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Canto XXVIII

Dopo che Beatrice, colei che innalza la mia anima alle gioie del paradiso, parlando contro la presente corruzione degli uomini mi ebbe rivelato la verità,

come colui che scorge riflessa in uno specchio (che ha davanti), la fiamma di una torcia che lo illumina alle spalle, prima di averla vista (direttamente) o di avere pensato (che fosse lì),

e si volge a guardare per vedere se lo specchio riflette un oggetto reale, e costata che l’immagine riflessa riproduce perfettamente quella vera allo stesso modo in cui il canto si accorda con la musica che l’accompagna,

così mi ricordo di aver fatto io guardando nei begli occhi (di Beatrice) dei quali Amore si servì per legarmi a lei.

Due versi che riassumono l'argomento dell'invettiva di San Pietro, sembrano aprire in tono minore il canto dedicato alla visione delle gerarchie angeliche ruotanti intorno a Dio; ma già il terzo verso (accentrato su un verbo - 'mparadisa -, che è uno dei tanti neologismi coniati da Dante nello sforzo di tradurre in esiti espressivi il sentimento dell'ineffabile) ci avvia a quel clima di gloria divina e angelica al quale ci riporta continuamente lo sviluppo unitario del canto. La faticosa struttura dei versi seguenti è sembrata, ad alcuni critici, un elemento solo negativo, perché "la attenzione rivolta alla corrispondenza del fatto con il paragone escogitato, ha raffreddato tutto questo passo"(Momigliano), così che "il fatto c'è, il sentimento manca". In realtà la similitudine del doppiero, così visivamente esatta e quasi ieratica, ha una sua profonda funzionalità, perché ristabilisce, dopo l'impetuosa invettiva con cui si è chiuso il canto precedente, un'atmosfera di assorta contemplazione e di rasserenante visione; nella fissità dello sguardo rivolto, mentre ogni altro spettacolo scompare e ogni attività della mente è sospesa (verso 6), all'immagine riflessa della fiamma di doppiero o poi alla sorgente reale di quella luce, è già il nucleo dell'aIto pathos che avvertiremo in tutto il canto. Il valore simbolico dei versi 10-12 (l'uomo, in questo caso Dante, non può vedere Dio se non passando attraverso la verità rivelata, qui simboleggiata da Beatrice) è tradotto in una corpulenta immagine (onde a pigliarmi fece Amor la corda) alla quale è stata spesso rivolta l'accusa di barocchismo o di eccessiva "materialità" (Vandelli) nel momento in cui i belli occhi si fanno specchio e quasi veicolo della figura di Dio. Tuttavia appare evidente, nel Poeta, l'intenzione di rilevare, con tali vigorosi mezzi espressivi (attinti al linguaggio dell'amor cortese), la realtà della propria visione, rievocata "nel solco di una estatica e pur netta indicazione memoriale (così la mia memoria si ricorda)" (Frattini).


E quando mi volsi a guardare e i miei occhi furono colpiti da ciò che appare in quel cielo (volume; cfr. canto XXIII, verso 112), ogni qualvolta si fissi bene lo sguardo nel suo giro,
vidi un punto che irradiava una luce così potente, che l’occhio, che esso abbaglia deve chiudersi a causa della forte intensità di tale luce;

e anche la stella che dalla terra appare più piccola, sembrerebbe grande come la luna, se fosse posta accanto ad esso come (nel cielo) una stella è collocata accanto all’altra.

