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Canto XXXII

San Bernardo, tutto preso dall’oggetto del suo amore assunse spontaneamente il compito di maestro, e incominciò questo santo discorso:

Lo schema dell'ascensione a Dio comporta, secondo Dante che, a questo proposito fonde posizioni tomistiche con posizioni bonaventuriane, tre successive fasi: quella della luce naturale fornita dalla ragione, quella della sapienza rivelata, quella della visione diretta, intuitiva di Dio, che si può possedere in questa vita solo grazie a una sovrannaturale esperienza. Questo schema si è tradotto di volta in volta, in figure concrete, storiche (Virgilio, Beatrice, Bernardo), legate all'esperienza biografica, intellettuale o spirituale del Poeta: con questi personaggi Dante stabilisce un complesso rapporto fondato sul binomio maestro-discepolo e arricchito dalle più diverse sfumature psicologiche. Virgilio non è solo il dottore che guida lo smarrito pellegrino attraverso i cerchi infernali e le balze del purgatorio, ma un maestro di poesia e di vita morale, un dolce padre teneramente preoccupato della sorte del figlio. Allo stesso modo il compito di cui Beatrice appare investita negli ultimi canti del Purgatorio e per quasi tutto il Paradiso, acquista un più profondo significato dal suo atteggiamento di donna innamorata e ogniqualvolta si rivolge a lei, Dante chiede non solo l'aiuto della sua dottrina, ma il conforto del suo amore. Per questo Virgilio e Beatrice acquistano, nel corso della Commedia, una loro fisionomia psicologico-poetica ben determinata: restando fermo il loro valore allegorico-concettuale, essi operano come veri "personaggi". Quanto è stato detto a proposito di Virgilio e di Beatrice è applicabile anche all'ultima guida che appare nella Commedia, benché l'officio di dottore di San Bernardo sia limitato agli ultimi tre canti del Paradiso. Anche la realtà della sua persona terrena è desunta, come nel caso di Virgilio, dalla tradizione storico-letteraria, perché, fra gli scrittori di teologia mistica, Dante dovette guardare al battagliero abate di Chiaravalle come a un maestro (si vedano i numerosi passi di opere di San Bernardo riportati dalI'Auerbach nei suoi Studi su Dante a sostegno di certe affermazioni o immagini del Poeta del Paradiso), ma, come accade per il savio antico, anche l'episodio che ha per protagonista San Bernardo appare nettamente spostato su un piano concreto e umano. L'incontro fra il pellegrino ormai prossimo alla visione di Dio e il devoto di Maria si svolge in un clima di profonda affezione, di ardente carità, di personale contatto: tenero padre (canto XXXI, verso 63); la vivace carità di colui che 'n questo mondo, contemplando, gustò di quella pace (canto XXXI, versi 109-111 ); O santo padre, che per me comportò l'esser qua giù, lasciando il dolce loco nel qual tu siedi per etterna sorte ( canto XXXII, versi 100-102); e tu mi seguirai con l'affezione, sì che dal dicer mio lo cor non parti (canto XXXII, versi 149-150). Santo dell'amore e dell'umiltà, più che incarnazione della vita mistica, le parole che egli pronuncia, prima della grande preghiera alla Vergine, sono semplici e umili, tanto che alcuni critici le hanno giudicate addirittura inadatte a tanta altezza di paradiso (cfr. versi 139-141). Tuttavia non si può definire soltanto "paterna" la figura di San Bernardo senza il pericolo di limitarne le caratteristiche, perché, descrivendo la sua apparizione, il Poeta si mostra sollecito ad indicare la nobiltà della sua figura (un sene vestito con le genti gloriose; canto XXXI, versi 59-60) che riecheggia la venerabilità e la maestosità di quella di Catone. Tuttavia i tratti di San Bernardo appaiono più sfumati e più spiritualizzati rispetto a quelli del custode del purgatorio, sul cui aspetto esteriore il Poeta insiste particolarmente (lunga la barba e di pel bianco mista; Purgatorio canto I, verso 34 ); inoltre alla solennità un poco dura e burbera del veglio solo sulla spiaggia del purgatorio, San Bernardo oppone una benigna letizia diffusa per li occhi e per le gene (canto XXXI, versi 61-62) e mentre il primo è degno di tanta reverenza in vista, che più non dee a padre alcun figliuolo (Purgatorio I, 32-33), il secondo è in atto pio quale a tenero padre si converto (canto XXXI, versi 62-63 ). A proposito di questi ultimi versi il Gallardo commenta molto bene: "La fusione di linguaggio aulico e di espressioni affettuose crea intorno a questa figura una particolare atmosfera di tenerezza e di nobiltà", per cui l'umanissimo personaggio di San Bernardo appare "capace di innalzarsi fino al più alto linguaggio mistico e di volgersi paternamente verso la debole umanità del Poeta".

