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Canto XX

Un volere buono (quello di Dante che desiderava prolungare il colloquio) male combatte (mal pugna: è costretto à cedere) contro un volere migliore (quello di Adriano V; cfr. canto XIX, 140-141) ; perciò per compiacerlo, contro la mia volontà ('l piacer mio) estrassi dall'acqua la spugna (del mio desiderio) non satura (cioè: interruppi il colloquio).

Mi mossi; e con me si mosse la mia guida negli spazi non occupati dalle anime, camminando proprio rasente la roccia, come si va sulle mura rasente ai merli,

perché gli spiriti, che versano a goccia a goccia dagli occhi (con le lagrime) il male (l'avarizia) che occupa tutto il mondo, sono troppo vicini all'orlo dall'altra parte della cornice.

Sii maledetta tu, antica lupa, che più di tutti gli altri vizi fai strage di anime per la tua fame infinitamente profonda !

La terzina richiama direttamente la figura della lupa del primo canto dell'Inferno (versi 49-60; 88-111): la terza delle fiere, apparse a Dante ai margini della selva oscura, che simboleggiava l'avarizia o la cupidigia, antica quanto il mondo.

O cielo, al cui ruotare sembra si creda siano dovuti i mutamenti delle condizioni di quaggiù, quando verrà colui (il Veltro) per opera del quale costei sia allontanata ?

Dante allude al Veltro che, secondo la predizione di Virgilio (cfr. Inferno I, 101-111), deve venire a inseguire la lupa per ogni villa finché l'avrà ricacciata all'inferno.

Noi procedevamo a passi lenti e piccoli, ed io stavo attento (per scansarle) alle anime, che udivo piangere ed emettere lamenti da muovere pietà;

e mi accadde di udire davanti a noi invocare piangendo < Dolce Maria! », così come fa la donna presa dalle doglie del parto;

e continuare: < Tu fosti tanto povera; quanto si può vedere da quell'umile stalla dove deponesti la santa creatura che portavi in seno ».

Il disprezzo delle ricchezze viene presentato sia come accettazione della povertà negli esempi della Vergine Maria e di Fabrizio, sia come virtuosa liberalità nell'azione di San Nicola di Bari. Nel primo esempio domina il ricordo della povertà della Vergine, che partorì in una grotta e depose il figlio in una mangiatoia (Luca II, 7).

Successivamente udii dire: < O eccellente Fabrizio, tu preferisti la virtù nella povertà piuttosto che possedere grande ricchezza con disonestà ».

Caio Fabrizio Luscinio, console nel 282 e nel 278 a. C., fu protagonista di due famosi episodi, tradizionalmente citati come esempi di rettitudine e di incorruttibilità: prima respinse i doni dei Sanniti, per i quali aveva ottenuto la pace, e due anni dopo rifiutò i regali offertigli da Pirro, e morì così povero che i funerali avvennero a spese dello stato.

Queste parole mi erano piaciute a tal punto, che mi spinsi innanzi per conoscere quello spirito dal quale sembravano venire.

Esso parlava ancora lodando la liberalità che usò San Nicola in favore di alcune fanciulle, per condurre la loro giovinezza a nozze onorate.

Il terzo esempio ricorda un episodio della leggenda di San Nicola, vescovo di Mira, nella Licia, e patrono di Bari, vissuto tra il III e il IV sec. d. C.: per tre notti consecutive San Nicola depose di nascosto tre somme di denaro in casa di un povero gentiluomo, al quale mancavano i mezzi sufficienti per dotare le sue tre figlie, forse costrette per questo a prostituirsi. La leggenda era popolarissima nel Medioevo e divulgata in testi latini e romanzi.

E io dissi: "O anima che ricordi esempi così insigni di virtù, dimmi chi fosti e perché tu sola richiami alla memoria azioni così degne di lode.

Il tuo parlare non sarà senza ricompensa, se è vero che io debbo tornare a completare il breve viaggio di quella vita terrena che corre rapidamente verso il suo termine".

E. lo spirito mi rispose: "Ti dirò quanto chiedi, non perché io attenda suffragi dalla terra, ma perché in te brilla così chiara la Grazia prima che tu sia morto.

