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Canto XVI

O nostra nobiltà di sangue, che sei cosa di si poco conto, se induci gli uomini a gloriarsi di te quaggiù sulla terra, dove il nostro amore (verso Dio) ha scarsa forza (poiché si lascia attrarre dai beni mondani),

Nel Convivio Dante combatte il pregiudizio di chi ritiene che la vera nobiltà sia solo quella della stirpe, affermando che "'I divino seme non cade in ischiatta, cioè in istirpe, ma cade ne le singulari persone, e... la stirpe non fa le singolari persone nobili, ma le singulari persone fanno nobile la stirpe" (IV, XX, 5).

per me ormai non sarai più causa di meraviglia, perché lassù , voglio dire in cielo, dove il nostro desiderio non può mai essere deviato dalla retta via, io pure mi gloriai di te.

Certo tu sei come un mantello che presto diventa corto, così che, se non si aggiunge ogni giorno qualcosa ad esso (cioè alla virtù degli antenati), il tempo accorcia questo mantello girandovi intorno con le forbici .

Io ripresi il mio discorso (con Cacciaguida) usando il “voi” che Roma per prima permise, uso nel quale (ora) la sua popolazione persevera meno delle altre;

Il Medioevo riteneva erroneamente che l'uso, in segno di rispetto, del pronome "voi" si fosse diffuso a Roma per fare, in tal modo, atto di omaggio a Giulio Cesare, Tuttavia quell'abitudine a Roma scomparve ben presto e ritornò l'uso del pronome "tu", che permane ancora oggi nella parlata dialettale del Lazio. Dante si serve poche volte del " voi " che prima Roma sofferie: con Farinata, Cavalcante, Brunetto Latini, il pontefice Adriano V, Beatrice.

perciò Beatrice, che stava un poco discosta da me, sorridendo, parve fare come la dama di Malehaut, quella che tossì in occasione del primo colloquio d’amore di Giinevra raccontato nei romanzi francesi.

Nel romanzo bretone Lancelot da Lac la dama di Malchaut, anch'ella innamorata di Lancillotto, assistette in disparte al colloquio nel quale la regina Ginevra e l'eroe si rivelarono il loro reciproco amore e con un colpo di tosse avvertì gli innamorati della sua presenza e del fatto che ormai conosceva il loro segreto. Con il suo sorriso Beatrice fa rilevare a Dante l'umana debolezza da cui ha tratto origine l'uso del "voi" nei confronti di Cacciaguida.

Io cominciai: “Voi siete il padre mio; voi mi date un confidente ardire nel parlarvi; voi mi elevate così in alto, che io mi sento più di quello che sono in realtà.

(Ascoltandovi) il mio animo si riempie di gioia per così tante vie, che si rallegra con se stesso perché può sostenerla senza esserne sopraffatto.

Ditemi, dunque, amato capostipite della mia famiglia, chi furono i vostri antenati, e in quali anni si svolse la vostra fanciullezza (letteralmente:

quali furono gli anni che si segnarono nei calendari durante la vostra fanciullezza:

ditemi quanti erano allora gli abitanti di Firenze ( ovil di San Giovanni, in quanto San Giovanni Battista è il patrono della città), e quali in essa le famiglie degne di salire alle più alte dignità”.

Come per lo spirare del vento si ravviva un carbone acceso, così vidi la luce di Cacciaguida risplendere più intensamente alle mie parole affettuose ;

e come essa si fece più bella ai miei occhi, così con voce più dolce e soave ( di prima ), ma non nella lingua che usiamo ora,

Cacciaguida, riprendendo il discorso, usa il volgare fiorentino arcaico, di contro a quello dei tempi di Dante, il quale ben conosceva la rapidità con la quale si modifica la lingua parlata: (De Volgari Eloquentia 1, IX, 6-8 ) .

mi disse: “ Dal giorno in cui l’arcangelo disse “Ave” alla Vergine Maria fino al momento del parto con il quale mia madre, che ora è beata in cielo, si sgravò di me di cui era incinta,

il rosso pianeta Marte venne 580 volte ad attingere nuovo calore sotto il piede del Leone, la costellazione che ha la sua stessa natura.

Poiché secondo la teoria di Alfragano il pianeta Marte compie la sua rivoluzione in 687 giorni, sono trascorsi 1091 anni dal 25 marzo, giorno dell'Annunciazione (dal quale i Fiorentini computavano gli anni) fino al giorno della nascita di Cacciaguida. Al suo Leon: questa costellazione, infatti, è di "complessione calda e secca come Marte" (Pietro di Dante).