Prima di giungere all'Empireo, dove si potrà contemplare nella sua vera sede e nella sua totale compiutezza la corte celeste, tutti i beati si sono ordinatamente presentati a Dante e Beatrice: anche Cristo e la Vergine sono già apparsi e a loro il Poeta ha consacrato il trionfo del cielo Cristallino. Restavano ancora da vedere, preliminarmente - secondo la sapiente costruzione del paradiso dantesco - Dio e gli angeli. Non era certo impresa facile quella di conferire una figurazione concreta all'Essere infinito e agli esseri immateriali di numero infinito. Il Poeta avrebbe potuto rappresentare un lume di dimensioni straordinarie, straordinarie anche in confronto di quello di Cristo, che pure accendeva di sé migliaia di lucerne sottostanti. "Sarebbe stato pur sempre - obietta il Vandelli - qualcosa d'inadeguato a Dio, poiché avrebbe dato subito l'impressione di quella quantitas dimensiva ch'è dei corpi materiali e si deve escludere dalla persona di Dio, e per le sue stesse proporzioni sarebbe riuscito stupefacente, piuttosto che grandioso e suscitatore di ammirazione. Del pari un gran lume superno dì cui addirittura non si scorgessero i contorni, diffondentesi per tutto e su tutti... sarebbe stato immagine... adatta nell'Empireo ch'è tutto amore e luce divina. Poiché dunque il molto grande, il molto esteso non erano in alcun modo figurazioni acconce, Dante ricorse all'estremo opposto; e, convertendo in rappresentazione diretta quel che era un termine di confronto usato spesso e volentieri dai teologi per chiarire l'essenza e gli attributi della divinità, la raffigurò come un punto." Il punto matematico, infatti, come afferma Dante stesso nel Convivio (Il, XIII, 27), "per la sua indivisibilitade è immensurabile". Cfr. anche San Tommaso (Summa Theologica I, III, 7; XI, 3; Commentarium de Coelo et Mundo I, II, 3). Nell'immagine - idea del punto, il quale è al di là di ogni possibilità di misura umana e materiale, ma dal quale si genera ogni spazio materiale l'infinita realtà di Dio trova la sua significazione più efficace, mentre l'aggiunta giunta - rispetto alla formula teologica - di un secondo elemento, l'intensa luminosità, conferisce a questa creazione tutta una suggestione di poesia.

Forse non più distante di quanto si vede l’alone circondare l’astro (luce: il sole o la luna) che lo produce o lo illumina, quando il vapore che forma tale alone è più denso,

così un cerchio di fuoco girava intorno al punto luminoso tanto velocemente, che avrebbe superato anche il moto del cielo che più rapido si volge intorno alla terra.

Intorno al punto divino si volgono, come cerchi concentrici in un tripudio di luce e di movimento, i nove cori angelici. Il primo - quello dei Serafini - appare vicinissimo a Dio, così come l'alone, specialmente quando è formato da vapori molto densi, circonda da vicino la sua sorgente luminosa, il sole o la luna. Quel moto che più tosto il mondo cigne è il Primo Mobile o cielo Cristallino la cui velocità supera quella di tutti gli altri cieli (cfr. Paradiso I, 123; XIII, 24; XXVII, 99).

E questo (cerchio) era circondato da un secondo, e questo da un terzo, e poi il terzo dal quarto, il quarto dal quinto, e poi il quinto dal sesto.

Al di fuori del sesto seguiva il settimo così esteso ormai in larghezza, che l’arcobaleno sarebbe troppo stretto per poterlo contenere anche se costituisse (invece di un arco) un circolo intero.

L'arcobaleno, nella mitologia classica, è rappresentato dalla figura di Iride, che reca sulla terra i messaggi di Giunone (cfr. Paradiso XII, 12).

Concentrici come i precedenti e sempre più larghi seguivano l’ottavo e il nono; e ciascuno si muoveva con velocità decrescente , a seconda che il suo numero d’ordine fosse più o meno distante dall’unìtà (cioè dal primo cerchio);

ed aveva una fiamma più limpida il cerchio che era meno lontano dal punto luminoso, perché, credo, (essendo più vicino a Dio) tanto più riceve la sua verità.

Nella misura in cui si allontanano dal divino punto, i nove cerchi concentrici aumentano la loro grandezza e diminuiscono la loro velocità e la loro luminosità, così che il primo è il più veloce (versi 26-27), il più piccolo (è come un alone intorno a quel centro, (versi 21-25) e il più splendente (versi 37-39).
Alla base della grandiosa sistemazione cosmologica del canto XXVIII è una struttura geometrica tradotta in pure intuizioni di luce e di movimento. Il Poeta, che ha concentrato in Satana e nel suo regno tutto il peso, la corpulenza e l'immobilità della materia, tenta la prima sintesi della visione di Dio, escludendo totalmente la materia (Dio è rappresentato da un punto, gli angeli da cerchi), proponendo il trionfo del più spirituale degli elementi, la luce, e accentuando la potenza di quello che è il simbolo principale della vita, il movimento. Per questo, l'astratto rigore geometrico della costruzione (dopo il punto, il cerchio, anzi nove cerchi, osservati uno per uno, con matematica precisione) si risolve in una "figurazione viva e concreta, che, pur mantenendosi nel campo del simbolo, si presenta con piena nitidezza di contorni agli occhi della nostra fantasia. I riferimenti all'alone (versi 22-24) e all'arcobaleno (versi 32-33), illustrando singoli aspetti, concorrono all'effetto della visione complessiva" (Rossi-Frascino).

