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Canti I - III Purgatorio

Canto I
L’inizio del Purgatorio ha un’impostazione retorica seguita da un’invocazione alle Muse. Dante afferma che parlerà di cose differenti da quanto fatto: è questa un’immagine molto comune. L’invocazione alle Muse è anch’essa di impianto tradizionale. La morta poesia è da intendersi come poesia che aveva cantato solo le vicende avvenute nel regno dei morti. Dante si rivolse a Calliope che è la Musa dell’epica e la più importante di tutte. Calliope era nota per avere una voce dolce e con questo Dante invita a un ingentilimento della poesia in contrapposizione alla rudezza e alla bassezza dell’Inferno. Il mutamento di contenuti implica un cambiamento di stile e di toni. Ovidio era la maggiore fonte dei riferimenti mitologici espressi da Dante. Le Piche erano le figlie del re Pierio che sfidarono nel canto Calliope. Perdendo, le tre figlie vennero trasformate in gazze dalla voce gracchiante. Nella Divina commedia, Dante con la sua umanità porta appresso la sua fisicità: in questo modo l’esito è la presenza del realismo. Le quattro stelle sono allegoria delle quattro virtù cardinali. Nell’oltretomba dantesco il guardiano del purgatorio è Marco Porcio Catone Uticense. Veglio è un termine aulico che conferisce a Catone un’autorevolezza che in latino è detta gravitas. Gravitas era un attributo che era stato già conferito alla figura di Catone dalla letteratura latina. Una questione importante è rappresentata dalla scelta di Dante di porre Catone, suicida e pagano, come guardiano del Purgatorio. Esplorando la tradizione classica, si trova una sorta di esaltazione di Catone e il suo suicidio è descritto in modo eroico e positivo. Il gesto suicida di Catone venne esaltato prima di tutto dalla letteratura latina come grande esempio di coerenza morale e umana. L’idealizzazione della figura di Catone si scontrava contro un aspetto importante. La vittoria di Cesare infatti era esaltata come base per la fondazione dell’impero augusteo sotto cui Cristo nacque e potette compiere il progetto di divino di redenzione del mondo. La soluzione alla questione è legata al fatto che Catone godeva di una tale autorevolezza in Dante da poter andare contro questo apparente paradosso. Dante evita quindi i commenti politici e le obiezioni più scontate che potevano essere avanzate. Catone è figura della ricerca strenua della libertà dell’uomo dal peccato. Catone si immola per le libertà pubblicane, così come Cristo si immola per la libertà di tutti gli uomini. Eletti ed esclusi da Dio sono irrimediabilmente divisi e subiscono trattamenti diversi. La leggenda dice che Cristo scese nel limbo per estrarre le anime più meritevoli della grazia divina, tra cui c’era Catone. Catone dà delle precise indicazioni riguardo il rituale di purificazione che Dante deve compiere per poter procedere: l’atteggiamento di umiltà è imprescindibile per poter svolgere il processo di purificazione. Nel verso 102 anche i giunchi che si piegano sono simbolo dell’umiltà che domina nel Purgatorio.

