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Canto XXX

Il mezzogiorno (l’ora sesta) arde lontano dal punto dove siamo forse a distanza di seimila miglia, e la terra (questo mondo) inclina già il suo cono d’ombra fino quasi a portarlo sul piano dell’orizzonte,

quando lo spazio celeste, per noi più lontano, incomincia a rischiararsi, tanto che alcune stelle non sono più visibili fin quaggiù sulla terra;

e non appena avanza l’aurora, la luminosa ancella del sole, ecco che il cielo (rischiarandosi) spegne tutte le sue luci, una stella dopo l’altra, finché scompare anche la più fulgente.

I nove cerchi luminosi dei cori angelici scompaiono agli occhi di Dante spegnendosi e allontanandosi lentamente come stelle all'apparire dell'alba. Questo il valore significante della dotta e complessa perifrasi astronomica che occupa i primi nove versi del canto. La prima terzina offre un'indicazione spaziale e temporale nello stesso tempo: quando, allo schiudersi del mattino, le stelle incominciano a dileguarsi, noi ci troviamo a circa seimila miglia di distanza dal punto nel quale il sole e a mezzogiorno (I'ora sesta: secondo l'uso canonico, le dodici ore del giorno si dividevano in quattro parti di tre ore ciascuna: terza, sesta, nona, vespero). Poiché l'astronomo arabo Alfragano, le cui teorie erano spesso accettate da Dante, aveva fissato la lunghezza della circonferenza terrestre in 20.400 miglia (cfr. anche Convivio III, V, 11; IV, VIII, 7), la misura di seimila miglia equivale a poco più della quarta parte (o quadrante) di essa, e ogni quadrante, rispetto al corso del sole, corrisponde a sei ore. Occorrono, dunque, circa sette ore prima che il sole tocchi il mezzogiorno nel punto in cui ci troviamo e manca perciò un'ora al sorgere del sole (infatti dal sorgere del sole a mezzogiorno passano, nel periodo equinoziale, sei ore). Intanto il cono d'ombra che la terra proietta nello spazio e che si trova sempre in posizione diametralmente opposta a quella del sole, si abbassa con il suo vertice, sull'orizzonte, dalla parte occidentale, mentre il sole si abbassa sull'orizzonte dalla parte orientale.

Il mezzo del cielo, a noi profondo; più volte Dante si è servito dell'espressione mezzo del cielo per indicare lo spazio che si trova tra l'occhio e l'oggetto che esso guarda (Purgatorio I, 15,- XXIX, 45; Paradiso XXVII, 74).
Con un'ulteriore specificazione, Dante precisa che intende riferirsi a tutto lo spazio celeste fino al cielo più profondo (cioè più alto rispetto a chi si trova sulla terra), quello delle stelle fisse.
Il canto precedente si è chiuso su uno spettacolo di divina unità ed eternità (uno manendo in se come davanti), e il proemio del XXX, utilizzando sapientemente una notazione scientifica non priva di qualcosa di indefinito (forse... quasi), prolunga l'eco di quella cadenza di infinito nella stupenda immagine di un cielo prossimo all'alba, nel quale le stelle si spengono ad una ad una. Siamo di fronte ad un possente dilagare di paesaggio celeste che riecheggia le molteplici immagini (fra le più belle del Paradiso) dal Poeta dedicate, nei canti XXVIII e XXIX, alla rappresentazione della fervida attività creatrice di Dio e del perpetuo, osannante girare dei cerchi angelici intorno al punto luminoso. Nella stessa disposizione interiore con la quale ha cantato i misteri della creazione e degli angeli - una intensa emozione del cuore che la mente ordina e organizza in chiare e definite forme poetiche - Dante si appresta a descrivere l'Empireo. Ma prima di giungere al lume in forma di rivera (verso 61 ), il lettore incontrerà 21 versi di appassionata celebrazione di Beatrice, che è vicina a Dante per l'ultima volta (nel canto seguente, infatti, dagli spazi dell'Empireo sorriderà al Poeta che la prega da lontano). L'integrazione di motivi celesti e terreni presente nell'inno a Beatrice - persona divina, ma sempre donna amata ed amante - permea anche la rappresentazione iniziale del canto: '`forse non mai in tutta la Commedia il cielo fisico e il cielo spirituale si sono compenetrati come in questa apertura (forse seimila miglia di lontano ci ferve l'ora sesta). L'imprecisione voluta, quell'umanissimo forse del primo verso c'introducono in uno spettacolo cosmico, in una immensa e ardita scenografa. La impressione di vastità infinita, il confronto tra il nostro mondo, pieno ormai d'ombra e il fervido sole degli antipodi, il lento cadere delle stelle e l'apparire dell'aurora ci portano a quella concentrazione pensosa che l'uomo prova e Dante poeta ha sentito dinanzi al volgere della giornata e dei cieli, delle stelle e della notte (Varese).