Io fui il capostipite di quella malvagia dinastia dei Capetingi, che copre di malefica ombra tutta la cristianità, tanto che raramente da essa si coglie il buon frutto di qualche persona virtuosa.

Ma se Douai, Lille, Gand (Guanto) e Bruges potessero, presto ne farebbero vendetta; ed io la chiedo a Dio che tutto giudica.

Dante accenna alla guerra tra Filippo il Bello e le Fiandre (1297-1299), indicate. col nome delle quattro principali città della contea (Douai, Lille, Gand, Bruges), e al tradimento perpetrato da Filippo nel 1299 contro il conte di Fiandra, il quale, arresosi col patto di essere lasciato libero, fu invece imprigionato con i figli e condotto a Parigi. I Fiamminghi si vendicarono, dapprima con la feroce rivolta di Bruges e poi infliggendo ai Francesi la sconfitta di Courtrai nel marzo del 1302.

Sulla terra fui chiamato Ugo Capeto (Ciappeffa dal francese Chapet) da me nacquero i Filippi e i Luigi dai quali la Francia è governata nei tempi più recenti (cessata la dinastia dei Carolingi).

Ugo Capeto (Huegues Chapef o Capet, dalla cappa che indossava come abate laico), re di Francia dal 987 al 996, fu figlio di Ugo I il Grande, duca ili Francia e conte di Parigi, morto nel 956. Ugo I il Grande è da considerarsi il vero capostipite dei Capetingi, anche se egli, pur avendo di fatto il potere sotto gli ultimi re carolingi (regi antichi), non ebbe mai formalmente il titolo regio che passò invece a Ugo II Capeto, incoronato re di Francia nel 987, alla morte dell'ultimo re della dinastia carolingia, Ludovico V, detto il Neghittoso. Dante, di fatto, ha confuso il figlio con il padre; confusione già esistente nella tradizione. Quindi la prospettiva cronologica che Dante ci dà sulle origini della dinastia capetingia è approssimativa. Inoltre il Poeta per passione polemica e spinto da fiero spirito antifrancese accoglie qui la leggenda, rimasta nella tradizione, delle basse origini di Ugo Capeto (figliuol... d'un beccaio), e quindi di tutta la dinastia dei Capetingi, per dar rilievo al fatto che la dinastia francese mancava di un titolo o patente regolare di nobiltà, di esclusiva competenza e concessione imperiali. I nomi di Filippo e Luigi prevalgono nella serie dei Capetingi fino a Dante, da Filippo I (morto nel 1108) a Filippo IV il Bello (1285-1314), da Luigi VI il Grosso (morto nel 1137) a Luigi IX il Santo (morto nel 1270).

Io fui figlio d'un mercante di buoi di Parigi: quando si estinsero tutti i re dell'antica dinastia dei Carolingi, tranne uno che vestì l'abito monacale,

Probabilmente Dante confonde Childerico III, ultimo dei re Merovingi chiuso in un convento da Pipino di Heristal, il fondatore della dinastia carolingia, con Carlo di Lorena, ultimo dei Carolìngi, che cadde nelle mani di Ugo Capeto mentre tentava di riconquistare il regno e morì in prigione dopo il 992.

mi trovai salda nelle mani la guida del governo del regno, e (mi trovai) tanta potenza di recenti ricchezze, e tale moltitudine di fautori,

che la corona regale vacante fu cinta sulla testa di mio figlio Roberto, dal quale ebbe inizio la discendenza dei re solennemente consacrati (di costor le sacrale ossa).