Canto III

Dante descrive le anime in modo dolce. La lingua e lo stile del Purgatorio sono completamente differenti da quelli dell’Inferno. Le anime sono caratterizzate da comportamenti che sottolineano il principio dell’umiltà. La vista di Dante crea nelle anime un senso di turbamento. La fisicità di Dante è importante anche dal punto di vista narrativo. Dante incontra le anime di individui che sono stati scomunicati, ma che sul punto di morte si sono pentiti e hanno chiesto perdono a Dio. Manfredi fu il simbolo del ghibellinismo ed era il figlio naturale di Federico II. Continuò la linea politica paterna ed ebbe scontri durissimi con il papato. Nella battaglia di Benevento del 1266 Manfredi venne sconfitto dal re francese Carlo D’Angiò che era stato chiamato da papa Clemente IV. La corte siciliana era un importantissimo centro culturale del tempo. Manfredi era descritto dalla maggior parte delle fonti come un uomo gentile, magnanimo e liberale. Le fonti di parte guelfa invece insistevano sulla sua esistenza dissoluta, poiché, così come suo padre, era un epicureo. Dal punto di vista di Dante, Manfredi è un peccatore, ma ha delle virtù note ed evidenti. Dante parlò di Manfredi anche nel De vulgari eloquentia, in cui vennero esaltati Federico II e Manfredi per la loro cultura, ma non per la loro morale. Dante era così affascinato da Manfredi da assegnarli un ruolo centrale in uno dei suoi canti. Nel terzo canto c’è un parallelismo tra l’immensità delle colpe morali di Manfredi e l’immensità della bontà divina. Manfredi è un grande esempio di umiltà per Dante. Egli è un sovrano bello, intelligente e nobile e passa dalla superbia regale alla consapevolezza della miseria umana. Dante fa capire che i giudizi divini sono diversi da quelli umani e anche da quelli stessi del papato che è umano e corrotto.
L'unità del canto III nasce non dalla presenza costante di un solo tema, ma dalla drammatica ed insistita contrapposizione di due motivi fra di loro complementari: il sentimento amaro della disunione e quello pacificante dell'unione. La disunione emerge nel senso di solitudine e di abbandono provato nella sequenza iniziale da Dante, nell'amara malinconia di Virgilio, nel ciglio spaccato di Manfredi e nella violenza della scomunica subita dal principe svevo. Il motivo dell'unione, invece, consiste nell'importanza data al rapporto fra l'anima ed il corpo, sentiti come unità inscindibili in quanto il corpo è destinato a risorgere nella gloria del cielo e a partecipare della beatitudine. Nel sentimento di unione rientrano anche l'umile disponibilità di Manfredi al pentimento e insieme l'infinita misericordia di Dio verso i peccatori. Questi i temi che emergono dal montaggio sapiente delle varie sequenze.
Dante, quando non vede profilarsi l'ombra di Virgilio accanto alla sua, teme di essere abbandonato e si sente smarrito: questo comporta la coscienza della condizione precaria del pellegrino, che affronta una prova eccezionale e rivela il suo bisogno di protezione. Dante dà prova così della propria umiltà e anticipa la parte dell'episodio subito dopo dedicata a Virgilio. Da notare che la solitudine, la proterva affermazione di isolamento che caratterizza le anime dell'Inferno e fa parte della loro dannazione appare remota dalla condizione degli spiriti delPurgatorio. In questo luogo la sofferenza che conduce alla purificazione viene vissuta nella solidarietà reciproca: pertanto la disunione assume un carattere estraneo alla condizione delle anime e può apparire solo in quanto esperienza di chi non appartiene a questo mondo (i due pellegrini) o come ricordo di eventi terreni.
Il modo in cui Virgilio reagisce al dubbio di Dante, il suo modo di vivere il distacco dal proprio corpo e di affrontare la questione dei corpi aerei dei penitenti, il ricordo del Limbo sono tutte prove dei limiti della ragione, ma valicano il piano simbolico e contribuiscono a dare un nuovo, dolente profilo all'umanità di Virgilio. Egli, in sostanza, è il solo personaggio del canto che vive l'angoscia dell'esclusione: non solo il suo corpo non risorgerà per la gloria, e per questo egli vive l'amarezza del distacco, ma parallelamente la sua anima non potrà mai partecipare della salvezza e pertanto gli è negata la prospettiva della speranza. Ma proprio questo velo di tristezza, il tono elegiaco con il quale egli esprime la sua consapevolezza conferiscono un profilo più umanamente drammatico alla sua figura, che acquisisce un'affettività paterna più intensa. Mentre appare diverso l'itinerario di Dante, volto ad una meta definitiva di salvezza, il rapporto fra l'aiutante e il protagonista si fa più stretto, in quanto entrambi sperimentano la fragilità dei propri limiti. Se Virgilio infatti sperimenta e sottolinea i limiti della Ragione, di cui egli stesso è il simbolo, (State contenti, umane genti, al quia...), Dante, proprio per merito del richiamo di Virgilio compie un passaggio nel suo personale itinerario: avverte la necessità di superare l'esperienza stilnovistica e la filosofia del Convivio, che andrà inserita in una prospettiva più alta, quella della salvezza. D'altra parte, l'amarezza di Virgilio abbraccia l'insufficienza di tutta la cultura classica, di qui il suo accenno agli spiriti del Limbo: gli antichi presunsero troppo (come gli scomunicati), affidandosi solo alla forza della ragione. La sequenza si conclude con una sorta di intervallo, che ha la funzione di passaggio alla seconda ed essenziale parte del canto; in essa l'incertezza della strada, l'incontro con la schiera degli scomunicati (perder tempo a chi più sa, più spiace...) e la similitudine delle pecorelle, accostando elementi di smarrimento ed altri di mansueta accettazione, approfondiscono il clima ascetico penitenziale.
Il primo degli spiriti salvati con il quale Dante stabilisce un colloquio è un grande peccatore, scomunicato dalla chiesa per le sue colpe: Manfredi di Svevia. Ma il poeta non pone la sua attenzione sugli elementi di disunione, bensì sulla misericordia di Dio, che dona gratuitamente la salvezza di fronte alla conversione sincera del cuore, compiutasi in un istante, fuori dalla dimensione umana del tempo. Il poeta, sottolineando il rapporto diretto dell'anima con Dio tende a superare l'aspetto giuridico del comportamento della Chiesa e a vanificare la validità della scomunica. Ciò rivela l'atteggiamento ideologico di Dante e trova un suo fondamento nella realtà, nella cronaca del tempo. Certo, egli ha scelto il personaggio per le sue doti di liberalità, di cultura, per le sue convinzioni contrarie al potere ecclesiastico, ma ciò che restituisce il fascino poetico di Manfredi è il suo passaggio dalla superbia all'umiltà, dalla polemica al rasserenato perdono. Egli appare nella presentazione con tutti i caratteri del cavaliere (biondo, bello, gentile), ma la sua non è una storia di trionfo guerriero, bensì di sconfitta. Sconfitto dai suoi nemici, subisce l'umiliazione e l'esperienza del perdono, ci appare già profondamente spiritualizzato. In lui restano le virtù gentili del cavaliere, si manifesta l'affettuosità del padre e soprattutto si afferma l'altezza dell'umiltà. Proprio l'umiltà di cuore l'aiuta a trascendere il risentimento, a superare la malinconia per quel suo corpo offeso e perseguitato. Il tema del corpo non è per lui motivo di avvertire la disunione; egli sa che un giorno esso risorgerà insieme a quelli di tutti i salvati: da qui la sua elegia dolente ma contenuta; da qui il suo sorriso (Poi sorridendo disse...), che lo distingue dalla malinconia di Virgilio. Anche lui, per effetto della scomunica, era divenuto un emarginato come Virgilio e le anime del Limbo, ma l'umiltà gli ha aperto le vie della speranza. E nella speranza trova fondamento quel suo spirito di comunione, che si dilata dal mondo ultraterreno fino a quello terreno con la riconsacrazione della famiglia, quando egli ricorda la sua santa ava Costanza, già beata in cielo, e la figlia Costanza alla quale si volge il suo pensiero paterno.

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