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Divina Commedia, Canto I Purgatorio - Catone

DOVE: sulla spiaggia dell'Antipurgatorio, ai piedi della montagna.
QUANDO: la notte tra il 9 e il 10 Aprile 1300 (o tra il 26 e il 27 Marzo dello stesso anno)
IL PERSONAGGIO: Catone l'Uticense

CATONE
Si hanno notizie di Catone grazie alla Pharsalia di Lucano. Dante parla, in questo canto, di Catone l'Uticense, anche se il critico Chistoni ha ipotizzato si possa trattare di Catone il Censore. Questa ipotesi tuttavia risulta impossibile.

Vita

Marco Porcio Catone nacque nel 95 a.C. e si uccise nel 43 a.C. ad Utica. Egli aspirò a liberare Roma dalla tirannide di Silla; dopo aver combattuto nella guerra di Macedonia, eletto tribuno, fu acerrimo avversario di Catilina. Seguì Pompeo, che gli sembrava l'unico in grado di salvaguardare la libertà repubblicana.

Dopo la vittoria di Cesare, per non cadere nelle mani dei nemici vincitori e per non assistere alla caduta della Repubblica da lui difesa per tutta la vita, si suicidò.
Catone ebbe una moglie, Marzia, e tre figli. Cedette sua moglie (come un'usanza del tempo) all'amico Ortensio che non aveva né moglie né figli. Dopo la morte di Ortensio, Marzia ritornò da Catone.

Catone nel Purgatorio

Catone è posto da Dante a custodia del Purgatorio. Si stupisce che Dante e Virgilio siano usciti dall'Inferno ("son le leggi d'abisso così rotte?"), ma Virgilio gli spiega che il suo viaggio è voluto da Dio.
Catone appare ai due, illuminato dalle quattro stelle e "tanto degno di riverenza in vista" che Virgilio si affretta a far inginocchiare Dante. Addirittura Dante afferma di trovarsi di fronte a due soli, uno dei quali ha le fattezze di Catone.

Catone, però, era un pagano, un anti-cesariano e un suicida, quindi sembra strano che Dante lo salvi e lo ponga addirittura come custode del Purgatorio. Il fatto che Catone fosse pagano non assume troppa rilevanza per Dante, che era molto coraggioso in materia teologica. Grazie alle virtù civili di Catone, infatti, Dante crede che Dio gli abbia dato una fede implicita in Cristo venturo che lo pone ora in Purgatorio, un domani in cielo.
Dante non spiega i modi in cui la Grazia Divina si esercitò in Catone: è ovvia, viste le attenzioni quasi di santità tributate all'eroe.

Il fatto che Catone fosse un anti-cesariano viene sorvolato da Dante: egli pone sullo stesso piano l'opera di Cesare e l'opera di Catone. La condanna degli uccisori di Cesare è contigua all'esaltazione di Catone.
Dante non salva Catone malgrado il suicidio, ma proprio in virtù di esso. Secondo Sant'Agostino e San Tommaso, infatti, il suicidio è giustificato se da esempio per gli altri uomini. Catone si uccise non per motivi personali, ma per l'amore nella libertà.
Nel Convivio e nel De Monarchia, Dante considera il suicidio di Catone come un atto che gli uomini possono compiere solo se illuminati dalla luce divina.
Inoltre, il suicidio, per Catone, significò farsi fedele al destino, per conservarsi sempre uguale a sé stesso.

L'esigenza di libertà di Catone è la stessa di Dante pellegrino: secondo entrambi senza libertà morale, senza il pieno dominio di sé, non c'è possibilità di vita e di salvezza.
Si potrebbe affermare che la libertà perseguita da Catone è politica e quella perseguita da Dante è dal peccato. C'è da fare però una precisazione. Catone, in terra, obbedì inflessibilmente alla legge morale e nel Purgatorio è custode della legge divina. Quindi la libertà da lui perseguita non è del tutto politica, perciò Dante tralascia il fatto che Catone sia anti-cesariano e anti-imperiale.

Dante pietrifica il gesto suicida, lo rende immutabile fino al giudizio finale. Solo allora sarà liberato dal peso di una virtù sovrumana; l'eternità terrena sarà spezzata nel giorno del Giudizio Universale, quando l'anima di Catone si ricongiungerà con il corpo. E sarà l'unico, tra i suicidi, a godere del corpo terreno, che aveva "ucciso", per evitare che lo facessero altri. Allora Catone sarà liberato dall'immagine eroica e sovrumana del martire per la libertà.

Catone rappresenta il magnanimo per eccellenza. Essendo l'imperturbabilità caratteristica del magnanimo (ripresa dalla dottrina stoica), Catone è statuario, impassibile. Egli rappresenta la fermezza dei propositi e la fedeltà a sé stesso.
Nel magnanimo però vi deve essere anche un senso dei propri limiti, dell'umiltà. Infatti, proprio Catone consiglia a Virgilio di cingere Dante con un giunco, simbolo di umiltà che serve a Dante per riconoscere i propri torti.
San Tommaso asseriva che tra umiltà e magnanimità non vi è contraddizione, ma complementarietà.
La magnanimità fa sì che l'uomo si creda degno di grandi imprese, considerando i beni che vengono da Dio; l'umiltà fa sì che si stimi piccola cosa. Virgilio, infatti, chiarisce a Catone (come aveva già fatto con i demoni) che il viaggio di Dante è voluto da Dio, a differenza di Ulisse. Ciò che mancò a quest'ultimo fu proprio il non riconoscere i propri limiti e il non aver obbedito alla legge superiore di Dio.

Per convincere Catone a farli proseguire, Virgilio fa ciò che Beatrice aveva fatto con lui, per spingerlo ad intervenire nei confronti di Dante. Virgilio pone in gioco Marzia, promettendo a Catone che avrebbe riportato a quest'ultima (che si trovava nel Limbo) una parola d'amore da parte sua. Beatrice aveva avuto successo, Virgilio, invece, non riesce.

Negli occhi di Catone splendono le luci delle quattro virtù cardinali (Giustizia, Fortezza, Temperanza, Prudenza), non il ricordo di un amore terreno. Marzia non è nel destino di Catone, mentre Beatrice è nel destino di Dante.
Essere fedele a Marzia nel Purgatorio sarebbe fuori luogo, perché Catone è fedele a sè stesso. L'amore per Marzia si è estinto non appena è uscito dalla realtà terrena.

Non può deviare dal destino che ha sempre rispettato. Infatti, lo sguardo di Catone è sempre rivolto avanti, mai indietro. Essere fedele a Beatrice per Dante significa adempiere al suo destino e a ciò che Dio ha deciso per lui; per Catone significa essere, ancora una volta, fedele a sé stesso.
Se anche per un attimo l'occhio della mente si volgesse indietro a Marzia si assisterebbe a una rottura delle leggi divine, come quella che aveva portato Lucifero al centro della Terra. Però nel Convivio Dante aveva elogiato l'amore tra Catone e Marzia.
La lunga fedeltà di Marzia e il ritorno a Catone, al suo primo amore, sono un'allegoria del ritorno dell'anima a Dio. Addirittura, vediamo come Dio, in questo caso, era figurato da Catone stesso (già allora appariva qualcosa di sovrumano).

Nel Purgatorio Marzia è figura dell'Amore terreno; Catone è simbolo dell'anima salva rivolta a Dio e alla funzione ultraterrena assegnatagli. Come allora, Catone è circondato da un alone di dignità. Appare come una fusione tra ideale e reale: i contorni della sua vita non furono mai distinguibili da quello dell'ideale pagano della virtù. La virtù, che lo rende immutabile.

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