Terzo canto

Dante sta per ringraziare Beatrice per la spiegazione sulle macchie lunari, quando nota dei volti evanescenti e cade nell'errore opposto a quello di Narciso, ritiene che siano appunto immagini riflesse, e si volta per vedere le anime; ma dietro di lui non c’è nulla e Beatrice chiarisce che sono le anime che non hanno mantenuto i voti pronunciati. La luce dei corpi caratterizza il grado di beatitudine, è tenue e soffusa perché il Cielo della Luna è il più lontano da Dio. Dante utilizza una similitudine, era di moda che le donne girassero con una perla sulla fronte che quasi spariva in quanto chiara come la carnagione delle donne.
Dante si rivolge all’anima di Piccarda Donati la quale racconta la sua storia. Prima dichiara che, come tutte le anime, sono felici del volere di Dio (del luogo in cui si trovano), in seguito racconta di essere stata una suora nel convento dell’ordine delle Clarisse (fondato da Santa Chiara). Era sorella di Forese e Corso Donati, e quest’ultimo la obbligò a sposarsi con Rossellino della Tosa (guelfi neri). Probabilmente morì o di lebbra o per il dolore nell’aver tradito Cristo. Rappresenta ordine, carità e grazia di Dio. Piccarda parla di un’altra anima e se ne va cantando l’Ave Maria, l’anima di cui parla, sentendosi chiamata per un attimo brilla più forte, o per giustificare l’importanza dell’impero o per ringraziare Piccarda. Quest’anima appartenente alla sfera delle figure storiche, è Costanza d'Altavilla, esaltata da Dante come madre e regina che rispetta il potere divino. E' la moglie di Enrico VI e madre di Federico II di Svevia.

È presente un richiamo a Francesca da Rimini, Piccarda dice, infatti, che chi non prova amore non può capire di che si parla.
Francesca esprime i suoi sentimenti non rinnegando le sue passioni quindi è ancora legata alla vita terrena.
Piccarda parla della vita con un totale distacco come se non le appartenesse affatto
Francesca da Rimini e Piccarda Donati sono l'una l'antitesi dell'altra.
Francesca è separata dagli altri dannati assieme a Paolo; Piccarda, invece, compare unitamente ai volti di altri beati. In entrambi i casi, è Dante a iniziare il dialogo, nel primo caso, da una più evidente disposizione a parlare, mentre Piccarda stabilisce immediatamente un criterio in qualche modo "selettivo", quello della "carità" e della "giusta voglia". Le prime parole della nobile riminese, invece, uniscono a modi cortesi espressioni in netto contrasto con le corrispondenti della terza cantica; un "aere perso" e un mondo "sanguigno". Intermedia è la condizione di Pia de' Tolomei: l'amore di Dio non è, per lei, né irreparabilmente perduto, né ormai conquistato, bensì condizione da raggiungere per mezzo della purificazione purgatoriale. Elemento presente in tutte e tre le cantiche è la pace, desiderata ma perduta da Francesca, Piccarda ha trovato la sua pace sempre secondo la volontà divina. Il piacere, per Francesca, è Paolo, quindi fu felice nella vita terrena e infelice ora, mentre per Piccarda fu infelice e ora è felice.

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