascolta e ne fa uno stato d'animo e non soltanto una convinzione. Più avanti il motivo torna spesso nel canto, costituendo al tempo stesso la riaffermazione di un principio generale, e non potrebbe non essere così, e lo sviluppo di un motivo personale e particolare, proprio di questa situazione e di questo canto e dei suoi protagonisti: Dante stesso e Forese Donati". La risposta di Virgilio al discepolo fornisce in apparenza solo i nudi, essenziali elementi di una spiegazione vertente sull'origine del canto sacro che si è levato improvviso (verso 10: ed ecco... ), ma, come fa notare il Momigliano, costituisce "già una pittura spettrale, rapida e compunta, della schiera che si avvicina... queste parole consuonano con le due terzine che seguono, e particolarmente con le parole i peregrin pensosi e col verso d'anime turba tacita e devota... La descrizione ha già qui un passo rapido e senza peso... e le parole di Virgilio... hanno già non soltanto il colore di quella processione, ma anche il movimento".

Io allora cominciai a dire: « Dolce padre, che significa questo canto che io odo? » Ed egli mi rispose: « Forse sono anime che vanno sciogliendo il vincolo del loro debito con Dio ».

Così come fanno i pellegrini assorti nei loro pensieri, quando per via raggiungono persone sconosciute, e le guardano senza fermarsi,

alla stessa maniera ci osservava con stupore una turba silenziosa e devota di anime che veniva dietro di noi, ma con passo più spedito, e ci oltrepassava.

Il tema dei viandanti sperduti in contrade ignote, lontani dalle sedi dei loro affetti più saldi, dal calore di una famiglia, di una patria, spinti nel loro andare da un alto senso di responsabilità è costante in Dante fin dalla Vita Nova ("Deh peregrini che pensosi andate"; XL, 9), ed è ripreso con insistenza particolare nella seconda cantica (canto I, nell'allusione all'om che torna alla perduta strada, che 'nfino ad essa li pare ire invano, versi 119-120; canto II, in quella all'uom che va, né sa dove riesca, verso 132, e in quella, posta all'inizio del medesimo canto, alla gente che pensa a suo cammino, che va col cuore e col corpo dimora, versi 11-12; nonché nella accorata, sinfonica apertura del canto VIII, sullo sfondo di un tramonto che la squilla di campanili remoti rende più pungente e greve di memorie ed affanni). È lo stesso motivo in virtù del quale nel Medioevo la vita era considerata un viaggio, un progressivo distaccarsi dalle cose più care per tendere ad una meta ardua che le inverasse trascendendole, e in virtù del quale nella letteratura dell'epoca gli uomini sono spesso indicati col termine di "itinerantes", viaggiatori. Alla base di questa poesia dello smarrimento dell'uomo entro orizzonti sconosciuti e distanti - in spazi che lo sottraggono all'intimità circoscritta dei suoi affetti più semplici per restituirlo, attraverso il dolore, alle prospettive universali che inquadrano il cosmo intero - va collegata un'esperienza autobiografica, nella Vita Nova presagita quasi per divinatore intuito, nella Commedia riflettente invece una inesorabile, dura, sperimentata realtà: quella dell'esilio.

Ogni anima aveva gli occhi spenti e incavati, la faccia pallida, e la persona tanto magra, che la pelle prendeva la forma delle ossa.

Non ritengo che Eresitone per il digiuno fosse così ridotto alla sola pelle, quando temette maggiormente di dover restare digiuno (e giunse ad addentare le proprie carni).

Eresitone, figlio di Triope re di Tessaglia, avendo tagliato una quercia in un bosco sacro a Cerere, fu punito dalla dea con una fame insaziabile, per soddisfare la quale si ridusse a consumare tutte le sue sostanze, a vendere la figlia in cambio di cibo e infine a divorare le proprie membra (cfr. Ovidio . Metamorfosi VIII, 726-881).

