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Canto VI del Purgatorio - Commento e parafrasi

Introduzione al canto
Nel canto VI, Dante, insieme al fedele Virgilio, si trova ancora nell’Antipurgatorio, fra coloro che sono morti uccisi con violenza.
La colpa delle anime che qui si trovano è di aver sconvolto l’ordine e l’armonia date da Dio per fini personali.
Questo è principalmente un canto politico, nel quale si ricordano la celebre “apostrofe all’Italia” e l’“invettiva contro Firenze”.
La situazione nel 1300 era infatti complessa.
A Firenze, per esempio, i guelfi si erano divisi in neri e bianchi ed avevano dato il via a lotte intestine ben più cruente di quelle contro i ghibellini. Dante si sente perciò quasi in dovere di mettere a nudo le cause di questa situazione. Di essa sono responsabili i cittadini, che possono essere incolpati di non fare più il proprio dovere, e di aver perso interesse per il benessere e le questioni della propria città.

Spiegazione
Il canto inizia con le anime dei morti uccisi per violenza che fanno ressa intorno a Dante per raccomandarsi a lui e alle sue preghiere.
Esse gli si accalcano intorno, e a ciascuna Dante promette dunque di ricordarle, una volta tornato sulla Terra.
Per descrivere questa situazione, il poeta ricorre ad una similitudine, nella quale paragona se stesso ad un vincitore del gioco della “zara”.
La zara era un gioco piuttosto popolare all’epoca, ed era una specie di morra che si era soliti praticare nelle taverne o nelle osterie, facendo uso di tre dadi.
Il gioco era di origine orientale, infatti il termine “zara” altro non è che la storpiatura della parola araba (“zahr”) che significa “dado”, e dalla quale in italiano deriva anche la parola “azzardo”.

Parafrasi (vv. 1 - 11):
Quando termina il gioco della zara, chi perde rimane pensieroso in disparte, ripetendo i tiri fatti, e tristemente impara per la prossima volta; il vincitore, invece, se ne va circondato dalla folla: chi gli si para davanti, chi lo tira da dietro, chi gli si mette di lato per farsi notare… E lui non si ferma, e dà retta a questo e a quello.
Chi ha già ricevuto qualcosa si allontana e non gli sta più addosso, e in questo modo si libera dalla calca.
Allo stesso modo ero io (come il vincitore della zara), in quella fitta folla di anime, verso le quali mi volgevo – ora qua e ora là -, e dalle quali, una volta promesso di ricordarle, riuscivo a liberarmi.

Parafrasi (vv. 12-24)
Comincia a questo punto una breve rassegna di personaggi: le anime che fanno parte della folla ammassata attorno a Dante: le anime dei morti violentemente.
Esse sono:
- Benincasa da Laterina (che nel testo Dante chiama “l’Aretino”), famoso giudice che fu ucciso e decapitato a Roma da Ghino di Tacco per vendicarsi della condanna che egli aveva pronunciato a Siena contro alcuni suoi parenti;
- Guccio Tarlati, signore di Pietramala, che morì annegato nell’Arno inseguendo i suoi nemici Bostoli (guelfi fuoriusciti da Arezzo) oppure inseguito dai suoi nemici nella battaglia di Campaldino;
- Federigo Novello dei conti Guidi, ucciso presso Bibbiena da uno dei Bostoli mentre era accorso in aiuto dei Tarlati di Pietramala;
- Farinata Scornigiani (che Dante chiama “quel da Pisa”), figlio di Marzocco, che venne ucciso dal Conte Ugolino durante le lotte interne di Pisa. Dante definisce “forte” suo padre, Marzucco, sia perché famoso per la sua fortezza d’animo, sia perché seguì il funerale del figlio senza lacrime o ira, esortando i parenti a non fare vendetta di quella uccisione;
- Il conte Orso degli Alberti, ucciso dal cugino Alberto;
- Pierre de la Brosse, che, divenuto chirurgo, si acquistò le simpatie del re di Francia Filippo III, che lo nominò gran ciambellano. Morto però il figlio primogenito del re, pare che Pierre avesse accusato la sua matrigna, Maria di Brabante (seconda moglie di Filippo), di averlo avvelenato. Odiato dunque dalla regina, costei, appoggiata dai cortigiani, fece in modo che venisse impiccato per tradimento. Altre versioni tramandano invece che la regina, offesa per essere stata respinta da lui, l’avesse accusato presso il re di aver tentato di sedurla, e di qui la sua condanna. Dante comunque lo considera innocente, vittima dell’astio della regina e degli intrighi della corte.