I miei avi ed io nascemmo in quel puntodi Firenze dove per chi corre il vostro palio annuale incomincia l’ultimo sestiere.

Firenze celebrava ogni anno la festa del suo patrono, San Giovanni Battista, con un palio il cui percorso attraversava la città da ponente a levante. Il sestiere di porta San Piero (uno dei tanti in cui era divisa Firenze) era l'ultimo che la corsa del palio doveva attraversare; all'inizio di esso (pria) si trovava l'imbocco di via degli Speziali, dove sorgevano le case degli Elisei (e questo proverebbe la tesi secondo la quale Cacciaguida discende dagli Elisei ), mentre gli Alighieri avevano la loro casa nella zona di San Martino, lontana dal percorso del palio. È certo, tuttavia, che Dante intende rilevare che la sua famiglia, come tutte quelle di antica origine, aveva sede entro la vecchia cerchia murale.
Dei miei antenati ti basti sapere questo: chi essi fossero e da dove siano venuti qui a Firenze, è più opportuno tacere che dire.

Tutti coloro che in quel tempo erano atti alle armi a Firenze nella zona compresa tra la statua di Marte (sul Ponte Vecchio) e il Battistero, erano la quinta parte di quelli che ora sono nella città.

Il Villani (Cronaca VIII, 39) fa ascendere la popolazione di Firenze nei 1300 a "più di trentamila cittadini". Quindi al tempo di Cacciaguida la città contava poco più di seimila abitanti (occorre ricordare, a questo proposito, che nel Medioevo spesso la popolazione di una città era calcolata in base al numero di coloro che erano atti a portare le armi). Tra Marte e 'I Batista: cioè tra il Ponte Vecchio, sul quale si trovava un'antica statua mutila di Marte ( cfr. Inferno XIII, 146-147), che i Fiorentini guardavano con superstizioso ti, more, e il bel San Giovanni.

Ma la popolazione, che ora è mescolata con famiglie del contado venute da Campi, da Certaldo e da Figline, appariva di puro sangue fiorentino fino al più umile artigiano.

Dal contado fiorentino (Campi è nella valle del Bisenzio, Certaldo in Valdelsa, Figline in Valdarno) giunse la gente nova che contaminò la purezza della stirpe romana dalla quale erano discesi gli abitanti della Firenze antica.
Oh quanto sarebbe meglio che quelle genti di cui ho parlato fossero solo vostre confinanti, e che voi aveste il confine della vostra città a Galluzzo e a Trespiano,

A Galluzzo (borgo a due miglia da Firenze, sulla strada di Siena) e a Trespiano ( località poco lontana da Firenze, sulla strada di Bologna ) terminava il confine della città al tempo di Cacciaguida.

anziché averle dentro le mura e sostenere il tanfo contadinesco di Baldo d’Aguglione, di Fazio da Signa, che certo ha l’occhio pronto a cogliere ogni occasione di baratteria!

Lo sdegno del Poeta per la gente nova si concentra su due personaggi, nei quali il pazzo del villan è diventato anche sozzura morale. Il primo è Baldo di Guglielmo d'Aguglione o Aquilone (un castello della val di Pesa), il quale fu un famoso giurista che partecipo alla vita politica della sua città. Fu, tra l'altro, promotore della Riforma del 2 settembre 1311, con la quale venne riconfermato l'esilio dei Ghibellini e dei Bianchi, fra i quali era anche Dante. Il secondo personaggio è Fazio dei Morubaldini da Signa, anch'egli giureconsulto; la sua disonestà in campo politico è testimoniata dal suo improvviso passaggio dal partito dei Bianchi a quello dei Neri "per malfare" (Compagni - Cronaca II, 23).