Pensavo e dicevo tra me stesso: « Così dovettero ridursi gli Ebrei (la gente) che perdettero Gerusalemme, quando (durante l'assedio dell'imperatore Tito) Maria di Eleazaro divorò (dié di becco) il proprio figlioletto! »

Dante allude ad un episodio disumano avvenuto a Gerusalemme nel 70 d. C., durante l'assedio posto da Tito: Giuseppe Flavio (Bellum Judaicum VI, 3) racconta che una donna, Maria di Eleazaro, resa furiosa dalla fame, uccise il figlioletto e ne addentò le carni.

Le occhiaie parevano castoni di anelli senza gemme: chi nel volto umano afferma potersi leggere la parola "orno", su quei volti avrebbe distinto molto bene la emme.

Dante accenna a un'opinione diffusa fra i predicatori e i moralisti medievali, secondo i quali nella struttura del volto umano si poteva leggere la parola OMO: gli zigomi sporgenti, gli archi sopracciliari e il naso formano una specie di M, mentre le occhiaie danno le due 0 contenute, come si usava spesso nelle epigrafi del tempo, nelle due anse della M.

Il tema del travolgimento delle fattezze umane è stato variamente affrontato dal Poeta nell'Interno: ad esempio nei canti dei sodomiti, donde la difficoltà per Dante di riconoscere - nell'ombra ustionata che la rende visibile palesandone al tempo stesso la pena e il peccato - l'anima di Brunetto Latini; o in quello degli indovini o ancora in quello dei seminatori di scismi, donde il desiderio di pianto nel protagonista. Qui esso ripropone la conversione dell'uomo in oggetto - più propriamente in oggetto d'uso, in manufatto - la perdita totale della sua sacra, perché da Dio sancita, autonomia. La spietata oggettivazione dell'umano risalta maggiormente su uno sfondo di scherno atroce - per il riferimento alle anella prive del bagliore delle gemme che solitamente vengono in esse incastonate. La precisione di tale riferimento tuttavia - come pure quella volta a riscontrare nel viso dei golosi soltanto la M della parola OMO (altro indice della loro degradata umanità) , non si inquadra in una cornice angosciata e senza scampo, quale era quella dell'Inferno, ma appare come disciolta nell'onda ampia e musicale - in cui speranza e pentimento si fondono delle terzine in cui è inserita.

Chi, ignorando (non sappiendo) in che modo ciò avvenga (como: dal latino quomodo), potrebbe credere che il profumo di un frutto e quello di un'acqua, generando brama (di mangiare e di bere), potessero ridurre in tale stato (sì governasse) quelle anime?

Ero tutto intento a considerare che cosa le rendesse tanto affamate, non essendomi ancora nota la causa della loro consunzione, e della loro pelle disseccata e squamosa,

quand'ecco un'ombra dal fondo delle occhiaie incavate nella testa rivolse a me gli occhi e mi guardò fissamente; poi gridò ad alta voce: « Che grazia singolare è mai questa per me?»

Io non l'avrei mai riconosciuto solo guardandolo; ma nella sua voce mi si rivelò la persona che l'aspetto esteriore aveva distrutto.

La voce fu la scintilla che ravvivò in me la piena conoscenza di quella fisionomia mutata, e così potei riconoscere la faccia di Forese Donati.