Allo stesso modo il coro trionfale dei nove cerchi angelici il quale tripudia sempre intorno al punto centrale che mi aveva abbagliato, e che sembrava contenuto dai cerchi angelici mentre in realtà li contiene nella sua onnipotenza divina,

a poco a poco impallidì scomparendo alla mia vista; per cui il non veder più nulla e l’amore per Beatrice m’indussero a volgere gli occhi verso di lei.

Se tutto quanto è stato detto finora da me della bellezza di Beatrice, potesse venire racchiuso tutto in una sola lode, questa sarebbe sempre inadeguata ad assolvere tale compito (quello, cioè, di parlar degnamente di lei ).

La bellezza che io vidi ( in Beatrice ) non solo va al di là delle nostre capacità umane, ma sono certo che soltanto Dio, il suo creatore, possa goderla appieno.

Da questo punto mi dichiaro vinto più di quanto non sia mai stato sopraffatto da un punto qualsiasi del suo tema uno scrittore di stile comico o di stile tragico,

Comico o tragedo: Dante intende qui riferirsi alla consueta distinzione (cfr. De Vulgari Eloquentia II, 4) fra "commedia" (poema di stile modesto) e " tragedia " (poema di stile sublime). Cfr. Inferno XVI, nota ai versi 128-130.

perché, come fa la luce del sole riflessa in un occhio debole (il quale resta abbagliato), così il solo ricordo del dolce sorriso di Beatrice mi priva di tutte le facoltà della mia mente (abbagliata da tanto splendore).

Dal primo giorno che vidi i suoi occhi sulla terra, fino a questa visione, non mi è mai stato impedito di proseguire il mio canto;

ma ora devo rinunciare a seguire, con la mia poesia, l’immagine della sua bellezza, come deve desistere ogni artista giunto al limite estremo delle sue capacità espressive.

Alla soglia dell'Empireo, soli nell'incerta attesa, immersi nel silenzio più profondo e in una luce che ha il carattere indefinito di quella del cielo prima dell'alba, Dante e Beatrice si trovano accanto per l'ultima volta. Il viaggio si avvia al suo compimento e si prepara la suprema visione per la quale il poema è stato una mistica scala, una visione, forse, non dissimile da quella che, alla fine della Vita Nova, balenò alla mente dello smarrito Poeta. L'apoteosi di Beatrice ha inizio nel clima del trionfale apparire dell'alba, su uno sfondo infinito nel quale si dilegua il trionfo dei nove cori angelici. Dopo una dichiarazione di impossibilità descrittiva (versi 16-18), che ci riporta ai consueti moduli della lirica cortese e della Vita Nova, la celebrazione sfocia in un'iperbole (versi 19-21 ) che sembra dettata da un incontrollato entusiasmo ,perché proietta Beatrice proprio al vertice della ineffabilità (che solo il suo fattor tutta la goda). Essa, invece, rappresenta la conclusione di un processo di glorificazione e di dissolvimento della figura di Beatrice nel divino. Nella Vita Nova il tentativo di configurare Beatrice nei suoi lineamenti terrestri, urtava contro il fascino sovrannaturale che sprigionava da una creatura la quale obbligava i passanti ad esclamare: "questa non è femmina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo" ( cap. XXVI ) . Già allora su quei lineamenti terrestri trionfava la "cosa venuta dal cielo in terra a miracol mostrare" ( Vita Nova XXVI ) . Durante l'apparizione nel paradiso terrestre, Beatrice è già così sublimata da affidarsi con estrema naturalezza al tripudio della nuvola di fiori che dalle mani angeliche saliva (Purgatorio XXX, 28-29). Il terzo, essenziale passaggio è quello segnato dal canto XXVIII del Paradiso (versi 4-21), dove Beatrice appare ormai come specchio in cui Dio riflette la sua essenza, finché Dio stesso diventa l'unica, possibile misura di comprensione e di godimento della bellezza di lei. Conseguenza logica di questo fatto sarà la profondità della rivelazione divina di cui Beatrice, nei versi seguenti (con la descrizione dell'Empireo), si mostrerà depositaria.