I versi iniziali del canto XXVIII propongono, con una evidenza quanto mai felice, la caratteristica dominante nella visione dantesca dell'infinito: la mancanza di quelle descrizioni vaghe, indeterminate, incomposte che sono così frequenti nei mistici medievali. L'infinito, nella terza cantica, non è incommensurato, non dilaga fantasmagoricamente nel mare abbagliante della luce, non si risolve nell'annichilimento dello spirito - sul piano della resa artistica - e nell'affannosa ricerca di approssimazioni analogiche: "L'infinito è tutto presente al Poeta, che lo domina e lo possiede, non ne è posseduto" (Santini). Egli provvede a precisare in un'immagine l'immensità di Dio, come, durante l'ascesa attraverso i primi otto cieli, si è preoccupato di determinare i confini delle singole sfere e di misurare l'infinità degli spazi. Ma proprio in questo linguaggio preciso e fermo, in questa sicura risolutezza stilistica è da cercarsi il primo germe di poesia.
Ai versi 22-24, precisi ma appesantiti da circostanziate osservazioni scientifiche, si contrappone il veloce ritmo delle due terzine seguenti, nelle quali non solo si manifesta il vorticoso tripudio dei cori angelici, ma si palesa anche la gioiosa rapidità con la quale lo sguardo del Poeta percorre i luminosi cerchi. Il Montanari e il Momigliano si soffermano in modo particolare sui versi 28-30. Il primo giudica che in "questa terzina Dante ha raggiunta una prodigiosa impressione di girare veloce con i mezzi apparentemente più poveri: l'insistere nell'elenco concatenato dei numeri ordinali", mentre per il secondo la musica di questi versi "dà un ritmo mistico ad un'immaginazione matematica".

La mia donna, che mi vedeva assorto in un grave dubbio, disse: «Da quel punto dipendono il cielo e tutta la natura.

Dopo quel credo in cui si palesava la certezza del Poeta, si profila, "quasi per un suggestivo contrappunto nella struttura dei canto" (Frattini), un pesante dubbio (cura forte), perché, anche di fronte alla più alta manifestazione di paradiso finora apparsagli, Dante non abbandona il suo atteggiamento abituale, per il quale la mente si raccoglie per penetrare il senso più profondo dei fenomeni contemplati.
Ciò, che provoca in lui questo attimo di smarrimento è la costatazione che mentre i cieli girano tanto più veloci quanto più distano dal centro (la terra), qui i cori angelici si muovono più rapidamente nella misura in cui sono più vicini al loro centro (il punto luminoso di Dio). La lucida e compiuta spiegazione di Beatrice ai versi 41- 42, traduce un passo di Aristotile (Metafisica XII, 7), dopo aver sostituito al termine “principio”, usato dal filosofo greco, il termine punto (il quale informa di concretezza visibile l'astratta formula filosofica, in armonico accordo con l'immagine prima presentata) ed aver aggiunto a natura l'aggettivo tutto, che, come è stato concordemente notato da tutti i critici, acquisisce vigore all'espressione.

Osserva quel cerchio che gli è più vicino; e sappi che il suo moto è così veloce per l’amore ardentissimo da cui è stimolato ».

Ed io: «Se le sfere della terra e dei cieli fossero disposte nell’ordine che io vedo in questi cerchi angelici, la spiegazione data mi avrebbe soddisfatto;

ma nel mondo sensibile si possono vedere i cieli tanto più veloci e infiammati di amore divino, quanto più sono lontani dal loro centro (la terra).

Perciò, se il mio desiderio deve essere appagato in questo mirabile e angelico cielo che ha per confine solo l’Empireo, cielo fatto di amore e di luce,

Al di sopra del Primo Mobile non c'è più alcuna sfera materiale, ma solo l'Empireo, il cielo fatto di amore e di luce perché sede di Dio.

è necessario che io sappia anche come mai il modello non corrisponda alla sua copia, perché inutilmente cerco di capirlo con le mie sole forze ».