Forese di Simone Donati, fratello di Corso (cfr. Purgatorio XXIV, 82-90), l'odiato capo di parte nera, e di quella Piccarda che Dante incontrerà nel cielo della Luna (cfr. Purgatorio XXIV, 1015; Paradiso III, 34-51) , era lontano parente di Gemma Donati, moglie di Dante e morì il 28 luglio 1296.
Il presente episodio non solo è documento dell'affettuosa amicizia che legava il Poeta a Forese, ma è conferma anche di quel periodo di dissipazione nella vita giovanile di Dante (versi 115-118), al quale deve assegnarsi una Tenzone di sei sonetti, a botta e risposta, scambiati tra i due amici: non si sa se per scherzo o in un momento di avvelenato malumore, essi si lanciano l'un l'altro, senza risparmiare nemmeno le famiglie, le peggiori insinuazioni, delle quali questo canto vuole essere implicitamente, e in qualche punto, esplicitamente, una riparazione postuma. In quei sonetti Dante allude ripetutamente al vizio della gola di cui si macchiò Forese (Rime LXXV, 1-4; LXXVII, 1-4). Secondo l'Ottimo, un antico commentatore, il Poeta assisté Forese morente e lo indusse a confessarsi.
Può riuscire utile, al fine di una più accurata determinazione delle modalità caratterizzanti il poetare dantesco nelle prime due cantiche, istituire un raffronto tra il riconoscimento di Forese Donati e la scarna, essenziale designa. zione che accompagna il gesto con cui Virgilio (Interno X, verso 33) addita al suo discepolo il tetragono, torreggiante Farinata. Il raffronto può prendere l'avvio da un semplice aggettivo, di accezione generalissima: il tutto del verso 33 del canto di Farinata (dalla cintola in su tutto 'l vedrai), il tutta dell'espressione con cui il Poeta ci rende conto dell'avvenuto riconoscimento da parte sua di Forese: questa favilla tutta mi raccese mia conoscenza... Il verso che ci mette in presenza della statura eccelsa - fisica in primo luogo, ma in cui traspare una eccelsa levatura morale - dell'eretico condottiero ghibellino s'impone a noi, per la sua fermezza, come un blocco statuario: Farinata ci appare immobile e pervicace, nel dolore e nel disperato orgoglio. Qui, invece, nella scena del riconoscimento di Forese, avvertiamo un maggior movimento, un prevalere dell'elemento musicale su quello epigrafico e scultoreo, una più sfumata emozione.
Al netto vedrai del verso 33 del X della prima cantica si contrappone qui il più complesso, metaforico e caldo mi raccese mia conoscenza, cui fa seguito il trattenuto dolore che definisce la cangiata labbia dell'amico, dolore che peraltro appare ampiamente riscattato dall'impeto di gioia che si sprigiona dall'iniziale favilla. In questa terzina avvertiamo una dolcezza, un senso dello «sfumato», che risultano totalmente assenti nell'episodio che ha per protagonista il magnanimo ghibellino del settimo cerchio infernale. Qui il riconoscimento non è immediato (laddove nell'episodio del canto X dell'Interno avevamo il reciso, tagliente, irrefutabile vedi là Farinata che s'è dritto) : richiede tempo ed affanno, un ripiegarsi sui propri ricordi (ravvisai) più gelosamente custoditi, un momento profondo di meraviglia e dolore.

Pregandomi mi diceva: « Deh, non badare all'arida scabbia che mi scolora la pelle, né alla mancanza di carne che denoto,

ma dimmi la verità riguardo a te (che mi sembri ancor vivo), e dimmi chi sono quelle due anime là che ti guidano: non ti astenere dal parlarmi ! »

Gli risposi: « Il tuo viso, che io già piansi quando moristi, mi causa ora un dolore non meno intenso (di quello di allora), tale da farmi piangere, vedendolo così deformato.

Perciò (però) dimmi, per amore di Dio, che cosa vi consuma in tal modo: non farmi parlare finché sono in preda allo stupore perché chi è dominato da un altro desiderio con difficoltà può parlare ».

