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Canto XVIII

Virgilio ha concluso la sua alta lezione e Dante lo prega di spiegarli che cosa sia l’amore dal quale derivano le buone e le cattive azioni. L’amore, dice Virgilio, è una tendenza istintiva dell’animo verso ciò che gli piace. L’intelletto prende l’immagine delle cose esterne, e se l’anima si piega verso di esse, dimostra un’inclinazione naturale all’amore. Dante è colto da un altro dubbio. Egli non capisce come mai l’anima può essere considerata responsabile del suo agire, se resta vincolata all’amore, che si rivolge di necessità verso l’oggetto che piace. Virgilio spiega quindi che è vero che l’uomo tende per natura verso ciò che gli piace, ma possiede anche la ragione che gli permette di distinguere il bene dal male e lo guida alla virtù. I filosofi si accorsero di questa facoltà e per ciò diedero al mondo dottrine morali. Quindi l’uomo possiede una volontà che lo rende libero che Beatrice chiamerà libero arbitrio. È mezzanotte e Dante procede come assonnato, ma ad un tratto è scosso dall’arrivo di molte anime, che corrono veloci. Due di esse precedono la schiera gridando esempi di sollecitudine: quello di Maria che si affretta a visitare Elisabetta e quello di Cesare, che corse in Spagna per distruggere i Pompeiani. Le altre anime si spronano a vicenda. Virgilio si rivolge ad essi per sapere da che parte di salga nella quinta cornice. Uno risponde invitando i due poeti a seguire le anime e si scusa di non potersi fermare, poiché le anime degli accidiosi sono continuamente spronate a purgarsi. Lo spirito che ha parlato è l’abate di San Zeno in Verona, che lamenta la sorte del suo monastero. Il corteo degli accidiosi si chiude con due anime che gridano esempi di accidia punita. Diversi pensieri tormentano Dante, che comincia a vaneggiare, finché cade in un sonno profondo.

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