Tuttavia, appena lo sguardo del Poeta, superato il primo smarrimento, riesce a percepire il dolce riso della donna amata, si introduce, in questo momento di così alta tensione spirituale, una delicatissima dimensione umana (dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso ) . Anche così divinizzata, Beatrice - ed è questo il miracolo dell'amore e della poesia - resta sempre la donna che Dante ha amato nella Vita Nova e alla quale è ritornato dopo il Convivio, la dolce guida e cara (Paradiso XXIII, 34 ) dalla quale ha avuto inizio la sua ascesa spirituale.

Cosi risplendente di sovrumana bellezza quale io la lascio da celebrare ad una voce poetica più potente della mia, la quale svolge verso il suo termine il difficile argomento,

Beatrice con atteggiamento e voce di guida che ormai ha finito il suo compito ricominciò: "Noi siamo usciti fuori dal Primo Mobile, il più grande dei corpi celesti per entrare nell’Empireo, il cielo che è pura luce;

Dal Primo Mobile, il nono e più ampio dei cieli materiali (Paradiso XXVIII, 64 sgg.), Dante e Beatrice ascendono all'Empireo, il cielo che non ha materia né spazio, ma solo luce, che gli deriva dal fatto di essere sede di Dio, e tale luce non è "fuoco o ardore materiale, ma spirituale, poiché è amore santo o carità" (Epistola XIII, 67-68). Cfr.4 anche canto I, nota relativa alla terzina 4.

luce della mente divina, traboccante d’amore; amore del vero bene, pieno di beatitudine; beatitudine che supera ogni altro godimento.

La luce dell'Empireo è la luce della mente di Dio che governa il creato (Paradiso XXVII, 109-110); essa, Iungi dall'essere freddamente intellettuale, è tale da accendere un ardente amore (Paradiso XXVII, 110-111 ). Questo amore non si volge ad un bene finito e relativo, ma al Bene infinito e assoluto, a Dio, dal quale deriva, per la creatura, la gioia di unirsi al suo Creatore, gioia che supera ogni umana dolcezza. Beatrice, con atto e voce di spedito duce, dopo quel vibratissimo noi siamo usciti fore, ci spalanca le porte di un'esperienza infinita, e Dante con una sola terzina "introdotta da un verso molto citato e di suggestiva bellezza, condensa in una serie consequenziale i fatti e le nozioni annessi all'idea di Dio " (Mattalia). A questa coerenza tematica si aggiunge un intensificato crescendo ritmico, una rigida concatenazione sintattica che obbliga il lettore "ad inserire in un unico respiro l'intera terzina" (Guidubaldi). Lo stesso critico, confrontando questi versi con il passo sopra citato dell'Epistola XIII, rivela che Dante nel configurare l'Ema pireo appariva là come un "freddo enucleatore di presupposti scientifici prelevati in casa altrui" e affidati "ad un coordinamento di avversative e relative ignaro di preoccupazioni unitarie", mentre ora la sua visione è pervasa da un'animazione lirica senza precedenti. Dalla frammentarietà teorica di quella pagina si passa ad una visione d'insieme così permeata di intrinseca inscindibilità che il nesso della terzina rimata non basterà più; occorrerà un rafforzamento del tutto eccezionale: il ritrovato metrico costringente il lettore a proiettare" ogni parola finale del verso nella parola iniziale del verso seguente, cosicché i versi si richiamano vicendevolmente "per poi andare a confluire con l'ultimo verso in quell'oceano di dolzore, di cui la luce e l'amore dei primi due versi sono le sorgenti inesuate".
Qui vedrai la schiera degli angeli e la schiera dei santi del paradiso, e vedrai quella dei beati con le stesse sembianze che essi avranno il giorno del giudizio finale (all’ultima giustizia, quando ogni anima riprenderà il suo corpo)".