Dante nei versi 46-57 specifica chiaramente il dubbio che Beatrice, con la sua risposta (versi 41-45), non ha risolto. Egli osserva una contraddizione (cfr. nota ai versi 40-42) fra l'ordine e il movimento del mondo sensibile e l'ordine e il movimento di quello sovrasensibile, dal quale il primo dipende, secondo la precedente affermazione di Beatrice (versi 41-42). In queste quattro terzine, dove la dottrina secondo cui il mondo materiale ha il suo archetipo nel mondo spirituale è di derivazione platonica, il discorso, che "muove da una piana considerazione ipotetica [se 'l mondo fosse posto] cui si contrappone una salda prospettica cosmografica [versi 49-51] ... improvvisamente si accresce di tensione, eppure il pathos non ha nulla di trasmodante, di effuso, ma si equilibria nel giro perfetto della visione, scandita con forza tranquilla nei due endecasillabi che danno il senso di un'infinita, chiarissima vastità, come di un alito radioso di Dio: ... in questo miro e angelico templo che solo amore e luce ha per confine..." (Frattíni).
« Se le tue dita non sono capaci di sciogliere un tale nodo, non c’è da meravigharsi; tanto esso è diventato rigido e resistente, poiché nessuno ha mai tentato di scioglierlo! »

Così parlò la mia donna; poi disse: «Ascolta attentamente quello che ti dirò, se vuoi saziarti; ed esercita acutamente il tuo ingegno intorno alle mie parole.

I cerchi materiali (i cieli) sono più o meno ampi o stretti in proporzione della maggiore o minore virtù che si diffonde in tutte le loro parti.

Quanto più grande è la virtù, tanto più grande è il benefico influsso che essa vuole esercitare; quanto più grande è un corpo materiale, tanto più grande è il benefico influsso che può ricevere, purché sia perfetto in tutte le sue parti.

Dunque questo cielo (il Primo Mobile) che trascina con il suo movimento tutto quanto il resto dell’universo, corrisponde al coro angelico (quello dei Serafini) che è più infiammato d’amore e illuminato di sapienza.

Per tale motivo, se tu misuri la virtù, non l’apparente dimensione dei cori angelici,

vedrai la mirabile corrispondenza di ciascun cielo a ciascuna intelligenza angelica, corrispondendo i cieli maggiori alle maggiori virtù angeliche e i cieli minori alle minori virtù ».

All'ansiosa incertezza dell'uomo di fronte ad un'apparente disarmonia fra realtà sensibile e realtà spirituale è efficace contrappunto la logica serratissima del ragionamento di Beatrice, che svolge, articolandola sullo sfondo di una più vasta dinamica celeste, la concezione da Dante esposta nel Convivio (Il, III) a proposito del Primo Mobile. Nei nove cieli fisici la grandezza dipende dalla quantità di virtù che essi ricevono dalle loro intelligenze motrici (gli angeli) e che trasmettono, a loro volta, nel mondo sottostante. In altre parole: nella materia l'ampiezza è proporzionale all'importanza e all'efficacia dell'oggetto. Poiché i cori angelici, quanto più possiedono la virtù ricevuta da Dio, tanto più tendono a diffonderla, la conclusione che ne deriva è evidente: il cielo più grande è governato dal coro angelico più importante e più vicino a Dio, cioè dal coro angelico il cui cerchio appare più piccolo (versi 22-27), perché "per il puro spirito il minimo di estensione è l'espressione della maggiore dignità" (Montanari). Così il cielo più piccolo sarà guidato dalla gerarchia angelica meno dotata di virtù, quindi più lontana da Dio e, di conseguenza, più ampia nel suo cerchio (versi 31-33). Perciò la corrispondenza dei cieli ai cori angelici che imprimono il movimento e una determinata caratteristica a ciascuna sfera avviene su un piano immateriale, mediante un rapporto di virtù, non di misure spaziali.
Come l’aria rimane luminosa e limpida, quando Borea (il vento di tramontana) soffia da quella parte da cui spira più temperato,

Nell'iconografia medievale i quattro venti principali (spiranti dai quattro punti cardinali) venivano rappresentati con facce umane in atto di soffiare dal centro e dai lati. I venti che si sprigionano dalle due parti laterali di Borea (il maestrale da nord-ovest e il grecale, da nord-est) sono più temperati rispetto a quello centrale, il vento di tramontana.

per cui viene spazzata e dissolta la nebbia che prima offuscava il cielo, in modo che esso risplende con le sue bellezze in ogni parte (paroffia: letteralmente significa " parrocchia "),

così avvenne in me, dopo che la mia donna mi ebbe offerto la sua chiara risposta, ed io vidi (si vide: fu vista; sottinteso: da me) la verità con la stessa chiarezza con cui si vede una stella brillare nel cielo.