Tra questi vi era l’aretino che ebbe la morte dalle fiere braccia di Ghino di Tacco, e l’altro che annegò correndo mentre inseguiva (o “era inseguito”, il senso può essere duplice).
Tra questi pregava con le mani protese anche Federigo Novello e quel tale da Pisa che fece sembrare forte il buon Marzocco.
Vidi anche il conte Orso, e l’anima divisa dal suo corpo, come egli diceva, per gelosia e invidia e non per colpa commessa. Dico di Pierre de la Brosse, e a questo riguardo provveda - finchè è viva - Maria di Brabante, affinchè per questo (questo motivo, l’uccisione di Pierre) non appartenga ad un gregge peggiore (quello dei dannati)
.

Parafrasi (vv. 25-57)
Liberato dalla ressa degli spiriti, ricordando un verso dell’Eneide che sembra negare l’efficacia della preghiera dei vivi per i morti, Dante ne chiede ragione a Virgilio. Si riferisce a quel verso nel quale la Sibilla, pregata da Palinuro di essere portato al di là dell’Acheronte sebbene il suo corpo giaccia inseppellito, gli risponde: “Cessa di sperare di piegar con le preghiere i decreti fatali degli dèi.”
Virgilio spiega a Dante che si tratta di una contraddizione solo apparente, e lo invita a chiedere poi spiegazioni più precise a Beatrice. Beatrice rappresenta infatti nel poema la “teologia”. Virgilio, infatti, che rappresenta la “ragione”, non può giungere da solo alla spiegazione di tutti quanti i problemi.

Al nome di Beatrice, Dante si sente rinvigorito, perché il desiderio di vederla si confonde col bisogno di conoscere la verità. Il poeta prega perciò Virgilio di affrettare il passo per poterla raggiungere al più presto, ma Virgilio gli fa notare che ormai è già sera e il cammino è ancora lungo.

Come fui libero da tutte quante quelle ombre che pregavano per avere suffragi, cosicché si affretti la loro purificazione, io chiesi a Virgilio: “Sembra che tu, o luce mia, neghi in qualche passo della tua opera – esplicitamente - che la preghiera possa piegare il decreto santo, eppure questa gente prega per questo. E’ forse vana la loro speranza, o sono io che non ho ben compreso?”
Ed egli a me: “Il mio testo è chiaro, ma anche la loro speranza non è vana, se ben si guarda con la mente sgombra da pregiudizi. Perchè l’altezza del giudizio divino non si piega per il fatto che l’ardore della preghiera dei vivi compia in un momento la soddisfazione che deve pagare chi dimora qui (nel Purgatorio). E là dove scrissi quella sentenza, non c’era compenso alla colpa con la preghiera, perché questa era disgiunta da Dio (in quanto nasceva dal cuore dei pagani). Ma non soffermarti troppo su queste questioni, perché non le puoi comprendere se non te le spiega colei che illumina il vero all’intelletto. Non so se mi hai capito: parlo Beatrice. Tu la vedrai di sopra, sulla vetta di questo monte, ridere e felice.”
E io: “Signore, andiamo allora con maggiore fretta, perché adesso non sono più stanco come prima e vedi che il sole è già dietro al monte, il quale pertanto proietta la sua ombra (quindi, è pomeriggio).”

“Andremo avanti finchè dura la luce di questo giorno” rispose, “quanto più potremo; ma le cose sono molto diverse da come ti immagini. Prima che siamo arrivati lassù (in cima al monte del Purgatorio) vedrai di nuovo il sole, che già è scomparso dalla costa, i cui raggi non puoi dunque più schermare col tuo corpo mortale.”

Parafrasi (vv. 58-75)
Occorrono infatti due giorni prima che Dante possa giungere in cima al Purgatorio.
Avendo scorta un’anima tutta sola in disparte, che pare un leone che si riposa, Virgilio le si rivolge per chiederle la strada. Quest’anima, che ha seguito con lo sguardo i due poeti, invece di rispondere chiede a sua volta chi essi siano e da dove vengano.
Appena Virgilio pronuncia la parola “Mantova”, l’anima gli corre incontro, dicendo di essere Sordello, suo compatriota, e lo abbraccia con grande affetto.
Sordello, nato da famiglia nobile ma povera, fu il più celebre dei trovatori italiani. Ebbe una vita alquanto avventurosa, e fu anche un austero cavaliere ed un apprezzato consigliere.

