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Canti V - VI - VIII Purgatorio - Sintesi

Canto V
Il Miserere è un salmo di pietà ed è anche la prima parola che pronuncia Dante nella Divina commedia. Non si può prescindere dal totale affidamento alla grazia divina. Dante è prezioso per le anime perché può far dire molte preghiere che possono intercedere per le anime del Purgatorio. Nel canto V Dante è già stato sgridato da Virgilio che lo ammonisce di non stancarsi perché il percorso è ancora lungo. Le anime del canto V sono negligenti perché hanno tardato ad amare Dio e in particolare sono le anime di coloro che sono morti violentemente e chiesero la grazia di Dio in fin di vita. In questo canto c’è una coralità tra le parole delle due anime, Iacopo del Cassero e Bonconte da Montefeltro. Iacopo del Cassero era un nobile guelfo di Fano. Fu un grande politico e nel 1296 era podestà di Bologna. Si scontrò con Azzo VIII D’Este che nutriva per Ferrara dei sogni espansionistici. Finito il mandato podestarile, la carriera di Iacopo del Cassero continuò con la carica di podestà di Milano nel 1298. Era consapevole che Azzo stava tramando contro di lui e infatti vene trucidato nel castello di Oriago dai sicari degli Estensi. Bonconte da Montefeltro era uno dei leader del ghibellinismo e uno dei miglior comandanti militari del tempo. Morì nella battaglia di Campaldino nel 1289. Nel Purgatorio Bonconte non conserva più i titoli che l’avevano reso celebre nel mondo terreno. Emerge il tema dell’umiltà, che caratterizza tutta la cantica. Storicamente si sa che non fu mai ritrovata la salma di Bonconte. Una terza anima è quella di Pia de’ Tolomei e la sua vita è sintetizzata in un’unica terzina. Il Dante del Purgatorio è ancora intriso di realismo. Il rapporto con il mondo dei vivi è doloroso e la colpa è anche di non aver avuto il tempo di costruire un circolo di affetti che possono pregare per loro. Bonconte è un personaggio irrimediabilmente solo e la moglie Giovanna non si cura più del marito defunto. La vicenda di Bonconte dimostra la bontà infinita di Dio che decide di redimerlo per un istante di pentimento. Si può notare un climax tra le tre vicende. È come se ci sia un tema tragico intorno al quale si sviluppano delle circostanze cronachistiche, nel caso di Bonconte, mentre in Pia de’ Tolomei regna la reticenza assoluta. Pia de’ Tolomei venne assassinata dal marito Nello de’ Pannocchieschi, che voleva sposarsi con Margherita Aldobrandeschi.