E dopo che il suo discorso fu concluso, i cerchi angelici sprigionarono faville come fa il ferro incandescente.

Ogni scintilla (cioè: ogni angelo) continuava a girare con il suo cerchio infuocato; e il loro numero era così alto da inoltrarsi nelle migliaia più che la progressiva duplicazione degli scacchi.

Dante, accettando la posizione tradizionale della Chiesa (cfr. anche Convivio Il, V, 5; San Tommaso - Summa Theologica I, CXII, 4), afferma che il numero degli angeli supera quello che si otterrebbe moltiplicando per due progressivamente i 64 riquadri di una scacchiera (il totale sarebbe costituito da venti cifre). Secondo una leggenda orientale, l'inventore degli scacchi chiese al re di Persia, come ricompensa, un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza e così via, in proporzione geometrica fino alla sessantaquattresima casella. Troppo tardi il re si accorse che tutto il grano del suo regno non sarebbe stato sufficiente a mantenere la promessa fatta.

Udivo (gli angeli ) cantare osanna rispondendosi da cerchio a cerchio, al punto fisso (Dio) che (appagando ogni loro desiderio) li mantiene, e li manterrà sempre, nelle sedi nelle quali sono sempre stati.

L'immagine di un cielo nebbioso rasserenato da un tiepido vento primaverile (versi 78-84) e dello scintillio delle stelle nella volta celeste (verso 87), ha concluso la parte dei canto dedicata ad una problematica teologica ardua e sottile, impegnata a risolvere in armoniosa unità il contrasto tra terra e cielo, materia e spirito. La mente - che ha disegnato l'immensa costruzione di due universi rovesciati, l'uno irraggiantesi da cerchi più piccoli a cerchi più grandi, l'altro da cerchi più grandi a cerchi più piccoli, e l'ha vista dipendere, in virtù dell'amore, dall'unico principio divino - riposa ora nella verità e contempla, nel vortice dei cori angelici intorno al punto fisso, il miracolo dell'infinito molteplice e dinamico e dell'infinito Uno, immobile ed eterno. E' un'immensa polifonia orchestrata in nove versi (88~96). Nei primi tre l'improvviso "sfavillare" (suggestivamente preparato dal verso precedente: come stella in cielo il ver si vide), crea subito l'immagine di una viva incandescenza ruotante intorno al punto divino, accentuata dal fitto rispondersi di tre verbi di uguale significato (disfavilla... balle... sfavillavo). Nella seconda terzina all'intensità dello sfavillio si aggiunge il senso della sua infinità (sottolineato dal neologismo s'immilla). Infine la luce si esalta nel canto, che rimbalzando di coro in coro crea l'impressione di immense distanze, mentre negli ultimi due versi la visione si raccoglie nella fissità di quel punto intorno al quale gravitano, da sempre e allo stesso modo, le ìnfinite faville angeliche. Siamo di fronte ad una poesia che è pura contemplazione della vita universale dell'Essere, ad una poesia nella quale "il pensiero della realtà metafisica si è fatto lirica, contemplazione" (Montano).

E Beatrice, che vedeva i dubbi che si agitavano nella mia mente (a proposito della disposizione delle gerarchie angeliche), disse: «I primi due cerchi sono quelli dei Serafini e dei Cherubini.

Essi (girando) così veloci seguono il vincolo d’amore che li lega a Dio (i suoi vimi: questo termine deriva dal latino vímen, " legame "), per essere simili a Dio quanto più possono; e tanto più possono (assomigliarGli) quanto più si elevano nella contemplazione (rispetto a tutte le altre creature),

Le altre sostanze angeliche che girano intorno alle prime due, sono chiamate Troni di Dio, per la qual cosa furono destinati a chiudere la prima terna.

Nel canto IX, verso 62, Dante ha presentato i Troni come la gerarchia angelica onde refulge a noi Dio giudicante, perché su di essi si riflette la maestà di Dio giudice.
'l primo ternaro: le nove intelligenze angeliche sono distinte in tre gerarchie di tre ordini ciascuna.