Se la gente di Chiesa, che oggi nel mondo è quella che più devia dal retto cammino, non fosse stata avversa all’imperatore (a Cesare) come una matrigna, ma si fosse comportata (nei suoi confronti)

come una madre piena d’amore verso il figlio, taluni che sono diventati fiorentini ed esercitano l’arte del cambio e della mercatura, avrebbero invece continuato a vivere nel contado di Semifonte, là dove i loro antenati facevano la ronda di notte (attorno alle mura):

Ritorna il pensiero dominante nella dottrina politica di Dante: origine di ogni male è la guerra mossa dalla Chiesa, avida e corrotta, all'Impero, il quale vide ridotta la propria autorità e la propria forza di fronte alle città italiane. Queste, come la guelfa Firenze, poterono così ingrandirsi e assorbire tutto il contado. Secondo il Torraca, invece, Dante intenderebbe alludere al trattato di San Genesio (11 novembre 1197), col quale le città e i signori di Toscana si unirono in lega difensiva e offensiva, presenti due cardinali, e firmarono di non ricevere alcuno imperatore o nunzio o rappresentante... se non con 1'assenso o con speciale mandato della Chiesa romana". Da Semifonte (castello della Valdelsa) giunse a Firenze la famiglia dei Velluti, un membro della quale, Lippo, appartenente al partito dei Neri, fu uno dei capi della rivolta dei magnati contro Giano della Bella e uno dei responsabili del crollo dell'equilibrato governo dei Bianchi. Cosi il Buti spiega l'espressione andava... alla cerca: "col panieri e col` somieri vendendo la merce, come vanno per lo contado i rivenditori'. Alla cerca significa, invece, per l'Ottimo e Benvenuto, "alla guardia" e in tale senso il termine fu usato nel volgare fiorentino del tempo.
il castello di Montemurlo sarebbe ancora dei conti Guidi; i Cerchi sarebbero ancora nella pieve di Acone, e forse i Buondelmonti ancora in Val di Greve.

Se l'autorità dell'Impero fosse rimasta intatta, non sarebbe entrata in crisi neppure la feudalità, disorganizzata ed incapace di resistere agli assalti dei giovani Comuni. Cosi non solo Firenze conquistò il contado e permise che diventassero suoi cittadini avventurieri come i Velluti, ma vide aumentare anche il numero dei suoi nobili. Infatti i Comuni, usciti vittoriosi dalle lotte contro i feudatari, imponevano ai nobili del contado, come ricorda il Mattalia, o il trasferimento definitivo in città o un soggiorno annuale, a titolo di garanzia e di efficace controllo. L aumento del numero delle famiglie nobili e la loro diversa provenienza contribuirono ad accrescere le discordie. Il castello di Montemurlo, situato fra Pistoia e Prato, era un feudo imperiale dei conti Guidi ( chiamati a Firenze i Conti per antonomasia, essendo una delle più potenti famiglie feudali della Toscana), i quali, non essendo in grado di difenderlo contro i Pistoiesi, lo cedettero a Firenze nel 1219. Originari di Acone, in val di Sieve, i Cerchi si trasferirono a Firenze nel secolo XII, diventando in breve una delle famiglie più ricche (per i loro floridi commerci), e più potenti (perché furono a capo dei Guelfi bianchi ) . La famiglia dei Buondelmonti (un membro della quale fu la causa diretta della divisione interna di Firenze; cEr. versi 140-144) occupò il castello di Montebuoni, in Val di Greve, fino al 1135, anno in cui esso venne distrutto dai Fiorentini e la famiglia dovette trasferirsi nella città gigliata ( cfr. Villani Cronaca IV, 36).

La mescolanza di stirpi diverse fu sempre causa di rovina per lo stato, come (è causa di malattia) per il vostro corpo il cibo che si sovrappone (nello stomaco ad un altro non ancora digerito); e un toro cieco cade più presto di un agnello cieco; e spesso una spada sola ferisce più e meglio che non cinque spade.

Dalla Politica di Aristotile Dante ha derivato il principio che la rovina di una città è causata dal disordine e dagli squilibri provocati dal sovrapporsi di elementi forestieri su quelli indigeni. Inoltre una città grande e dissennata (il cieco toro) si regge con maggiore difficoltà che non una città piccola e dissennata ( il cieco agnello ), perché attira su di se più facilmente gli attacchi dei nemici; inoltre uno stato può agire con più decisione ed efficacia quando i suoi cittadini sono poco numerosi ( più e meglio una che le cinque spade).

Se tu consideri come sono andate in rovina Luni e Urbisaglia, e come si stanno spegnendo sulle loro orme Chiusi e Sinigaglia, non ti sembrerà cosa strana né difficile a capirsi che si spengono (anche) le famiglie, dal momento che la vita delle città è soggetta alla rovina.