"Quella che siede tanto bella ai piedi di Maria è colei che aperse e inasprì la piaga del peccato originale, che la Vergine chiuse e risanò.

Eva con il suo peccato, che inasprì spingendo anche Adamo a seguire il suo esempio, fu causa della rovina dell'umanità; questa rinacque a nuova vita con la Vergine Maria, nella quale si realizzò l'incarnazione.

Nella terza fila di seggi, sotto ad Eva, siede Rachele insieme con Beatrice, come puoi vedere.

Rachele, figlia di Labano e seconda moglie di Giacobbe, è simbolo della vita contemplativa ( Purgatorio XXVII, 104) ed appare, come Dante ha già rivelato nell'Inferno (canto II, verso 102), accanto a Beatrice che, come simbolo della verità rivelata, prepara alla contemplazione. "Il sedere insieme, ovviamente, esprime idea della loro complementarità, del loro fecondo e necessario accordo." (Mattalia)

Sara e Rebecca, Giuditta e Rut, colei che fu bisavola di Davide, il sacro cantore che per manifestare il dolore per il proprio peccato scrisse il salmo “Abbi pietà (miserere) di me”,

puoi vedere disposte in ordine decrescente di gradino in gradino, nella successione in cui le vengo elencando scendendo di seggio in seggio lungo la rosa.

Sara, moglie di Abramo e madre di Isacco (che sposò Rebecca), può essere considerata la progenitrice dei credenti nel Cristo venturo. Giuditta liberò il popolo eletto dal pericolo degli Assiri, uccidendo il loro generale Oloferne (cfr. Purgatorio Xll, 58-60).

Rut, moglie di Booz, è qui presentata come la bisavola di Davide, che dopo l'adulterio commesso con Betsabea, Pianse il proprio peccato e manifestò il proprio pentimento nel Salmo Ll, che inizia con le parole " Miserere mei ".

E dal settimo gradino in giù, fino all’ultimo, si succedono donne ebraiche, dividendo tutti i petali del fiore,

perché esse costituiscono una specie di linea dalla quale, a seconda che la loro fede si rivolse al Cristo venturo o al Cristo venuto, sono divisi i beati.

Tutti i seggi immediatamente sotto quello della Vergine, fino all'ultimo, sono occupati dalle donne dell'Antico Testamento (Dante ne ha nominato, compresa Maria, solo sette). Si forma così una linea che taglia verticalmente la candida rosa; a questa linea, di fronte, ne corrisponde un'altra, formata, come Dante spiegherà più avanti ( versi 28 sgg.), dai seggi di San Giovanni Battista, San Francesco, San Benedetto, Sant'Agostino e altri. L'Empireo viene cosi diviso in due parti uguali, occupate rispettivamente dai beati dell'Antico Testamento e da quelli del Nuovo: i primi credettero in Cristo venturo, i secondi in Cristo venuto ( secondo lo sguardo che fee la fede in Cristo).

Da questa parte (a sinistra del muro divisorio), dove il fiore si presenta completo di tutti i suoi petali (cioè: i seggi sono tutti occupati), sono seduti i credenti in Cristo venturo;

dall’altra parte (a destra), dove i semicerchi sono interrotti da seggi vuoti, si trovano coloro che volsero gli occhi della fede verso Cristo venuto.