E devi sapere che questi tre ordini godono di una beatitudine proporzionata alla profondità della loro visione di Dio, visione nella quale ogni intelletto trova pace.

Da quanto ho detto si può capire come la beatitudine si fonda sulla vista (di Dio), non sull’amore, che è una conseguenza (di tale visione);

e la visione è in proporzione del merito, il quale nasce dalla grazia divina e dalla buona volontà (con cui essa è accolta): così si procede di gradino in gradino (dalla grazia alla volontà, dalla volontà al merito, dal merito alla visione, dalla visione all’amore).

Nei versi 106-114 Dante espone, in accordo con San Tommaso (Summa Theologica I, II, III, 1- 8; III, suppl., XCII, 1- 3), la dottrina, già trattata nel canto XIV, sull'essenza della beatitudine. Fondamento di questa non è l'amore, ma la visione di Dio, la quale, in un secondo tempo, produce l'amore. La intensità di questa visione dipende dal merito della creatura e questo, a sua volta, è un effetto della grazia di Dio e della buona volontà con la quale gli uomini cooperano. Molto efficace la seguente osservazione del Vandelli: "E' tutto un freddo e sottile ragionamento; ma nel bel mezzo di esso ci sorprende un verso mirabile, e veramente dantesco nel vero in che si queta ogni intelletto, una delle più concettose e degne perifrasi di Dio, della cui essenza si coglie e si esprime qui uno degli aspetti più importanti per le creature intellettuali: solo nella visione di Dio l'intelletto può appagare la tormentosa sete naturale di quella verità, che in Dio è tutta, e solo in Lui, e ab aeterno".

La seconda terna (o gerarchia), che così fiorisce in questa eterna primavera celeste che l’autunno non priva di foglie,

La costellazione dell'Ariete è visibile di notte (notturno) durante la stagione autunnale dal 21 settembre al 21 ottobre, quando il sole sorge in congiunzione con la Libra, che nello Zodiaco occupa la zona diametralmente opposta a quella dell'Ariete.

canta (sberna: era il verbo usato per indicare il canto degli uccelli alla fine dell’inverno) il suo eterno " Osanna " con tre melodie che risuonano nei tre ordini angelici da cui (questa terna) è formata.

In questa gerarchia si trovano le altre intelligenze angeliche: prima le Dominazioni, e poi le Virtù; il terzo ordine è quello delle Potestà.

Poi nei due penultimi cori tripudianti si volgono i Principati e gli Arcangeli; l’ultimo è tutto costituito dagli Angeli festanti.

Questi ordini in alto contemplano tutti Dio, e in basso esercitano il loro influsso (sui cieli sottostanti), in modo che ciascun coro è attratto verso Dio, e attrae a sé (le cose sottostanti).

Dionigi l’Areopagita si dedicò alla contemplazione di questi ordini con tanto desiderio (di pervenire alla verità), che li chiamò e li distinse come ho fatto io ora (che ne ho conoscenza diretta).

A Dionigi l'Areopagita (cfr. Paradiso X, nota relativa alla terzina 115) il Medioevo attribuiva l'opera De coelesti hierarchia, nella quale è presentato l'ordinamento dei cori angelici seguito da San Gregorio Magno nella Homelía XXXIV, ed esposto ora da Dante. Successivamente nel Convivio (Il, V, 6) Dante aveva fatto propria la disposizione, fissata da San Gregorio Magno (Moralía in Job XXXII, 48): Serafini, Cherubini, Potestà; Principati, Virtù, Dominazioni; Troni, Arcangeli, Angeli). Ma San Gregorio Magno espresse poi una diversa opinione; per la qual cosa sorrise di se stesso non appena conobbe la verità arrivando in questo cielo.
E non voglio che tu ti stupisca se un mortale ha potuto rivelare in terra una verità così misteriosa, perché gli fu rivelata da colui (San Paolo) che la poté contemplare quassù

insieme con molte altre verità riguardanti questi cieli ».

Dionigi, nel capitolo del De coelestí hierarchia, dichiara che l'ordinamento dei cori angelici gli fu rivelato da San Paolo, dopo che questo era stato rapito in mistica contemplazione al terzo cielo (cfr. Interno 11, 28-30).

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