La decadenza di Luni, antica città etrusca presso la foce del fiume Magra (Inferno XX, 47), fu provocata dai Saraceni, mentre furono i Visigoti a distruggere Urbisaglia (Urbs Salvia), presso Tolentino. Al tempo di Dante erano ormai prossime alla scomparsa due città un tempo fiorenti: l'etrusca Chiusi, in Val di Chiana, e la romana Sena Gallica, Sinigaglia, la cui decadenza era dovuta alla malaria e alle devastazioni alle quali era stata sottoposta prima dai barbari e poi dai signori di Romagna.

Le cose terrene, così come ( avviene per) voi uomini, sono tutte soggette alla morte, ma essa sembra non manifestarsi in alcune cose che durano a lungo ( come le città o le schiatte); d’altra parte la vita umana è cosi breve (che non permette di vedere la loro fine ) .

E come il girare del cielo della Luna (generando i flussi e i riflussi della marea) copre e lascia scoperte alternativamente le spiagge del mare, così la Fortuna ora innalza, ora abbassa le sorti di Firenze: per questo motivo non deve stupire ciò che io dirò dei Fiorentini di antica nobiltà, la fama dei quali è coperta dall’oblio del tempo.

Io vidi gli Ughi, e vidi i Catellini, i Filippi, i Greci, gli Ormanni e gli Alberichi, già in decadenza e in via di estinzione, sebbene ancora illustri cittadini;

Cacciaguida enumera le famiglie che dopo un periodo di grande splendore erano già entrate nella fase decadente al suo tempo ed erano scomparse completamente al tempo di Dante (cfr. anche Villani, Cronaca IV, 11-13).

e vidi famiglie la cui potenza era pari all’antichità, con gli appartenenti alla famiglia dei della Sannella, dei dell’Arce, e i Soldanieri e gli Ardinghi e i Bostichi.

Queste famiglie mantenevano intatte, al tempo di Cacciaguida, la loro grandezza e la loro fama. Nel secolo XIV esse, come riferisce l'Ottimo, erano già decadute o scomparse o mandate in esilio, come quella dei Soldanieri.

Presso porta San Piero, che ora è piena di felloneria portata da gente appena arrivata, felloneria così grave che presto causerà la rovina della città che l’accoglie,

La fellonia che provocherà la rovina di Firenze è quella dei Cerchi ( gente nova, perché appena giunta dal contado), che nel 1280 acquistarono dai conti Guidi il quartiere situato presso porta San Piero. Tuttavia non è chiaro il significato da attribuire a fellonia: il Torraca propone quello di "malvagità", il Del Lungo, con riferimento alla incerta condotta dei Cerchi al momento dell'entrata in Firenze di Carlo di Valois, quello di " tradimento all'unità di parte e della città". Il termine potrebbe alludere anche alle discordie fomentate dai Cerchi, che capeggiavano in Firenze il partito dei Bianchi.

abitavano i Ravignani, dai quali sono discesi il conte Guido e tutti coloro che hanno poi preso il nome dal nobile Bellincione.

Capo della famiglia dei Ravignani fu Bellincione Berti, la cui figlia, la buona Gualdrada (Inferno XVI, 37), sposò Guido Guerra, capostipite dei conti Guidi. Un'altra figlia sposò Ubertino Donati e i loro discendenti furono chiamati Bellincioni; inoltre questo nome famoso fu rinnovato più volte nella famiglia degli Adimari, discesa da un'altra figlia di Bellincione.

Gli appartenenti alla famiglia della Pressa avevano già esperienza di governo, e i Galigai erano già stati insigniti della dignità di cavalieri.

Abbiamo notizia di queste famiglie Abbiamo notizie di queste famiglie ghibelline dal Villani ( Cronaca IV, 10; V, 39; Vl, 65 e 70; cfr. anche Compagni - Cronaca 1, 12): la prima abitava nel quartiere vicino al Duomo, la seconda, i cui membri potevano fregiarsi del titolo di cavaliere e portare la spada dall'impugnatura dorata (simbolo dell'ordine cavalleresco), in quello vicino alla chiesa di Orsanmichele.

Erano già grandi la famiglia dei Pigli, quella dei Sacchetti. dei Giuochi. dei Fifanti e dei Barucci e dei Galli e dei Chiaramontesi, coloro che arrossiscono di vergogna per la frode dello staio di sale.