La terzina 55 traduce l'eco di un dolore personale - quello che Dante provò alla vista della pena cui era stato destinato, per espiare, il suo amico di gioventù - ma costituisce al tempo stesso l'espressione di un dolore più vasto: quello derivante dalla vista della nobiltà e sacralità delle fattezze umane rese irriconoscibili, caricaturalmente deformate dall'intensità del soffrire (nel caso specifico dalla fame). "Forese lo ha pregato di non badare al suo volto disfatto: ma Dante non ne distoglie lo sguardo, ne ha non ribrezzo, ma pietà; e il volto consunto gli richiama il volto di Forese vivo e glielo accosta con un senso di amicizia che ha un così religioso significato di contro all'ostilità di un tempo. Dante dice: la taccia tua, ch'io lagrimai già morta, con un accenno fugace ma profondo: tra l'ostilità d'un tempo e l'affetto di ora c'è stata di mezzo la morte di Forese; e forse è stata proprio la morte a spegnere l'odio di un tempo! Dante è qui un'anima purgante." (Momigliano)
A questi fini spunti del Momigliano mantenuti prevalentemente sul piano di un'indagine psicologica - possiamo accostare alcune belle notazioni di un critico la cui analisi precedette di alcuni decenni quella del Momigliano, il Fassò: "il Poeta che... per solo impulso di umana simpatia ha pianto desolatamente nella bolgia degli indovini per aver visto la nostra immagine sì torta (lo stesso aggettivo usato qui per la faccia di Forese!), il Poeta che nella bolgia dei seminatori di discordia ha le luci inebriate e vaghe di stare a piangere davanti allo scempio della figura umana, come potrebbe non piangere davanti al terrificante spettacolo dei golosi che paiono non morti, ma cose rimorte, e hanno non orbite, ma fosse degli occhi? E come potrebbe non piangere davanti a quello che egli amò teneramente in vita, a cui forse chiuse, con mano fraterna, gli occhi nell'ora della morte?"
Nella terzina che segue, con movimento analogo a quello rilevato nella duplice proposizione dei versi 31-33 e 34-36, il fatto singolo (in questo caso il sentimento provato dal protagonista alla vista dell'amico) s'inquadra in una severa cornice concettuale: Dante cerca anche qui, nell'ambito di una sfera di idee generali e valide nei confronti di una molteplicità di casi, le ragioni di ciò di cui la guerra sì del cammino e sì della pietafe (Inferno II, 4-5) lo mette attualmente in presenza, le ragioni quindi del suo medesimo conseguente dolore: però mi di', per Dio, che sì vi sfoglia.

Ed egli a me: « Per disposizione divina scende nell'acqua e nella pianta rimasta dietro di noi un potere per cui io dimagrisco in questo modo.

Tutta questa gente che canta e piange per aver assecondato la gola oltre misura, qui soffrendo la fame e la sete ritorna pura.

A noi accende il desiderio di bere e di mangiare il profumo che emana dal frutto di quell'albero e dallo spruzzo d'acqua che si irradia sopra le sue foglie verdi.

E non una sola volta si rinnova la nostra pena, mentre giriamo il ripiano di questa cornice: ho detto pena, e dovrei dire gioia,

perché ci conduce agli alberi (il primo all'ingresso del girone, canto XXII, 131 sgg., l'altro all'uscita, canto XXIV, 103 sgg.) quella stessa volontà che condusse Cristo lieto sulla croce a dire "Dio mio", quando ci redense col suo sangue ».

Cristo sulla croce, nell'attimo supremo, preso dall'angoscia giunse ad esclamare: "Eli, Eli, lamma sabachtani?": "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Matteo XXVII, 46; Marco XV, 34).

E io gli dissi: « Forese, dal giorno in cui passasti dalla vita terrena a un'esistenza migliore fino ad oggi non sono ancora trascorsi cinque anni.

Se in te venne meno la possibilità di peccare ulteriormente prima che sopraggiungesse l'ora del sincero pentimento che ci riconcilia con Dio (cioè: se ti pentisti solo nel momento estremo della vita, allorché non è più possibile peccare),

come sei di già venuto quassù? Io pensavo di trovarti laggiù nell'antipurgatorio, dove il tempo perduto (senza pentirsi) si compensa con altrettanto tempo di attesa (prima dell'espiazione)».

Dante pensava di incontrare l'amico Forese nell'antipurgatorio, tra i negligenti, i quali devono ritardare l'espiazione di tanto quanto hanno ritardato il pentimento (cfr. Purgatorio IV, 130135; XI, 127-132).

Perciò mi rispose: « Mi ha condotto così presto quassù a bere il dolce assenzio delle pene la mia Nella con le sue calde lagrime.

Di Nella o Giovanna Donati sappiamo soltanto quello che qui ne dice Forese. Dante, nel primo sonetto della citata Tenzone, la rappresenta crucciata contro il marito, perché da questo trascurata: qui fa ammenda di quella sua prima malevola presentazione.