E come da questa parte il glorioso seggio di Maria, la regina del cielo (la donna: dal latino domina, "signora") e gli altri seggi di sotto al suo segnano la grande separazione (fra i beati dell’Antico e del Nuovo Testamento),

così dalla parte opposta (segna un’analoga divisione) il seggio del grande Giovanni, che, santo prima ancora di nascere, sopportò il deserto e il martirio, e poi l’inferno per circa due anni;

San Giovanni Battista, "pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre" (Luca I, 15), rimase per un lungo periodo nel deserto per prepararsi, nella solitudine e nella penitenza, alla sua vita di predicazione e subì il martirio sotto Erode (Purgatorio XXII, 151-154; Paradiso XVIII, 134-135). Dopo la morte dovette rimanere nel limbo per due anni, fino al momento in cui Cristo discese all'inferno per liberare le anime dei patriarchi dell'Antico Testamento.

e sotto di lui ebbero in sorte di operare questa divisione Francesco, Benedetto e Agostino e altri fino qua giù in fondo di gradino in gradino.

Sotto il seggio del grande precursore di Cristo, appaiono quelli di San Francesco d'Assisi (Paradiso Xl. 43 sgg.), di San Benedetto da Norcia (Paradiso XXII,28 sgg.), di Sant'Agostino (a. 354-430), grande filosofo e teologo è uno dei più grandi e famosi Padri della Chiesa. Benché Dante nella Commedia lo nomini solo incidentalmente ( Paradiso X, 120), nel Convivio, nella Monarchia, nelle Epistole dimostra una notevole conoscenza delle opere di Agostino.
Le anime di questo muro dovrebbero essere quelle dei fondatori di ordini religiosi e dei teologi, "in certo modo i continuatori dell'opera del Battista nel "parare Domino plebem perfectam " (Luca I, 17)" (Vandelli). Sforzandosi di penetrare nella logica di questo elenco di santi, alcuni critici hanno pensato che Giovanni sia posto di fronte a Maria perché nessun nato di donna - secondo le parole di Cristo (Matteo XI, 11 ) - fu più grande del Battista, oppure perché il Poeta ha voluto stabilire un supremo vincolo fra il paradiso e il suo bel San Giovanni, oppure perché intese simboleggiare in Francesco, Benedetto e Agostino l'ardore mistico, la contemplazione, la teologia. E' forse nel giusto il Tommaseo quando così commenta questi versi: "Di faccia alla santa tra le donne, siede il santo tra gli uomini, padre d'anime a Dio conquistate; sotto lui i fondatori d'ordini religiosi vengon di contro alle madri giudee, come padri d'anime anch'essi".

Ora contempla la profondità del disegno provvidenziale, perché l’uno e l’altro gruppo dei credenti (l’uno e l’altro aspetto della fede: in Cristo venturo e in Cristo venuto) riempiranno in ugual misura questo fiore.

E sappi che sotto il gradino che interseca a metà le due linee che dividono i beati, non si siedono anime che si sono salvate per merito proprio,

ma per merito altrui, sotto certe condizioni, perché tutti questi sono spiriti sciolti (dai legami corporei) prima di possedere la facoltà della libera scelta fra bene e male.

Te ne puoi facilmente accorgere per i volti e anche per le voci infantili, se tu li guardi bene e se li ascolti.