I Pigli, il cui stemma era una striscia verticale di vaio (pelle conciata adoperata per ornamento) in campo rosso, erano ghibellini, come tutte le famiglie qui enumerate, ad eccezione di quella dei Sacchetti. Questi ultimi furono acerrimi nemici degli Alighieri, con i quali si riconciliarono solo nel 1342 per intervento del Duca d'Atene. E quei ch'arrossan per lo staio: la frode perpetrata ai danni del comune fiorentino da Donato dei Chiaromontesi, che vendeva il sale con una misura di staio irregolare, è già stata ricordata da Dante nel Purgatorio (canto XII, verso 105).
La schiatta da cui discese la famiglia dei Calfucci era già grande, e già erano stati chiamati alle più alte cariche pubbliche i Sizii e gli Arrigucci.

Il ceppo dei Calfucci fu la grande consorteria dei Donati (Villani, Cronaca IV, 11 ) . Sempre il Villani ( Cronaca IV, 10; V, 39) ci informa che i Sizii e gli Arrigucci furono famiglie di parte guelfa. Alle curale: nell'antica Roma le sedie curuli erano riservate agli alti magistrati.

Oh quanto potenti io vidi gli Uberti, che (ora) sono caduti in rovina per la loro superbia! e l’insegna dei Lamberti dava lustro a Firenze in tutte le sue grandi imprese.

Cacciaguida ricorda ora gli Uberti (cfr. Inferno X, 31 sgg.), considerati "padri della cittade" (Ottimo) fino al momento in cui nacquero le prime divisioni civili, e i Lamberti (il cui stemma era costituito da palle d'oro in campo azzurro), altra famiglia ghibellina, anch'essa, come quella degli Uberti, messa al bando dopo la sconfitta di Montaperti ( 1260).
Allo stesso modo (dei Lamberti) onoravano Firenze gli antenati dei Visdomini e dei Tosinghi, i quali, quando la vostra sede vescovile è vacante, ne approfittano per arricchirsi allorché si riuniscono insieme per amministrarla.

Per antico privilegio i membri delle due famiglie ora ricordate da Dante erano autori e protettori ( Ottimo ) della diocesi di Firenze, che essi amministravano durante tutto il periodo in cui la sede vescovile rimaneva vacante, procurando di trarre lauti guadagni da questo loro incarico.

La prepotente schiatta (degli Adimari) che infierisce (s’indraca: si fa feroce come drago) su chi fugge, e diventa umile come un agnello davanti a chi le mostra i denti o le offre la borsa, già iniziava l’ascesa, ma modesta era la sua origine tanto che a Ubertino Donati non piacque che il suocero ( Bellincione Berti ) lo facesse poi diventare loro parente.

I Caponsacchi erano già scesi da Fiesole ed abitavano nei pressi del Mercato Vecchio, ed eran già diventati cittadini ragguardevoli i Giudi e gli Infangati.

Per comprendere appieno la violenza dello sdegno che si abbatte sugli Adimari (cfr. anche Inferno VIII, 31,63), occorre ricordare che un membro di questa famiglia, Boccaccino dei Cavicciuli Adimari, chiese ed ottenne dal comune fiorentino che i beni di Dante, già condannato all'esilio, fossero tutti confiscati. Dante considerava gli Adimari di umili origini, mentre essi erano una delle più antiche e nobili famiglie fiorentine, cosicché ritiene sia sta un'onta per Ubertino Donati, che aveva sposato una figlia di Bellincior Berti, l'essersi imparentato, per il matrimonio di una sorella della mogli' con l'oltracotata schiatta.
Dirò una cosa incredibile eppure vera nella cerchia antica si entrava per una porta che prendeva nome dalla famiglia dei della Pera.

Il Villani (Cronaca IV, I I e 13) ricorda che tutte e tre queste famiglie appartenevano al partito ghibellino.

Tutte le famiglie che portano (nel loro stemma ) la bella insegna di Ugo il Grande, la cui fama e le cui opere sono commemorate nel giorno festivo di San Tommaso,

Nel passato la potenza e la fama di questa famiglia, ormai scomparsa al tempo di Dante, erano tali che la porta delle antiche mura, presso cui essa aveva la sua casa, si chiamava porta Peruzza.

ricevettero da lui la dignità cavalleresca e il privilegio (di portare il suo stemma), sebbene oggi uno che adorna quell’insegna col fregio (di una fascia d’oro) si sia schierato dalla parte del popolo.