Storicamente, poco dopo la sua elezione a re di Francia, nel 987, Ugo Capeto, per assicurare la successione, si associò al trono il figlio Roberto e lo fece consacrare a Reims.
Dopo essersi dichiarato senza perifrasi in tono di sfida quasi più che di pentimento, con un senso di doloroso autocompiacimento per le vicende che sarà costretto ad enumerare e che pur non riusciranno, nelle scandite forme della deprecazione, a placare il suo inesausto furore - radice della mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia, Ugo Capeto delinea, in pochi scorci essenziali, la propria biografia. In essa inserisce il tema - con tanta frequenza riproposto dal Poeta nella Commedia della contrapposizione delle virtù antiche al generale tralignamento dei suoi contemporanei: al malinconico, umile tramonto della dinastia dei Carolingi (quando li regi antichi venner meno: è da rilevare in questo verso l'investitura di glorioso prestigio che al termine regi conferisce l'attributo antichi, attributo che si carica di tutta la nostalgia di Dante esule per quel mondo che egli ha veduto tramontare e del cui violento tramonto è stato egli stesso una vittima) violentemente si sovrappone - ma in modo volutamente lasciato indeterminato, ambiguo - l'ascendere, sul firmamento di Francia, di un nuovo astro, avido e rapace: il figlio di un beccaio, destinato a dar vita alla serie funesta dei vari Filippi e Luigi (un evidente disprezzo, qui ancora contenuto, anima queste puntuali specificazioni, se raffrontate con l'aura di indeterminazione sacra che avvolge le generazioni travolte. Osserva il Grana: "La confessione di Ugo ha prima toni ambigui, che incidono specialmente sui verbi: li regi antichi "venner meno", un "renduto" in panni bigi... "Venner meno", "renduto" ... non definiscono, anzi lasciano un margine all'immaginazione sospettosa del lettore, lasciano intuire più oscure violenze e losche vicende che le parole non dicano. E il periodo unico... che compendia in immagini essenziali tutto il corso della vita pubblica di Ugo Capeto, questa unità organica di un destino e di una progenitura, converge per energia espressiva e senso logico, sulle vigorose cesure e metafore del secondo ternario, trovami stretto nelle mani il freno, e tanta possa di nuovo acquisto".

Finché la grande dote della contea di Provenza non tolse alla mia discendenza ogni pudore di fronte al male, essa valeva poco, ma neppure operava il male.

Beatrice Berlinghieri nel 1245 portò in dote la contea di Provenza andando sposa a Carlo I d'Angiò, fratello di Luigi IX il Santo. Secondo altri la gran dota sarebbe la contea di Tolosa unita alla corona di Francia nel 1229.

A questo punto la mia stirpe cominciò la sua rapina con la violenza e con l'inganno: e poi, per fare ammenda (della prima rapina), si impadronì del Ponthieu, della Normandia e della Guascogna.

Filippo il Bello ritolse nel 1294 la contea di Ponthieu e la Guascogna agli Inglesi, i quali al principio del secolo XIII avevano già dovuto cedere il ducato di Normandia: Ancora una volta Dante, Per errore o intenzionalmente, non si cura della prospettiva storica.

Carlo I d'Angiò venne in Italia e, per fare ammenda, fece giustiziare Corradino di Svevia; e poi, sempre per fare ammenda, fece risalire in cielo Tommaso d'Aquino.