“Ma vedi là un’anima che, seduta sola soletta, guarda verso di noi: quella ci indicherà la via più breve”.
Andammo da lei: o anima lombarda, come te ne stavi altera e sdegnosa e come sembravi nello sguardo degna d’onore e pacata!
Essa non ci diceva niente, ma ci lasciava andare, guardandoci come un leone quando di riposa.
Ciò nonostante Virgilio le si avvicinò, pregandola che ci mostrasse dove poter salire più agevolmente. Quella non rispose alla sua domanda, ma ci chiese chi fossimo e da dove venivamo. La mia dolce guida cominciò: “Mantova…” e l’ombra, dapprima tutta sulle sue, balzò verso di lui dal luogo dove stava prima, dicendo: “O mantovano, io sono Sordello, tuo compatriota! E iniziarono ad abbracciarsi l’un l’altro.

Parafrasi (vv. 76 - 126)
A questa vista, Dante è commosso: alle due anime basta sentir nominare la patria per abbracciarsi come fratelli!
Molto diversi sono invece i suoi tempi, nei quali l’Italia è dilaniata da lotte tra regioni, tra partiti, tra famiglie, ed egli piange perciò tra sé, riflettendo sulla sua terra sventurata.
Il poeta prorompe dunque, dal verso 76 al verso 126, in una apostrofe all'Italia, nella quale essa viene definita serva e sede di vergogna, straziata dalle lotte intestine, priva di una guida e in balìa delle tirannidi feudali e dei governi popolari come una nave senza timoniere nella tempesta.
Per descrivere la situazione presente al momento, Dante ricorre ad una efficace metafora, nella quale l’Italia viene paragonata ad un cavallo indomito e selvaggio lasciato senza controllo. Nella metafora, dunque, le leggi divengono le “redini” e il “morso”, mentre la mancanza dell’autorità imperiale è indicata come una “sella vuota”.
Dante accusa poi i responsabili di tanto male, tra i quali il clero, che dovrebbe essere devoto, ubbidiente al volere di Dio e al loro legittimo sovrano, l’imperatore.
Per far questo utilizza ancora la metafora del cavallo selvaggio: il clero, incapace di inforcare il cavallo (poiché questo è possibile solo all’imperatore) e quindi di domarlo, tuttavia pretende di saperlo fare conducendolo a mano (con la “predella”, la parte della briglia attaccata al morso).
Il suo biasimo va poi verso l’imperatore Alberto I d’Austria, che trascura il suo dovere disinteressandosi dell’Italia e di Roma. Dante lo chiama infatti “tedesco”, a voler sottolineare il fatto che egli si sentì sempre tale, non volendo invece, come era suo dovere in quanto imperatore, essere “romano”.
Dante accusa sia lui che la sua famiglia di “cupidigia”, cioè di desiderio di possesso delle terre tedesche, quando il possesso dell’Italia, invece, sarebbe stato voluto da Dio.
L’apostrofe di Dante non risparmia neanche le signorie locali, che si fanno guerra tra loro. Tra questi ricorda i famosi Montecchi e Cappelletti (i primi ghibellini e di Verona, i secondi guelfi e di Cremona), le cui fazioni turbarono con le loro lotte tutta la Lombardia; oppure i Monaldi e i Filippeschi (anch’essi ghibellini e guelfi) della città di Orvieto.
Si fa riferimento anche alla città di Santa Fiora, nel Monte Amiata, dominio feudale della famiglia degli Aldobrandeschi. Dopo lunghi contrasti con Siena, questa famiglia le dovette cedere parecchi territori. Questa citazione di Dante vuole semplicemente portare un esempio della decadenza delle famiglie feudali.
Rivolge poi la sua parola a Dio chiedendo se tutto ciò non sia forse un segreto piano della Provvidenza per il bene futuro, che gli occhi degli uomini non possono assolutamente vedere.