Fiorivano già le famiglie dei Gualterotti e degli Importuni; e il quartiere di Borgo Santi Apostoli sarebbe ancor oggi più tranquillo, se esse non avessero avuto i nuovi vicini.[

Molte famiglie fiorentine (Giandonati, Pulci, Nerli, della Bella, Gargalandi, Ciuffagni, Alepri) hanno nel loro stemma le sette doghe vermiglie in campo bianco, che ornavano l'insegna di Ugo il Grande di Brandeburgo, marchese di Toscana, vicario dell'imperatore Ottone 111. Stabilitosi in Toscana, Ugo vi fondò, per voto, sette badie, tra le quali quella di Firenze, dove fu sepolto alla sua morte ( 1001 ) e dove ogni anno, nel giorno anniversario della sua scomparsa, 21 dicembre, festa di San Tommaso apostolo, si celebravano solenni esequie. Il discendente di una di queste famiglie, la cui nobiltà risale a Ugo il Grande, è Giano della Bella, il quale con i suoi famosi "Ordinamenti di giustizia" (1293) si è ora schierato in difesa del popolo contro le prepotenze dei nobili e dei ricchi.

La casa (degli Amidei) da cui nacque il pianto di Firenze, a causa del loro legittimo sdegno che (però) vi ha portati alla rovina, e ha posto fine alla vostra vita serena e pacifica,

A Borgo Santi Apostoli si stabilirono, accanto ai Gualterotti e agli Importuni, i Buondelmonti, provenienti d'Oltrarno, i quali diedero l'avvio alle discordie civili (versi 136-147).

era tenuta in onore, essa e la sua consorteria (i Gherardini e gli Uccellini): o Buondelmonte, quanto facesti male a venir meno alla promessa di nozze con una donna di quella famiglia per istigazione altrui!

Molti, che ora sono tristi (per i lutti causati dalla divisione della città), sarebbero invece lieti, se Dio ti avesse fatto annegare nel fiume Ema la prima volta che venisti a Firenze.

Buondelmonte dei Buondelmonti, promesso sposo a una fanciulla della casa degli Amidei, venne meno alla parola data lasciandosi persuadere da Gualdrada Donati (per li altrui conforti) a sposare una delle sue figlie. Questo fatto provocò lo sdegno degli Amidei, che vollero vendicare l'offesa subita uccidendo Buondelmonte. Gli storici fiorentini (Villani, Cronaca V, 38; Compagni - Cronaca I, 2), che ricordano il tragico episodio avvenuto nel 1215, fanno risalire a queste discordie la divisione di Firenze in Guelfi (la parte dei Buondelmonti) e Ghibellini ( la parte degli Amidei ) .

Ma era necessario che Firenze, giunta alla fine del suo periodo di pace interna, immolasse una vittima alla statua mutila di Marte che è in capo al Ponte Vecchio.

L'Ema è un fiume della val di Greve che si doveva attraversare venendo da Montebuono, castello avito dei Buondelmonti, a Firenze. La famiglia si era trasferita nella città fin dal 1135, ma probabilmente alcuni suoi membri erano rimasti nel contado, passando a Firenze solo in un secondo momento. Il Buti racconta che quando Buondelmonte vi si recò per la prima volta corse il rischio di annegare nell'Ema.

Con queste famiglie e con altre insieme a loro, vidi Firenze in una pace cosiì profonda, che non c’era nulla da cui ricevesse motivo di sofferenza:

I consorti degli Amidei, infatti, uccisero Buondelmonte nel giorno di Pasqua del 1215 ai piedi della statua mutila di Marte (cfr. Inferno XIII, 146-147).

con queste famiglie io vidi il suo popolo così glorioso e concorde, che l’insegna del giglio non era mai stata capovolta in cima all’asta, né il giglio bianco era mai stato sostituito con quello rosso per le lotte di partito ”.

Il comune fiorentino, tra tutti i comuni toscani, fu, al tempo di Cacciaguida, il più glorioso (la sua insegna, infatti, non venne mai trascinata capovolta per dileggio dal nemico vincitore, secondo l'uso del tempo ) e il più giusto (nessun cittadino ebbe necessità per distinguere il suo partito da quello avverso, di cambiare in rosso il giglio bianco di Firenze, come invece avvenne nel 1251, dopo la guerra contro Pistoia). Infatti, cacciati i Ghibellini, "il popolo e li Guelfi, che dimorarono alla signoria di Firenze... dove anticamente si portava il campo rosso e 'l giglio bianco, si feciono per contrario il campo bianco e '1 giglio rosso" (Villani - Cronaca IV, 43), mentre i Ghibellini mantennero l'antica insegna.

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