Carlo I d'Angiò, dopo aver sconfitto Manfredi a Benevento nel 1266 batté il giovane imperatore Corradino di Svevia a Tagliacozzo. facendolo poi mettere a morte nel 1268.
San Tommaso d'Aquino mori nell'abbazia di Fossanova mentre si recava al concilio di Lione nel 1274. Corse voce che l'avesse fatto avvelenare Carlo I d'Angiò per impedirgli di parlare contro di lui al concilio (cfr. Villani . Cronaca IX, 218).
La curva ascendente della catena di angherie e delitti che segna l'affermarsi della casa di Francia, il crescere della mala pianta destinata ad offuscare la luce del sole (il pianeta che mena dritto altrui per ogni calle, simbolo, nella Commedia come nei precedenti trattati in prosa, della luce del vero, della guida al bene) si suggella - per quanto riguarda l'evocazione di un passato ignobile e, per l'animo di Ugo Capeto (diretto portavoce qui del pensiero del Poeta), doloroso come una ferita da poco aperta e ancora sanguinante - nel ritorno martellato, alla fine dei versi 65, 67, 69, della postilla beffarda per ammenda, volta a sottolineare, insieme all'incalzare delle coordinate, il ripercuotersi fatale di una vocazione al male nelle successive generazioni di questa dinastìa. Analogamente, nella profezia che, a partire dal verso 70, svelerà il futuro implacabile che tale passato dovrà partorire, il riproporsi ossessivo della formula vegg'io scandirà l'ingigantirsi, mostruoso, unitamente alla potenza da essi acquistata in terra, dell'ombra che i nuovi re di Francia proietteranno sull'ecumenicità cristiana.
II male che si ripercuote di padre in figlio, non dà luogo - nelle parole di Ugo Capeto - a singole caratterizzazioni drammatiche, ad atti suscettibili di essere considerati a sé, indipendentemente da quelli che li hanno prodotti e da quelli che da essi scaturiranno: è un torrente inarrestabile quello che trascina - senza concedere loro un attimo quasi di respiro, la pausa di una riflessione non condizionata dalle precedenti ignominie - questi re, questi unti del Signore, verso abominazioni sempre più gravi. Il senso del tragico, che il Bonora è giunto a dichiarare assente da questa imprecante oratoria, va quindi ricercato nell'insieme che vincola le colpe dei padri a quelle della loro discendenza, nell'insieme cioè delle sciagure che sgorgano in pauroso crescendo dal petto ansante di quest'anima dimentica del luogo di penitenza e perdono in cui è posta, e che odio e deprecazione non riusciranno a saziare, ma solo l'attesa di sciagure, la cul attuazione costituirà per essa motivo di gaudio e di appagamento (cfr. versi 94-96) .
L'astio antiangioino del Poeta, che qui riecheggia, per sarcastico contrappasso, nelle parole dello stesso fondatore della dinastia succeduta a quella dei Carolingi, è motivato - su un piano più generale, coinvolgente le sorti dell'intera umanità - dal fatto che i membri di questa dinastia hanno osato attentare - nelle persone di Corradino di Svevia (verso 68) e di Bonifacio VIII (cfr. versi 85-90) - alle due sacre maestà, da Dio preposte alla guida del genere umano, i "due luminari" della trattatistica medievale e della Monarchia, i due soli dell'appassionato perorare di Marco Lombardo. E ancora trae motivo - su un piano più circoscritto, ma più direttamente legato alle vicende del Poeta (il prevalere dei Neri in Firenze ed il suo conseguente esilio) - dagli intrighi di Carlo di Valois, "paciaro° di Toscana nel 1301 (versi 70-78).

Io vedo un tempo futuro, non molto lontano da oggi, in cui uscirà fuori di Francia un altro Carlo, per fare meglio conoscere la malvagità sua e dei suoi.

Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello, venne in Italia su invito di Bonifacio VIII per riconquistare la Sicilia agli Angioini; ma, anziché occuparsi della Sicilia, fu inviato dal pontefice come paciere a Firenze, dove inasprì le lotte delle fazioni e favorì i Neri che sopraffecero ed esiliarono i Bianchi (1301-1302) , fra i quali Dante.

Esce di Francia senza armi e solo con la lancia (della menzogna e del tradimento) con la quale aveva combattuto Giuda, e spinge forte quell'arma nel ventre di Firenze così da farlo scoppiare.

Da questa impresa non guadagnerà terre, ma peccato e vergogna, che per lui saranno tanto più gravi, quanto più lieve egli riterrà tale danno.

Vedo l'altro Carlo, quello che già fu tratto prigioniero dalla sua nave, vendere sua figlia e patteggiarla come fanno i corsari con schiave qualsiasi.

Qui Dante accenna a Carlo II d'Angiò, figlio di Carlo I. Egli fu fatto prigioniero nel golfo di Napoli nel giugno del 1284 da Ruggero di Lauria, ammiraglio degli Aragonesi in lotta con gli Angioini per il possesso del regno di Napoli. Carlo II d'Angiò si comportò come fanno i corsari nei confronti della figlia Beatrice, che egli nel 1305 "venderà" in sposa ad Azzo VIII d'Este, contrattandone la dote.

O avarizia, che altro di peggio puoi farci, dal momento che hai asservito a te la mia discendenza, al punto tale che per te non si cura più dei propri figli ?

Affinché il male futuro e quello fatto nel passato appaiano meno gravi, ti dirò che vedo entrare in Anagni l'insegna dei re di Francia, e vedo Cristo esser fatto prigionero nella persona del suo vicario.