L'Empireo appare diviso in due parti non solo in senso verticale, ma anche in senso orizzontale: la parte: superiore è occupata dai beati morti adulti, quella inferiore dalle anime dei bambini.
Questi, morti (l'espressione assolti significherebbe, per alcuni critici: " liberati dalle conseguenze del peccato originale") prima di pervenire all'uso di ragione, godono l'eterna beatitudine non per meriti propri, ma grazie al verificarsi di una delle condizioni che il Poeta enumererà ai versi 79-84.
Tutti i teologi medievali sono concordi nell'affermare che gli uomini risorgeranno, nel giorno del Giudizio Universale, nella pienezza delle forze e nel vigore degli anni giovanili, senza i difetti inerenti alla vecchiaia e alla fanciullezza. Invece a Dante "la presenza dei fanciulli e quella di venerandi vecchi nella gloria dell'Empireo non parve sconveniente, come sembrò invece a quasi tutti i teologi suoi contemporanei; e come i volti dei bambini aggiungono un grazioso elemento pittorico al paradisiaco quadro, così la soavità di bianche voci puerili, mista ai robusti e gravi toni della voce virile e ai gorgheggi del canto muliebre, serve a rendere più completo il coro de la melode che là su si canta, cui rispondono i cori degli angeli, accompagnati dalla solenne armonia delle sfere celesti" (Nardi).

Ora tu dubiti, e nel dubbio taci; ma io scioglierò il difficile nodo in cui ti avvolgono i tuoi sottili ragionamenti.

Il dubbio di Dante può essere cosi formulato: perché i bambini, che non giunsero alla salvezza per i propri meriti, godono la beatitudine celeste in diversa misura (apparendo, infatti, distribuiti in diversi gradini, in ordine decrescente, nella zona inferiore della candida rosa) ?

Nel regno di Dio, in tutta la sua grandezza, non si può trovare neppure un punto che sia destinato a caso, così come in esso non esistono (difetti o bisogni umani come) tristezza o sete o fame,

perché tutto ciò che vedi (qui) è stabilito da Dio fin dall’eternità, così che tutte le cose nel paradiso si corrispondono con la stessa perfezione con cui l’anello corrisponde al dito ( per il quale è stato fatto).

E perciò questi bambini che sono giunti precocemente (fesfinata: letteralmente significa "affrettatasi") alla vera vita (quella eterna) non senza ragione si trovano qui destinati a diversi gradi di beatitudine.

Dio, il re grazie al quale questo regno riposa in così grande carità e letizia, che nessuna volontà può ardire di desiderarne di più,

creando, con un gioioso atto di amore, tutte le anime largisce ad esse la sua grazia in misura diversa, a suo piacere; e riguardo a ciò (qui) bisogna accontentarsi di costatare il fatto.

A partire dal verso 52, il "Catone benevolo e lieto" (Croce), "tanto lieto e benevolo, che non sa altrimenti che con questa gaiezza spirituale indirizzare gli occhi di Dante a mirare la gran luce di Dio: Bernardo m'accennava e sorrideva, perch'io guardassi in suso", svolge l'ultima lezione teologica del Paradiso. Essa, si noti bene, ribadisce due temi che si possono definire due leit-motiv della terza cantica: quello dell'ordine del paradiso (dal quale dipende l'ordine di tutto l'universo) e quello della predestinazione, legato all'esaltazione di Dio come mistero di grazia, di potenza e di giustizia, davanti al quale la ragione si inchina riverente (e qui basti l'effetto). In queste terzine il dogma divino è presente, ancora una volta, come misteriosa essenza, come trascendente e inaccessibile maestà, come ribadita affermazione di una inviolabile profondità che nega anche ai beati ogni possibilità di comprensione. Ma accanto a questo epico sentimento della magnificenza divina, si fa luce una teologia più intima, più affettuosa: Dio è lo rege di un regno infinito ed eterno, ma questo regno " riposa in Lui, appagato d'amore e di gioia per tutta l'eternità, restituendo al suo Creatore l'amore che ha ricevuto al momento della creazione, quando il volto di questo Dio misterioso è apparso quello di un padre affettuoso (le menti tuffò nel suo lieto aspetto creando).
E questa verità vi è espressamente e chiaramente affermata nella Sacra Scrittura con l’esempio di quei gemelli che incominciarono a lottare fra loro, mossi dall’ira, quando erano ancora nel ventre materno.