Con le sue preghiere devote e con i sospiri mi ha tratto dall'antipurgatorio, e mi ha liberato dai gironi precedenti.

In merito alla cadenza dolcissima, nel suo nostalgico proporsi alla memoria, del verso 87, giova ricordare quanto il possessivo (qui mia), posposto al sostantivo indicante l'oggetto del possesso, renda tenero, familiare ed intenso al tempo stesso il dire del Poeta. Qui, ad accrescere l'effetto della tenera rievocazione, il sostantivo che precede il possessivo si atteggia nei modi affettuosi ed intimi di un vezzeggiativo (la Nella), forma domestica e dimessa ma perciò appunto più personalizzata ed intensa . del nome proprio. II ricordare colmo di amore e gratitudine di Forese si concreterà, nel verso 92, in un altro tenerissimo vezzeggiativo, seguito anche questo dal possessivo mia (la vedovella mia), nel quale si compendia una somma di suggerimenti: la giovane età della sposa lasciata sola ad affrontare le asprezze del vivere, la costanza del suo amore nei riguardi del marito morto, la gentilezza di questo suo sentire. Osserva il Fassò che il Poeta dedica alla moglie di Forese - da lui in termini tanto offensivi trattata nella Tenzone giovanile con l'amico - non più di nove versi, nei quali tuttavia vive, e si sublima a creatura imperitura dell'arte, "una soave figura di donna amorosa, di moglie cristiana, castamente fedele oltre la tomba. Fu detta [dal Trabalza, in una sua esegesi di questo canto] un'ombra gentile di Beatrice: no, non è un'ombra... E' una creatura viva, vera e salda, non velata da simboli, un cuore dolorante, tutto umano. Vano cercarle sorelle fuori e dentro la Divina Commedia: che se l'innocente figlia di Nino Visconti e la buona Alagia nipote di Adriano V e la buona Costanza figliola di Manfredi, come lei pregano, anzi pregheranno in suffragio dei loro cari, nessuna di esse ha, come Nella, oltre l'innocenza e la bontà largite loro dal Poeta, l'aureola del dolore e del sacrificio che va oltre la morte".

La mia vedovella, che io ho intensamente amato, è tanto più cara e diletta a Dio, quanto più è sola nel fare il bene,

perché la Barbagia di Sardegna nel costume delle sue donne è assai più pudica di Firenze, la Barbagia dove io la lasciai morendo.

La Barbagia era una regione montuosa della Sardegna centrale, vicina al Gennargentu, i cui rozzi abitanti, convertitisi al cristianesimo solo nel secolo VI, ebbero nel Medioevo fama di barbari, donde il nome della loro terra (in latino: Barbaria). Per colpire più duramente le donne fiorentine Dante calca la mano sul malcostume di quelle di Barbagia, le quali "vestite come montanare e contadine... portavano e portano un busto o corpetto basso davanti con sparato larghissimo, ma coprivano e coprono il seno con la camicia chiusa sino alla gola" (Torraca).

O dolce fratello, che altro vuoi ti dica di peggio? Mi è già davanti agli occhi un tempo futuro, rispetto al quale quest'ora presente non è molto lontana,

in cui dal pulpito sarà solennemente proibito alle sfacciate donne di Firenze di andare in giro mostrando il petto con le mammelle scoperte.

Dante, in questa predizione che pone sulla bocca di Forese, deve riferirsi non tanto alla predicazione contro la moda sfacciata, quanto a una sperata ordinanza vescovile o ad una legge suntuaria del comune che comminasse pene ben determinate. Ma per Firenze, negli anni immediatamente posteriori al 1300, non sono documentate ordinanze o leggi in questo senso.
Con movimento in parte analogo a quello che bipartisce il discorso di Ugo Capeto nel canto XX, Forese Donati passa dalla rievocazione del passato (per lui fonte di dolcezza e di indugi malinconici) alla visione profetica del futuro. Dopo un'interrogazione smarrita (verso 97), nella quale vibra ancora un'umanità dimessa e calda di affetti (o dolce frate...), Forese rivela in sé le qualità sovrannaturali che definiscono il veggente. L'oggetto della sua visione è infatti la più concreta, ma altresi la più impalpabile delle realtà, quella che determina il nostro essere stesso: il tempo (l'espressione che oggettiva il tempo davanti all'eletto da Dio tempo futuro m'è già nel cospetto rimanda ad un analogo proporsi del medesimo motivo nel vedere profetico di Ugo Capeto: tempo vegg'io .. canto XX, verso 70).