Come un lampo improvviso che disperda le facoltà visive, così che l’occhio non può più distinguere oggetti diventati troppo luminosi,

così tutt’intorno mi rifulse la viva luce (dell’Empireo); e mi lasciò avvolto dal velo così intenso del suo fulgore, che non vedevo più nulla.

"L’amore divino che rende immobile questo cielo, accoglie sempre con questo saluto chi vi entra, per preparare la candela a ricevere la sua fiamma".

Non erano ancora penetrate nella mia mente queste poche parole, che io m’accorsi di essermi elevato al di sopra della mia normale facoltà visiva;

e mi illuminai di nuova potenza visiva, tale che non esiste luce tanto viva, che gli occhi miei non sarebbero stati in grado di sopportare.

E vidi una luce in forma di fiume fluente di fulgore, tra due sponde coperte di meravigliosi fiori, come a primavera.

Da questo fiume uscivano faville splendenti e andavano a posarsi sui fiori dell’una e dell’altra riva, simili a rubini incastonati in oro.

Poi, come inebriate dal profumo dei fiori, le faville tornavano a inabissarsi nel mirabile gorgo di luce; e mentre una entrava, un’altra ne usciva.

"L’intenso desiderio che ora ti accende e ti stimola ad aver cognizione chiara di quello che tu vedi, piace tanto di più quanto più si accresce;

ma bisogna che tu beva dell’acqua di questo fiume prima che in te sia placata una sete di sapere tanto grande": così mi disse Beatrice, il sole dei miei occhi.

Soggiunse ancora. "Il fiume di luce e le faville simili a topazi che vi s’immergono e ne escono e il risplendere dei fiori sono anticipazioni velate della verità in essi racchiusa.

Non già che essi siano per loro natura difettosi; ma l’insufficienza è in te che non hai ancora occhi tanto potenti da vederli quali sono".

Costretto a descrivere l'Empireo - una realtà al di sopra del tempo e dello spazio - in forme sensibili, legate, quindi, alla categoria del tempo e dello spazio, il Poeta "risolve felicemente il problema di conciliare la natura di questo cielo con le necessità inderogabili della poesia, presentandoci il sovrasensibile come un sensibile definitivo a cui si arrivi traverso delle fasi sensibili illusorie, che lo percorrono, adombrandolo, quasi di lor vero umbriferi prefazii... Tale scaturire del sovrasensibile dallo sfumare delle prime immagini sensibili nell'illusorietà, come per un rispetto non nuoce alla poesia, la quale trova modo di accamparsi sempre solidamente nel concreto, così per un altro non riesce di alcun pregiudizio all'immutabilità, che è, nel concetto dantesco, norma essenziale del divino; in quanto s'immagina che questo non cambi in se da ciò ch'era prima, ma che la sua apparente mutazione sia un prodotto della gradualità del potenziamento, mediante cui la mente umana riesce a percepirlo" (Rossi-Frascino). Tre sono i momenti successivi della visione dell'Empireo: prima una luce viva fascia il Poeta, abbagliandolo, poi la luce si precisa configurandosi in una rivera (la Grazia) sulle cui sponde crescono rigogliosi i fiori (i beati), mentre faville vive, con un moto incessante, passano alternativamente dal fiume alle corolle e dalle corolle al fiume (gli angeli, intermediari della Grazia e uniti, nella beatitudine, alle anime sante). Infine la fiumana assume una circular figura (verso 103), tipica della costruzione dantesca, disponendosi nella forma di una rosa sempiterna, un immenso anfiteatro sui gradini del quale appaiono ormai direttamente, nel loro aspetto umano, i beati; essi contemplano la luce divina riflessa nel lago di luce che occupa il centro dell'anfiteatro (versi 103 sgg.). Nella visione dell'Empireo lo spunto è offerto dalla Bibbia: la luce in forma di fiume, infatti, ricorda un passo di Daniele (VII, 10: "un fiume di fuoco sgorgava e usciva dalla sua presenza" ) e uno dell'Apocalisse (XXII, 1: "mi mostrò un fiume d'acqua di vita, limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dall'Agnello"). Cfr. anche Salmi XXXVI. 9; XLVI, 5; LXV. 10; Isaia LXVI, 12.
Non vi è bambino che cosi precipitosamente si volga col viso per prendere il latte, se si sveglia molto più tardi dell’ora consueta,

come io mi volsi al fiume, affinché i miei occhi diventassero migliori specchi (di quelle realtà), piegandomi verso l’acqua che scorre fra le due rive perché, guardando in essa, si possa diventare perfetti;

e non appena i miei occhi cominciarono a dissetarsi in quell’onda, essa mi apparve trasformata in un cerchio mentre prima si estendeva in lunghezza.