Per dimostrare che Dio dota della grazia le sue creature in misura diversa, Dante ricorre, per la seconda volta (cfr. Paradiso VIII, 130-131), all'esempio di Esaù e di Giacobbe, i due gemelli nati da Isacco e Rebecca. Prima ancora che essi nascessero (prima ancora, quindi, che essi acquistassero meriti o demeriti), Dio aveva stabilito che Giacobbe fosse il fondatore del
popolo eletto e che ad Esaù toccasse un compito di minore importanza (cfr. Genesi XXV, 20 sgg.; Malachia I, 23; Epistola ai Romani IX, 11-13): così i due gemelli cominciarono a lottare fra di loro fin da quando erano ancora nel ventre materno (Genesi XXV, 22).

Perciò è giusto che la luce divina incoroni degnamente (i beati ), a seconda della diversità della grazia assegnata a ciascuno.

L'espressione secondo il color de' capelli allude alla diversa quantità di grazia che Dio assegnò a Esaù e Giacobbe: "come a Dio piacque che Esaù avesse il colore e i capegli rossi, e Jacob neri (cfr. Genesi XXV, 25), così gli piacque dar grazia più a Jacob che a Esaù" (Landino).

Dunque, senza alcun merito derivato dalle loro azioni, questi bambini sono collocati su gradini differenti ( e godono, quindi, di diversa beatitudine), ma solo perché (al momento della nascita) fu loro assegnata una disposizione più o meno pronta (a vedere Dio).

Il Nardi, riportandosi anche a una pagina del Convivio (IV, XXI, 4-10), riconosce che "Dante ha compreso, meglio dei teologi del suo tempo, che ogni fanciullo possiede, sia pure allo stato latente, una sua propria individualità e personalità". Dio, infondendo la sua grazia nelle anime dei bambini, rispetta "la diversa fisionomia psicologica di ogni bambino e la diversa personalità che potenzialmente si cela in ciascuno di essi". Nella visione dei bambini, distribuiti per gradi differenti nella candida rosa dei beati, senza nullo proprio merito acquistato con azioni virtuose, si avverte, secondo il Nardi, un'intuizione, ben altrimenti profonda di quella dei teologi contemporanei, "dell'irriducibile e originario carattere individuale della personalità. Ogni anima di fanciullo che si schiude alla luce è un nuovo piccolo mondo di sentimenti e di tendenze, che comincia a roteare nel cielo degli spiriti". Anche se, - conclude il critico - non è possibile chiedere a Dante una spiegazione e una giustificazione completa riguardo all'arduo concetto della personalità e della originaria individualità, che solo il pensiero posteriore è riuscito a conquistare, dobbiamo, tuttavia, "riconoscere che nessuno fra gli antichi ebbe del valore spirituale della personalità un senso più vivo e più forte di lui".

Nei primi secoli era sufficiente, perché (i bambini) fossero salvi, insieme con la loro innocenza, soltanto la fede dei genitori.

Nelle prime due età del mondo ( da Adamo ad Abramo) affinché i bambini morti precocemente potessero salvarsi, era necessaria la fede dei loro genitori nel Cristo venturo (cfr. San Tommaso Summa Theologica III, LXX, 2).

Trascorso questo primo periodo, fu necessario, per i maschi, acquistare, mediante la circoncisione, la forza necessaria alle loro ali innocenti (per volare in cielo).

Nel periodo successivo (da Abramo alla venuta di Cristo) si aggiunse, alle due condizioni elencate nei versi 77-78, anche la circoncisione: in quel periodo, infatti, "era diminuita la fede, poiché molti si erano abbandonati alla idolatria; si erano oscurate anche le capacità razionali per il diffondersi della concupiscenza della carne... E perciò allora, e non prima, fu giustamente istituita la circoncisione per rafforzare la fede e per diminuire la concupiscenza della carne" (San Tommaso Summa Theologica III, LXX, 2). Sempre nello stesso passo San Tommaso specifica che il peccato originale, contro il quale. in particolare, era stata istituita la circoncisione, si contrae dal padre e non dalla madre".