Oh, serva Italia, sede di dolore, nave senza timoniere nella tempesta, non signora dei popoli ma luogo di corruzione!
L’anima gentile di Sordello fu così pronta, solo a sentire il dolce nome della sua terra natia, a far festa –qui, nel Purgatorio- ad un suo concittadino! Mentre i tuoi vivi, invece, non possono stare senza farsi guerra, e l’un l’altro sono in lotta anche contro coloro che vivono nella stessa città (Dante li chiama: “quei ch’un muro e una fossa serra”, perché all’epoca le città erano cinte di mura, circondate a loro volta da fossati).
Osserva, o misera, lungo le coste i tuoi mari, e poi guarda nell’interno, se riesci a vedere qualche parte in te che può godere di un po’ di pace.
A che cosa è servito che l’imperatore Giustiniano ti riparasse il freno, se la sella è vuota (cioè: “a che cosa è servito che l’Imperatore Giustiniano ordinasse e regolasse le leggi se poi manca chi le faccia rispettare”)?
Senza di esso (il freno, cioè le leggi), invece, la vergogna sarebbe minore.
Oh, gente che dovresti essere devota (il clero) e lasciar sedere l’imperatore sulla sella (cioè il trono d’Italia), se riesci a capire quello che Dio ti indica, guarda come questo animale (l’Italia) è diventato ribelle, a furia di non essere corretto con gli speroni, da quando tu hai messo mano alla predella.
O, imperatore Alberto, che l’hai abbandonata e l’ha fatta diventare indomita e selvaggia, quando dovresti invece inforcare gli arcioni! Cada sopra i tuoi discendenti un giusto castigo dal Cielo, che sia così straordinario ed evidente che il tuo successore (Enrico VII) lo tema!
Dopo che avete tu e tuo padre (Rodolfo d’Asburgo) permesso, trattenuti per cupidigia dei possessi in Germania, che il giardino dell’impero (così era chiamata all’epoca l’Italia) fosse devastato.
Vieni a vedere Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, o uomo senza cura: gli uni sono già ridotti a mal partito, e gli altri hanno già i presagi della prossima inevitabile rovina.
Vieni, o crudele, a vedere l’oppressione dei tuoi feudatari, e cura le loro colpe. Guarda anche come è decaduta Santa Fiora! Vieni a vedere la tua Roma che piange, rimasta ormai senza il suo imperatore, invocandoti notte e giorno: “O mio imperatore, perché non stai con me?”
Vieni a vedere quanto si ama la gente, e se questo non ti suscita alcuna pietà per noi, curati almeno della tua fama (che in Italia è caduta molto in basso, cosicché se ne vergognerebbe se lo constatasse di persona venendo qui).
E se mi è permesso, o Signore, che fosti crocifisso su questa terra per noi, è forse il tuo sguardo di giustizia rivolto altrove? O forse tutto questo è preparazione, nell’abisso insondabile della tua mente, di un qualche bene imprevedibile, lontano dalla nostra capacità di comprendere?
Dal momento che le città italiane sono tutte piene di fazioni che usurpano il potere legittimo, e ogni villano che si pone a capo di una fazione diviene un capo-popolo (che Dante chiama “Marcello”, forse volendo alludere ad un personaggio della storia romana).

Parafrasi (vv. 127-151)
Non può mancare infine un'apostrofe a Firenze, città natale del poeta.
Essa comincia con “Firenze mia”, un vocativo pieno d’amore.
Se fino ad adesso si sono alternati lo sdegno, l’indignazione e la malinconia, adesso infatti prevalgono il sarcasmo e l’ironia taglienti, tanto più quanto è più intenso il sentimento d’amore verso la sua città.
Con un tono amaramente ironico e sarcastico, Dante denuncia dunque la leggerezza e l’insipienza dei fiorentini, la volubilità e l’incostanza dei loro istituti politici, e man mano si fa strada una profonda pietà.
Alla fine conclude che Firenze è quasi come una grave ammalata che si gira e si rigira nel letto, i cui rivolgimenti interni non sono che il vano tentativo di alleviare i propri dolori.

Firenze mia, puoi essere contenta di questi miei discorsi che non ti riguardano, grazie al tuo popolo che si ingegna a provvedere alla tua pace e alla tua tranquillità.
Molti hanno in cuore il senso della giustizia, ma tardi la manifestano per non parlare sconsideratamente (si ricorre qui alla metafora dell’arco, riferito al momento in cui, per scoccare la freccia, la si trae indietro con la cocca sulla corda fino a che essa tocca con la punta l’arco), mentre i fiorentini parlano sempre di giustizia, senza applicarla.
Molti rifiutano gli uffici pubblici, ma i fiorentini si dichiarano pronti a sostenere il peso degli incarichi pubblici anche senza essere stati chiamati (cioè accettano le cariche con leggerezza, perché sono ambiziosi, anche se lasciano credere di farlo con segno di accettata rassegnazione).
Ora tu sei lieta, e ne hai ben motivo: tu sei ricca, godi di pace e hai giudizio. Che io dico la verità, questo si vede dai risultati. Atene e Sparta (da sempre considerate la fonte prima del diritto civile) che fecero le leggi antiche e furono così ben ordinate, fecero ben poca cosa per la buona convivenza tra i cittadini a paragone di te, che prendi provvedimenti tanto finemente escogitati, che a metà novembre non arriva ciò che hai stabilito ad ottobre.
Quante volte, a memoria d’uomo, hai cambiato legge, moneta, istituzioni e cariche di governo, e modi ed usi, e hai rinnovato le membra (cioè i cittadini, volendo alludere al fatto che, per le lotte tra le fazioni, essi venivano alternativamente richiamati o cacciati in esilio).
E se ben ricordi e vedi chiaro, capirai che sei simile a quella ammalata che no riesce a trovare poca sulle piume del letto, e col cambiare posizione cerca sollievo al suo dolore.

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