Poi come persone che celate sotto maschere, allorché si tolgono il falso aspetto sotto cui si nascondono, appaiono diverse da prima,

allo stesso modo i fiori e le faville (cambiando aspetto) si tramutarono davanti a me in una visione più festosa, così che io potei vedere chiaramente ambedue le corti celesti (quella degli angeli e quella dei beati).

O splendore di Dio, per grazia del quale vidi l’eccelso trionfo del regno celeste, dammi la capacità di descriverlo come lo vidi!

Nell’Empireo vi è il lume di gloria che rende visibile il Creatore alla creatura che trova la sua pace solo nella visione di Lui.

Questo lume si allarga in forma circolare, tanto che la sua circonferenza sarebbe una cintura troppo ampia anche per il sole.

Tutta la sua figura visibile è formata da un raggio (emanante dalla luce divina) riflesso dalla superficie convessa del Primo Mobile, il quale da questo raggio riceve la forza vitale che trasmette agli altri cieli.

E come un colle si specchia nell’acqua di un lago che è ai suoi piedi, quasi per contemplare la sua bellezza, quando è ricco di verde e di fiori,

allo stesso modo, stando sopra al lago di luce, disposte tutt’intorno ad esso, su più di mille gradini vidi specchiarsi tutte le anime beate che dal nostro mondo sono tornate all’empireo.

E se il gradino più basso può contenere in se un lago di luce così ampio, (si immagini) quanto sia estesa la circonferenza dei petali estremi di questa rosa!

La mia vista non si smarriva nell’immensità e nella profondità di questo spettacolo, ma percepiva quella beatitudine in tutta la sua estensione e intensità.

Nell’Empireo, né la vicinanza aggiunge, né la lontananza toglie qualcosa alla possibilità di vedere, perché dove Dio governa direttamente, le leggi della natura non hanno alcun valore.

Nel centro luminoso della rosa eterna, che si allarga e si estende per successivi gradini ed emana profumo di lode a Dio, il sole che crea perenne primavera,

Beatrice guidò me, che ero nello stesso stato d’animo di colui che tace per lo stupore ma vorrebbe parlare, e mi disse: "Guarda quanto è grande la comunità dei beati vestiti di bianco (delle bianche stole; I’immagine delle bianche stole deriva dall’Apocalisse VII, 9; cfr. Paradiso XXV, 95)!

Continua, nei versi 103-129, la ricchezza d'immagini che ha caratterizzato le terzine precedenti e si accentuano, nel lento formarsi della rosa, il luminismo e la musicalità della visione, anche se le fresche e liete immagini del fiume fatto di luce, delle faville che si muovono in gioiosa libertà, inebriate dal profumo dei fiori, delle sponde fiorite che sorridono alla loro rivera, cedono il posto a quella di un grandioso anfiteatro. Di quest'ultimo il Poeta - sempre preoccupato, come nelle due cantiche precedenti, di cercare nella realtà misure concrete che convalidino la sua visione - fornisce le dimensioni: la base è più ampia della circonferenza del disco solare (versi 103-105) e l'altezza supera la profondità degli abissi marini scrutati dalle più alte regioni dell'atmosfera (canto XXXI, versi 73-76). Tuttavia, trascinato dall'impeto lirico delle prime immagini, che
gli sono sembrate le più adatte per suggerire l'emozione della sua esperienza spirituale, perché più capaci di destare nel cuore dell'uomo un senso di gioia e di serenità, Dante si attiene all'immagine del fiore, - la rosa - delle foglie, dei profumi, dei colori, in un'aura di eterna primavera ( suggerita certamente dall'eterna primavera del paradiso terrestre; cfr. Purgatorio XXVIII, 143). Viene casi realizzata, nella rappresentazione dell'Empireo, un'unità contenutistica e stilistica di raro vigore. Un altro elemento di unità fra i successivi passaggi è offerto dall' "ininterrotto controllo intellettivo che vi funge da ideale irrobustimento, si da conservare al fluire lirico la sua densità espressiva e la sua autenticità di simbolo" (Guidubaldi).