Il Poeta allude qui all'episodio tristemente famoso in cui culminò la lotta tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII. passato alla storia col nome di "schiaffo d'Anagni" : dopo che il papa aveva scomunicato il re (13 aprile 1303) e che questi aveva fatto dichiarare deposto il pontefice da un concilio di vescovi (10 giugno 1303), Guglielmo di Nogaret, ministro del re, e Sciarra Colonna il 7 settembre 1303 con ottocento armati invasero la residenza pontificia di Anagni per arrestare Bonifacio VIII con l'intenzione di portarlo in Francia. Si dice, ma non è provato, che Sciarra Colonna osò perfino schiaffeggiare il pontefice. Il popolo insorse e dopo tre giorni riuscì a liberare il papa, che tornò a Roma dove mori di dolore il 12 ottobre 1303. Dante chiama Filippo il Bello novo Pilato sia perché consegnò il papa nelle mani dei Colonna, suoi nemici, come Pilato aveva consegnato Cristo ai Giudei, sia perché volle respingere ipocritamente ogni personale responsabilità nell'episodio.

Lo vedo deriso un'altra volta; vedo offrirgli nuovamente l'aceto e il fiele, e lo vedo ucciso in mezzo a ladroni che continuano a vivere (vivi: i due responsabili dell'oltraggio).

Vedo il nuovo Pilato diventato tanto crudele, che di questo non si sazia, ma arbitrariamente volge la sua cupidigia contro i Templari.

Filippo il Bello, spinto dalla sua insaziabile cupidigia, scatenò contro il potente ordine cavalleresco dei Templari (fondato nel 1119 a Gerusalemme) una campagna di calunnie conclusasi, nel 1307, con la confisca delle enormi ricchezze dell'ordine e con l'imprigionamento e la condanna a morte di numerosi suoi membri, accusati di eresia.
L'evocazione dell'episodio di Anagni, mentre da un lato corona la visione profetica delle malefatte degli Angioini, ne rappresenta anche il momento di più intensa drammaticità sul piano della resa espressiva.
Negli episodi che pongono come un fastigio di perfezione nel male alla catena di misfatti perpetrati dai Capetingi (versi 73-93) riecheggia continuamente il richiamo a passi ed espressioni evangeliche concernenti la passione di Cristo. Tali passi ed espressioni assumono - nell'ansimare profetico dell'anima di Ugo Capeto non sazia di dolori - cadenze più dure e decise di quelle che hanno nella piana stesura del racconto nei libri sacri, quasi la Passione del Cristo si fosse rivelata un olocausto inutile ed il sangue stesso del Figlio di Dio non fosse valso a riscattare, se non parzialmente ed in modo che il tempo ha offuscato, l'umanità dal germe del male che la abita. Se Carlo di Valois è ancora soltanto un vile che giostra (quanto amaro sarcasmo nel riferire un atto di tradimento alle nobili tradizioni della cavalleria!) con la lancia di Giuda, Filippo il Bello è il rinnovellato Pilato, laddove Bonifacio VIII - fatto altrove oggetto, nella concretezza del suo agire storico, di deprecazione e condanna da parte del Poeta, - veduto qui invece unicamente nella maestà inviolabile del manto che lo riveste - è senzaltro indicato come il Cristo stesso, una seconda volta incarnatosi e crocifisso fra i due ladroni (ma i due ladroni sono i suoi stessi seviziatori, onde la parafrasi del testo evangelico si colora, in questa rievocazione dello schiaffo di Anagni, di toni sinistri e striduli). Bonifacio VIII, il quale, in quanto protagonista funesto delle vicende che portarono al bando di Dante da Firenze, è generalmente considerato dal Poeta come l'incarnazione stessa del male in terra, qui appare purificato ormai da ogni scoria terrena, da ogni macchia politica: è soltanto il "servo dei servi di Dio", che dolorosamente espia, dall'alto del più glorioso dei troni, i peccati del mondo.

O Signore mio, quando avrò io la consolazione di vedere in atto il tuo giusto castigo che, ancora a noi nascosto, nei tuoi segreti disegni rende dolce la tua ira?