Giunto il tempo della Grazia ( con la redenzione operata da Cristo ), i bambini morti senza il battesimo furono trattenuti nel limbo.

Sanza battesmo perfetto di Cristo: il battesimo, come sacramento, fu infatti istituito da Cristo, laddove la circoncisione ne era solo la imperfetta prefigurazione ( San Tommaso , Summa Theologica 111, LXX, 2).
Contempla ora il volto della Vergine, la creatura che assomiglia a Cristo più di ogni altra, perché solo il suo splendore ti può preparare a sostenere la visione di Cristo".

Io vidi scendere su di lei tanta letizia! portata dalle intelligenze angeliche create per volare da Dio ai beati e dai beati a Dio,

che quanto avevo contemplato (nel paradiso) fino a questo momento non mi aveva tenuto sospeso in così grande meraviglia, né mi aveva mostrato tanta somiglianza con Dio;

e l’arcangelo Gabriele che, primo fra gli angeli, era disceso accanto a Maria, cantando "Ave Maria, piena di grazia", si librò ad ali aperte davanti a lei.

Primo li discese: l'arcangelo Gabriele era sceso per celebrare le lodi di Maria durante il suo trionfo nel cielo Stellato (cfr. canto XXIII, 91-111).

Tutta la corte beata rispose da ogni parte a quel canto divino (o ripetendo o continuando il saluto dell’angelo alla Vergine), così che l’aspetto di tutti (angeli e beati) divenne più luminoso.

"O padre santo, che per me ti sei adattato a scendere qua giù (alla base della candida rosa), lasciando il dolce luogo che ti è stato assegnato fin dall’eternità,

chi è quell’angelo che contempla con tanta gioia la nostra regina, tutto ardendo del suo amore?"

Con queste parole ricorsi ancora all’insegnamento di San Bernardo, che, contemplando Maria, si adornava (del suo splendore) come la stella del mattino (Venere o Lucifero) si adorna ( della luce ) del sole ( che sta sorgendo).

Ed egli mi rispose: "Tutta l’esultanza e la letizia che si possono trovare in un angelo e in una creatura umana, si raccolgono in lui; e siamo felici che sia così,

perché egli è colui che fece l’annuncio a Maria, quando il Figlio di Dio volle prendere su di Sé il peso della nostra natura corporea (salma: letteralmente significa "peso", "soma").

Portò la palma giuso a Maria: come "segno della vittoria, ch'ella vinceva tutte l'altre creature in piacere a Dio" (Buti). Spesso, infatti, nell'arte figurativa, l'arcangelo annunciante reca in mano una palma.

Ma segui ora con i tuoi occhi le mie parole, e osserva i grandi dignitari di questo impero giustissimo e santo.

I gran patrici di questo imperio: Dante si serve spesso della terminologia feudale per indicare i santi del paradiso (ad esempio: conti, baroni), ma in questo momento le espressioni patrici, imiperio e, più avanti, Augusta, si riferiscono più direttamente al mondo romano. In questo momento il paradiso si offre a Dante come l'archetipo perfetto dell'Impero che dovrebbe governare, con "giustizia" e "pietà" (cfr. Paradiso XIX, 13), il mondo intero.

Quei due beati che siedono in alto più felici (di tutti) per essere i più vicini a Maria, l’imperatrice del cielo, sono quasi le due radici di questa rosa:

colui che le siede accanto (le s’aggio, sta: il verbo è formato con la preposizione latina iuxta, "presso") è Adamo, il progenitore che per aver osato gustare (il frutto proibito) è stato causa di tanta amarezza per l’umanità;

dalla parte destra vedi San Pietro, il primo capo della Santa Chiesa, al quale Gesù affidò le chiavi dep paradiso.