Quali donne barbare ci furono mai, quali donne saracene, cui fossero necessarie sanzioni religiose o civili per farle andare coperte?

Ma se quelle svergognate venissero a sapere quello che il cielo a breve scadenza prepara per loro, avrebbero già la bocca aperta per urlare di spavento,

perché, se qui non m'inganna la mia preveggenza, esse saranno dolenti prima che il bambino il quale ora si acquieta col canto della ninna nanna, diventi adulto.

Forese fa una predizione oscura, e quindi più efficace, d'un fatto terribile e doloroso, specialmente per le donne. Tra il 1300 e il 1315 non mancarono per Firenze eventi luttuosi, da sembrare castighi del cielo. Ignoriamo però se Dante volesse annunciare con una profezia generica un castigo inevitabile. senza aver in mente alcun fatto preciso, oppure se volesse alludere agli orrori delle lotte civili, alle stragi di Fulcieri da Calboli (cfr. Purgatorio XIV, 58-66), alla rotta di Montecatini (1312) o, più probabilmente, alla venuta di Arrigo VII (1312) .
Dopo una interrogazione di sapore e struttura retorici (ma, come ha avvertito il Fubini, il colore retorico definisce sempre in Dante una recisa presa di posizione etica) nei versi 103-105, l'antiveder trasforma il mite, penitente Forese in un profeta di sciagure. Come giustamente mette in luce lo Spoerri, si manifesta nei versi a questi successivi (106-108; 109-111) una sorta di apocalittica "gioia per la distruzione" in rapporto alla punizione divina, la quale non mancherà di colpire i corrotti costumi della città al tempo stesso fatta dal Poeta oggetto del suo amore più geloso e del suo odio meno disposto a compromessi.
Le fiorentine ignorano, nella loro sfacciata leggerezza, che l'atteggiamento il quale risulterebbe loro più consono, già nel tempo presente, prima ancora che la punizione di Dio si abbatta su loro, è quello del grido d'orrore. II Poeta riesce a fermare tale atteggiamento come in una spaventosa istantanea, convertendo questi esseri, nei quali un sangue troppo impetuoso e ribelle pulsa ancora inconsapevole, in statue immobili per l'eternità nel gesto di deprecazione e spavento di fronte all'irrimediabile.

Deh, fratello, cerca ora di non celarmi oltre ciò che ti ho chiesto! vedi come non solo io, ma tutta questa gente guarda con stupore il luogo dove con la tua ombra veli il sole».

Perciò io mi rivolsi a lui dicendo: « Se richiami alla memoria la vita che conducesti con me, ed io con te, il ricordarla ora (il memorar presente) sarà ancora spiacevole.

Mi distolse da quella vita viziosa solo pochi giorni fa costui che mi guida, quando si mostrava a voi piena la luna, la sorella di quello »:

e gl'indicai il sole. « Costui m'ha condotto attraverso la notte profonda dei veri morti (perché dannati) dell'inferno, mentre io portavo con me questo mio corpo reale che lo segue.

Di li i suoi incoraggiamenti mi hanno aiutato a salire e a girare ripetutamente i balzi di questo monte, il quale raddrizza voi che il mondo aveva storpiato.

Ed egli promette che mi accompagnerà, finché non sarò giunto là dove sarà Beatrice: colà è necessario che io resti privo di lui.

Questi, che mi fa tali promesse, è Virgilio » e glielo additai; « e quest'altro è Stazio, quell'anima per la quale poco fa scosse tutte le sue pendici

il monte del purgatorio, che lo allontana da sé ».

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