Quello che dicevo della Vergine Maria, l'unica sposa dello Spirito Santo, e che ti indusse a rivolgerti a me per averne qualche spiegazione,

(con gli altri esempi di virtù) segue come un responsorio tutte le nostre preghiere tanto quanto dura il giorno; ma quando giunge la notte al posto di questi esempi incominciamo a gridare esempi contrari.

Allora noi rievochiamo l'esempio di Pigmalione, che l'avida brama di oro fece traditore, ladro e parricida (nel significato latino di uccisore di un parente prossimo);

Pigmalione, re di Tiro e fratello di Didone, uccise a tradimento il cognato e zio Sicheo per impadronirsi delle sue ricchezze (cfr. Virgilio, Eneide I, 340-350).

e rievochiamo la misera condizione nella quale l'avaro re Mida si trovò dopo la sua domanda ingorda, per cui (ricordandola) ogni volta non si può non riderne.

Mida, il mitico re frigio, ottenne da Bacco, suo ospite, il potere di cambiare in oro quanto toccava, ma sarebbe morto di fame se non avesse ottenuto che il privilegio gli fosse tolto (cfr, Ovidio - Metamorfosi XI, 102-145).

Poi ciascuno di noi ricorda la follia di Acan, che rubò parte del bottino, cosicché qui sembra colpirlo ancora l'ira di Giosuè.

Acan fu lapidato con i suoi familiari perché nella presa di Gerico, trasgredendo agli ordini di Giosuè, s'era impadronito di alcuni oggetti del nemico (cfr. Giosuè VI, 18-19; VII, 20-26).

Quindi accusiamo Safira col marito; lodiamo Iddio per i calci del cavallo toccati a Eliodoro; e con infamia viene ripetuto in tutto il monte

Safira e suo marito Anania, incaricati di amministrare alcuni beni della comunità apostolica, trattennero per sé una parte del denaro ricavato dalla vendita d'un podere: scoperto l'inganno, caddero a terra fulminati al rimprovero loro rivolto da San Pietro (cfr. Atti degli Apostoli V, 1-10).
Eliodoro, inviato da Seleuco, re di Siria, a saccheggiare il tempio di Gerusalemme, ne fu impedito perché, appena messo piede nel luogo sacro, "apparve... un cavallo montato da un terribile cavaliere e riccamente bardato", il quale colpì con le zampe anteriori Eliodoro (II Maccabei III, 7-25).

il nome di Polinestore che uccise Polidoro: infine ci gridiamo a vicenda: "Crasso, tu che lo sai, dillo a noi : che sapore ha l'oro?"

Polinestore, re di Tracia e genero di Príamo, uccise a tradimento il giovane cognato Polidoro, affidatogli dai suoceri, per impadronirsi delle sue ricchezze; la vendetta fu compiuta da Ecuba, che, saputo il fatto, lo accecò e lo uccise (cfr. Virgilio - Eneide III, 19-68; Ovidio, Metamorfosi XIII, 429-575) . Il triumviro M. Licinio Crasso (114-153 a. C), famoso per le sue ricchezze e per la sua cupidigia, morì in Asia Minore durante una spedizione contro i Parti; si dice che Orode, re dei Parti, avutane la testa, gli facesse versare oro fuso in bocca dicendo: "Avesti sete d'oro: bevine dunque!" (cfr. Cicerone De officiis I, 30; II, 18-57).

Talora (ricordando gli esempi) uno di noi parla a voce alta e un altro a voce più bassa, secondo l'intensità del sentimento che ci sprona a procedere nella purificazione ora con maggiore ora con minore desiderio

perciò a ricordare gli esempi virtuosi che di giorno qui (ci) ripetiamo, non ero io solo poco fa; ma qui vicino a me non alzava la voce nessun'altra anima".

Noi ci eravamo già allontanati da lui, e ci studiavamo di percorrere la strada con tanta fretta quanta ci permetteva la difficoltà del cammino,

quando sentii tremare il monte, come se stesse franando; per questo mi prese quel gelido spavento che suole provare chi è condotto al supplizio:

certo l'isola di Delo non veniva scossa dal mare così violentemente, prima che Latona la scegliesse come rifugio per darvi alla luce Apollo e Diana (li due occhi del cielo: cioè il sole e la luna).