Accanto alla Vergine siedono coloro che furono i fondatori del popolo credente in Cristo venturo (Adamo) e di quello credente in Cristo venuto ( Pietro): per questo son d'esta rosa quasi due radici. Il Vandelli nota che Adamo siede a sinistra, il lato meno nobile per significare che la vecchia legge è meno nobile della nuova, portata da Cristo.
E San Giovanni Evangelista, colui che, mentre era ancora in vita, ebbe la visione di tutti i dolori attraverso i quali sarebbe passata la Chiesa, la bella sposa che Cristo fece sua con la morte in croce,

siede accanto a Pietro, e presso Adamo si trova Mosè, il condottiero sotto la cui guida visse di manna il popolo ingrato, incostante e restio (ad eseguire i suoi ordini).

San Giovanni Evangelista ebbe, ancora vivo, la profetica visione delle avversità, delle persecuzioni, delle difficoltà che avrebbero colpito, nel tempo, la Chiesa. Tale visione fu da lui descritta nell'Apocalisse.
Mosè guidò gli Ebrei dall'Egitto verso la terra promessa, attraverso il deserto, dove il popolo eletto, spesso indocile e disubbidiente agli ordini del suo condottiero, si cibò di manna miracolosamente caduta dal cielo ( Esodo XVI, 13-35; Numeri XI, 7; Salmi LXXVIII, 24; Giovanni VI, 31-34).

Di fronte a San Pietro (nella parte opposta della rosa, a sinistra di San Giovanni Battista) vedi sedere Anna (la madre della Vergine), tanto felice di contemplare sua figlia, che, sebbene canti ( con gli altri beati ) le lodi di Dio, non distoglie il suo sguardo (dalla figura di Maria);

e di fronte ad Adamo, il padre di tutta l’umanità, siede Lucia, che esortò Beatrice a venire in tuo soccorso, quando tu tornavi a volgere gli occhi verso il basso, dove stavi precipitando.

Lucia, la santa martire siracusana, alla quale Dante fu particolarmente devoto, fu colei che, per volere della Vergine, pregò Beatrice di soccorrere Dante, allorché questi, perduta la speranza dell'altezza (Inferno I, 54) dopo l'apparizione delle tre fiere, stava di nuovo precipitando nella selva oscura (Inferno I, 61). Per l'intervento delle tre donne benedette in aiuto di Dante, cfr. Inferno II, 52 sgg.

Ma poiché fugge il tempo che ti riempie di sonno, ci fermeremo qui (nella rassegna dei beati), come fa un buon sarto che confeziona la gonna secondo il panno a sua disposizione;

L'interpretazione del verso 139 è molto controversa, perché alcuni ritengono che qui Dante faccia riferimento alla sua condizione di essere vivente, che non può sopportare una lunga veglia: sarebbe quindi prossimo il suo ritorno, dal mondo dell'eterno e dell'infinito, alla terra. Il Barbi, invece, si richiama ad un'espressione di Sant'Agostino, che così rappresenta il mistico rapimento di San Paolo al terzo cielo: "quasi dormiens vigilaret" (come se, dormendo, continuasse a restare sveglio), e a quel passo del Purgatorio (canto XXIX, verso 144) nel quale Dante presenta San Giovanni, autore dell'Apocalisse, mentre avanza dormendo con la faccia arguta, per concludere, molto giustamente, che il tempo... che t'assonna è quello "assegnato alla contemplazione dei più alti misteri divini, per i quali occorre la totale astrazione dai sensi, e l'uomo riman quindi come dormente".
e alzeremo gli occhi a Dio, il primo amore, così che, guardando verso di Lui, tu possa penetrare, per quanto è possibile, nel suo fulgore.

Tuttavia, affinché tu, credendo di inoltrarti ( nella visione di Dio) con le tue ali non retroceda invece (come avviene quando l’uomo vuole giungere a Dio con le sue sole forze), è necessario che tu chieda il soccorso della Grazia con la preghiera;

questa grazia (si ottiene) da Maria, colei che sola può aiutarti (in questo momento); e tu accompagnerai la mia preghiera con intensa devozione, in modo che il tuo cuore segua fedelmente le mie parole ”.

E incominciò questa santa preghiera.

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