Canto VI

È un canto politico. Dante apre il VI canto con una similitudine per descrivere la fatica con cui usciva dalla schiera di anime che lo supplicavano di dire in terra di pregare per loro. Il gioco della zara si faceva con tre dadi ed era molto diffuso nel Medioevo. Lo scopo consisteva nell’indovinare la giusta somma dei valori dei tre dadi. In alcuni luoghi questo gioco era vietato perché spesso ci si picchiava. Quello del canto VI è un tipico esordio in stile umile. Il termine “zara” è di origine araba e ha la stessa radice della parola “azzardo”. L’Aretino era Benincasa da Laterina, un importante uomo di legge del XIII secolo. Il podestà di Siena lo aveva convocato perché aveva ucciso lo zio e il fratello del furfante Ghino di Tacco. Nel verso 15 si fa riferimento al ghibellino Guccio dei Tarlati che annegò nell’Arno durante una battaglia contro i guelfi. C’è un contesto caotico e confusionario che serve a Dante per introdurre il tema politico. Nel verso 17 “quel da Pisa” è Farinata figlio di Marzucco degli Scornigiani. Il conte del verso 19 è Orso degli Alberti che fu ucciso dai suoi famigliari per brama di possesso. Pierre de la Brosse era un chirurgo che aveva ottenuto il titolo di Gran Ciambellano alla corte di Francia. Secondo Dante Pierre de la Brosse morì perché era stato condannato a morte per alto tradimento. C’è un’immersione nella cronaca del tempo che giunge nel momento più inaspettato perché Dante sta attraversando un percorso di purificazione. Per Dante Pierre de la Brosse è innocente. Alcune fonti ammettono che la regina si era vendicata di un’accusa che le era stata rivolta da Pierre de la Brosse, il quale l’aveva incolpata di avere avvelenato il figlio. Queste storie di violenza hanno il compito di evocare un mondo terreno corrotto caratterizzato dalla morte della giustizia. Virgilio aveva detto nell’Eneide che è inutile che gli uomini pregassero per cambiare la sentenza divina. Però il parlare di Virgilio riguardo Dio non è corretto perché si tratta delle parole di un pagano. C’è un’anima austera che si stacca dalle altre, che si chiama Sordello. Nel verso 62 e 63 ci sono due tricolon bimembre, rappresentati dalle coppie di aggettivi “altera e disdegnosa” e “onesta e tarda”, che sono un segno della ricercatezza lessicale dell’opera. Sordello era originario di Goito, paesino mantovano. Era uno dei più noti trovatori, appartenenti alla più tarda generazione di questo filone letterario. Era poco famoso, ma apprezzato da Dante, il quale gli diede un ruolo importante all’interno del canto VI. A Sordello appartiene un trattato in versi sulla cortesia e sui principi dell’etica cavalleresca. In questo trattato Sordello attaccava i ricchi e i potenti, rei di essersi allontanati dal principio della liberalità. Sordello scrisse un trattato satirico in cui criticava la negligenza e l’inettitudine dei sovrani. Questo meccanismo di affiancamento dell’umiltà del Purgatorio alle squallide cronache terrene permette di esaltare le virtù del Purgatorio e il tema della purificazione. Sordello è la rappresentazione di quello che dovrebbe essere l’amor patrio, un amore istintivo e potente che però sulla Terra non è condiviso. Non c’è senso di fratellanza civile. Nel verso 84, per indicare gli abitanti di una città, Dante scelse una soluzione che metteva in risalto la condivisione della sorte. Poi parla delle prerogative della Chiesa e di quelle dell’impero. La Chiesa dovrebbe occuparsi solamente di cose spirituali. Il tema politico appare nell’intera commedia in molte forme differenti, ma sempre con la stessa potenza e con la stessa foga. Per Dante è importante la condizione del cittadino. Dante è un conservatore perché guarda alla società comunale delle origini con nostalgia e disprezza i principi dominanti della classe borghese. Questo disagio porta Dante a scagliarsi contro la Chiesa che, assieme all’impero, è responsabile della situazione che si è venuta a creare. Nel momento in cui i due poteri, temporale e spirituale, non si dedicano più a ciò a cui dovrebbero dedicarsi, si crea tutta una serie di disordini. Dante criticò la Chiesa con parole durissime e poi rivolse una maledizione all’imperatore Alberto d’Asburgo che regnò tra il 1298 e il 1308. La posizione di Dante è conservatrice e anacronistica perché sogna un mondo del passato. Dante accusa gli imperatori del suo tempo di essere troppo preoccupati dalle vicende della Germania e di trascurare il resto dell’impero. C’è un compianto sulla situazione italiana che è denso di pathos. Nel verso 110 i “gentili” sono i feudatari di nomina imperiale. Dante invita l’imperatore a vergognarsi del discredito di cui godeva tra gli italiani. Nel verso 118 “giove” sta per “Cristo”. Dante ha una visione provvidenzialistica della realtà e ritiene che tutta la situazione disordinata e negativa del tempo segue un disegno divino il cui effetto benefico è per ora ignoto a Dante e a tutti i suoi contemporanei. Nel verso 125 Marcello potrebbe essere il rivale politico per antonomasia, se ci si riferisce al Marcello, nominato da Lucano, che era un rozzo e bifolco che fu oppositore politico di Cesare. In questo passo del Purgatorio Dante fa molto uso dell’ironia. Nel verso 142 “sottili” è una parola chiave dell’ironia perché può significare “ingegnosi”, ma anche “fragili”. Il canto VI termina con una similitudine molto potente fra Firenze e una vecchia malata. La malattia di Firenze è la caduta dei valori e la situazione di crisi politica. La discussione tra Sordello e Virgilio continua poi nel canto VII.

Canto VIII

L’attacco è semplice, ma lirico. In questo canto si enuncia l’argomento dell’esilio. Si è al termine del primo giorno di viaggio. Nel verso 5 “squilla” è il suono di una campana. Anticamente i primi cristiani pregavano rivolgendosi verso oriente. Il Te lucis ante è un canto liturgico che per tradizione viene fatto risalire a Sant’Ambrogio. A questo inno segue una scena importante che caratterizza la prima parte del canto. C’è una schiera di anime che è pallida e umile perché tutti sono in ansia per la scena che si sta consumando davanti ai loro occhi. Le due spade allegoricamente rappresentano la giustizia e la misericordia e sono verdi come la speranza dell’intervento divino. Non si vede il volto dell’angelo perché è troppo bello per essere percepito dall’occhio umano. Sordello disse che i due angeli provenivano dall’empireo. Il “giudice Nin” era Nino Visconti. Egli era un guelfo ed era stato reggente del giudicato di Gallura, in Sardegna, in cui morì nel 1296. Espresse il desiderio che, dopo la morte, il suo cuore fosse deposto nella chiesa di San Francesco a Lucca, roccaforte della fazione guelfa. Nel verso 71 Giovanna è la figlia di Nino. Dante usa due volte la perifrasi per indicare Dio. Nel verso 74 si dice che la moglie di Nino, dopo la morte del primo marito, si è risposata. Dal punto di vista poetico non c’è odio e rancore nelle parole di Nino Visconti, anche quando si riferisce alla moglie che lo ha dimenticato. C’è un enorme distacco tra il Nino terreno e quello che sta salendo al cielo. È un passo di altissima misoginia. Il tema dell’incostanza e della volubilità è di origine classica, presente per esempio in Ovidio e in Virgilio. Nino non lancia alcuna maledizione alla moglie, ma le profetizza una fine infelice.

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