L'isola di Delo, secondo il mito, galleggiava sulle acque in balia delle onde e servi da rifugio a Latona, perseguitata dall'ira della gelosa Giunone, per darvi alla luce Apollo e Diana, personificazioni del sole e della luna. L'isoletta errante dell'Egeo fu poi resa stabile da Apollo per riconoscenza dell'aver essa dato asilo alla madre (cfr. Virgilio -Eneide III, 69-77; Ovidio - Metamorfosi VI, 189 sgg.).
Ricondotta l'attenzione del lettore sul tema del viaggio ultramondano e ripresi i motivi consueti della poesia della seconda cantica, Dante propone sul finire di questo canto percorso da un'ira incontenibile, quasi in solenne risposta all'ansia invocante dell'anima di Ugo Capeto, una diretta manifestazione del divino nel corso delle vicende umane (in questo caso l'umana vicenda è rappresentata dal peregrinare del Poeta, in carne ed ossa, nei reami della morte), in chiave tuttavia di perdono e di mistica letizia. "L'invocazione impaziente di un intervento soprannaturale, così ripetuta nel canto come in nessun altro del Purgatorio, sembra coronata e soddisfatta nel trionfo di gloria per la liberazione di un'anima." (Grana)
Notiamo, al verso 127, l'audace contrasto che si determina tra l'amorfa, quotidiana familiarità di quel cosa e lo squassarsi del monte che, secondo i principii che presiedono alla cosmologia dantesca, non dovrebbe conoscere perturbamenti di sorta (come sarà chiarito nel canto XXI, versi 43-54). Il riferimento dotto ad una vicenda della mitologia pagana nella terzina successiva (130-132) accentua ulteriormente il rilievo conferito al carattere miracoloso di questo terremoto dall'accostamento, per via di analogia, al semplice cosa. Assistiamo infatti, in questa terzina, alla miracolosa nascita, nella solitudine propizia di un'isoletta, di quei "due luminari" di cui parla la Genesi e che hanno tanta parte nel determinare la complessa, ma rigorosa simbologia dantesca.

Poi da ogni parte si levò un grido tanto possente, che il mio maestro (per rassicurarmi) s'accostò a me, dicendo: « Non temere, finché ti guido io ».

Per quello che capii dalla voce delle anime più vicine, da cui fu possibile intendere le parole gridate, tutti dicevano: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli » (l'inno cantato dagli angeli alla nascita di Gesù; cfr. Luca II, 14).

Noi due ce ne stavamo immobili e con l'animo sospeso (sospesi) come i pastori di Betlemme, che per primi udirono quel canto, finché cessò il tremito del monte ed ebbe termine il canto.

II tema della natività viene definito in una cornice grandiosa dalla evocazione del mito pagano nei versi 130-132: tutti gli elementi del quadro contribuiscono al carattere di mistero sovrannaturale da esso proposto, ma, in particolare, la contrapposizione tra la piccolezza di quell'isola perduta nel vasto Mediterraneo e gli astri celesti che da essa prenderanno gioioso avvio al loro eterno rincorrersi sulla volta celeste, tra la loro nascita - avvenuta in termini e proporzioni ancora umani - e il loro destino di fonti di luce, destinate a giganteggiare sull'umanità quali simboli di una guida etica secondo l'interpretazione moraleggiante data dal Medioevo. Questo tema è ripreso, nei versi 139-141, su un tono di più sospesa attenzione al determinarsi del dato interiore e di più vibrante intimità. La presenza del sovrannaturale, nella natività del Cristo, è di tanto meno vistosa del proporsi nel mito pagano, - in termini di una grandiosità ancora esteriore - della nascita di Apollo e Diana, di quanto risulta più direttamente vincolata al problema della colpa e del dolore.

Poi riprendemmo la strada della purificazione, osservando le ombre giacenti a terra, già tornate al loro pianto abituale.

Se in questo la mia memoria non erra, nessuna ignoranza mi rese mai desideroso di sapere con tanto assillo,

quanto mi sembrava di averne allora ripensando al terremoto e al canto; né osavo domandare a Virgilio per la sua fretta, né da me solo potevo vedere in quei fatti alcuna cosa che m'illuminasse:
perciò procedevo timoroso di chiedere e chiuso nei miei pensieri.

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