Vedi quanto è ampia la nostra Gerusalemme celeste: vedi come i nostri seggi hanno già tanti posti occupati che ormai qui ci attende solo poca gente.

In accordo con il pensiero del suo tempo, Dante ritiene che il numero dei beati sia stato fissato fin dall'eternità per sostituire gli angeli ribelli, che furono una decima parte di tutte le intelligenze angeliche (Convivio II, V, 12). Inoltre nel 1300 si credeva ormai prossima la fine del mondo, giunto alla sua sesta e ultima età (Convivio II, XIV, 13); pochi beati, perciò, mancano per completare i seggi ancora vuoti della rosa sempiterna.
Vedi nostra città: il paradiso, comunemente designato, nella letteratura patristica e in tutto il Medioevo, come la Gerusalemme celeste, in contrapposto al mondo, la Gerusalemme terrena.

E su quel grande seggio, a cui tieni fissi gli occhi a causa della corona imperiale che già vi è sopra, prima che tu salga a questo banchetto nuziale (cioè: prima della tua morte),

verrà a sedersi l’anima, che sulla terra sarà ) augusta, del grande Arrigo, che scenderà a ristabilire l’ordine in Italia prima che essa sia preparata a ciò.

Arrigo VII di Lussemburgo, eletto imperatore nel 1308, scese in Italia due anni dopo con la speranza di restaurare l'autorità imperiale, ponendo termine alle lotte che dilaniavano le città italiane e alla lunga contesa fra Guelfi e Ghibellini. Durante i tre anni in cui rimase in Italia (mori a Buonconvento il 24 agosto del 1313), la sua azione, tuttavia, ottenne scarsi risultati per la dura opposizione del partito guelfo e di molte città italiane, fra le quali Firenze. Dante vide in lui non solo il restauratore della pace in Italia (a tale pace, erano, fra l'altro, legate le sue speranze di ritornare a Firenze), ma anche il simbolo di una effettiva conciliazione dei due poteri, quello temporale e quello spirituale e, di conseguenza, di un rinnovamento morale e politico del mondo ( cfr. le Epistole V, VI, VII). Con la chiara affermazione del verso 138, Dante riconosce che l'Italia era ancora impreparata a qualsiasi tentativo di rinnovamento politico. Tuttavia, come giustamente osserva il Sapegno, il Poeta scrivendo queste terzine "riconferma ancora una volta l'intatta vitalità del suo ideale e lo corrobora con la profezia del castigo divino che colpirà il principale nemico di Arrigo".

La cieca cupidigia dei beni mondani che vi toglie ogni retto discernimento, vi ha resi simili al bambino che muore di fame eppure respinge la balia.

Allora sarà a capo della Chiesa un pontefice che riguardo ad Arrigo agirà pubblicamente e segretamente, in modo diverso.

Il papa Clemente V, dopo aver invitato Arrigo in Italia e avergli promesso il proprio aiuto, divenne, in un secondo tempo, sostenitore degli interessi angioini nella penisola e incominciò ad ostacolare l'azione imperiale.

Ma sarà tollerato da Dio nel santo ufficio per poco tempo ancora dopo la morte di Arrigo, perché sarà sprofondato nell’inferno, nella bolgia dove Simon Mago riceve il meritato castigo,

Clemente V, morto il 20 aprile 1314, otto mesi dopo la scomparsa di Arrigo VII, sarà condannato da Dante nella bolgia dei simoniaci (Inferno XIX, 82-87), dove occuperà il posto di Bonifacio VIII, il protagonista dell'episodio di Anagni (Inferno XIX, 76-81; Purgatorio XX, 85-90 ).

e farà scendere più in basso (nella sua buca) Bonifacio VIII, il papa di Anagni".

Le ultime parole di Beatrice nel poema sono dunque per l'ideale più sofferto di Dante e si ricollegano a quelle da lei pronunciate nell'ultimo canto del Purgatorio con la profezia relativa ai destini della Chiesa e dell'Impero. "Sull'immensa serenità del convento delle bianche stole si rileva, splendidamente isolata, la corona che attende Arrigo VII" (Momigliano), mentre "un'atmosfera sacra e sconfinata circonda la solitudine" del suo seggio, la cui presenza, davanti a Dio, testimonia il carattere divino e necessario dell'Impero.

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