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Canto XVII

Attraverso la nube di fumo che và diradandosi Dante rivede la luce del sole prossimo al tramonto. Mentre segue il maestro viene rapito dalle visioni. Prima appare la figura di Progne, trasformata in usignolo; poi vede Haman, crocifisso sulla stessa croce che aveva fatto innalzare per il giusto Mardocheo; e infine l’infelice regina Amata, che si impicca per non assistere alle nozze della figlia Lavinia con Enea. Dopo poco le visioni scompaiono. Una luce intensa lo colpisce in viso, mentre nell’aria si diffonde l’invito di salire nella quarta cornice. Dante cerca di guardare l’anima che ha parlato, ma lo splendore abbagliante non consente ai suoi occhi di vedere la figura: è l’angelo della pace, che gli mostrerà la scala per procedere. Giunto sul primo gradino, gli viene cancellata un’altra P. Scende la sera e Dante si accorge che la forza delle sue gambe sta calando. Virgilio approfitta della sosta per spiegare quale peccato si espia in quel luogo e i criteri dell’ordinamento morale del purgatorio. Comincia qui una lunga digressione sulla teoria dell’amore. Virgilio distingue tre forme: amore rivolto ai beni terreni o amore che pecca per mancanza o eccesso di vigore. L’amore è il principio di ogni virtù e di ogni colpa. Considerando che non si può amare il nostro male, ne si può odiare Dio, la prima distinzione sarà una forma di amore per il male del prossimo, che si risolve in superbia, invidia ed ira, punite nelle tre cornici già attraversate da Dante. Quando ci si rivolge verso il bene supremo senza vigore, allora toccherà espiare la propria colpa in questa quarta cornice, dove ci sono gli accidiosi. L’amore infine che si abbandona senza misura al godimento dei beni sensibili sarà punito negli ultimi gironi, ma Virgilio lascia a Dante il compito di rendersi conto da solo di come esso sia distinto in tre specie.

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