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Spiegazione del canto XV del Paradiso

Questo canto è il primo dei tre che hanno come protagonista Cacciaguida, il trisavolo di Dante, morto crociato in Terrasanta.

* Dante si chiede: quale senso abbia avuto il suo impegno sociale e politico insieme col desiderio di dare la pace a Firenze;
* quale significato possa dare all'insuccesso politico, che lo ha spinto all'esilio;
* perché proprio a lui è stato assegnato il privilegio di un viaggio ultraterreno, come fu concesso ad Enea e a san Paolo.

L'anima di Cacciaguida parla in latino, la lingua della liturgia; l'anima si volge a Dio e parla anche in un linguaggio incomprensibile per il poeta, il linguaggio della grazia, misterioso al poeta per la sproporzione tra la limitatezza dell'uomo e l'infinità di Dio. L'incontro con il trisavolo permette al poeta di affrontare il tema della Firenze antica, nella quale Cacciaguida viveva. Era una città giusta e pacifica, un «così riposato, così bello viver di cittadini». Ciò che costituisce il canto è quindi il sentimento che mitizza il passato, tornato a rivivere come un sogno, un modello, un termine di riferimento. L'avvio del canto è costituito dalla solennità liturgica (perciò Cacciaguida parla in latino). Dante viene chiamato dal trisavolo a compiere la sua missione, quella di combattere contro un mondo violento e corrotto; tra la sua missione e quella compiuta da Cacciaguida non ci sono molte differenze, entrambe accettano una vita di sacrificio e di lotta, cosa che caratterizza il titanismo dantesco.

Al verso 27, come una stella cadente, un'anima si stacca dal gruppo di anime beate per farsi incontro a Dante, con lo stesso affetto dell'anima di Anchise, quando riconobbe Enea nei Campi Elisi.
Al verso 63 Cacciaguida prevede la domanda di Dante, che voleva sapere chi fosse, poiché le anime beate possono vedere in Dio, come in uno specchio, il pensiero del poeta, prima ancora che egli lo abbia espresso; tuttavia, l'anima del trisavolo ha bisogno che Dante esprima a parole i propri desideri affinché si adempia meglio l'amore divino.
Al verso 117 la descrizione della Firenze antica assume toni idilliaci, tutto era bello ed armonioso: Dante guarda a quel periodo con nostalgia, a differenza della sua Firenze che sì ha superato Roma nella grandezza dei monumenti, ma che supererà anche nella decadenza.

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