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Canto XXXI

I beati che Cristo unì a Sé con la sua morte in croce mi apparivano dunque nella forma di una candida rosa;

ma gli angeli (l’altra: riferito a milizia), che volando contemplano e cantano la gloria di Dio che li avviva d’amore e la sua bontà, che li creò tanto perfetti,

allo stesso modo in cui uno sciame d’api ora si immerge nei fiori ed ora ritorna all’alveare (là) dove la sua fatica si trasforma in dolce sapore di miele,

scendevano nel grande fiore che si adorna di foglie così numerose (ogni beato, infatti, costituisce un petalo della candida rosa), e da lì risalivano là dove Dio, oggetto del loro amore, soggiorna per l’eternità.

Interrotta dall'amara digressione di Beatrice alla fine del canto precedente, la descrizione dell'Empireo riprende su un tono apparentemente semplice e discorsivo (ben rilevato dalla presenza, nel verso 1, dell'avverbio dunque), con un'immagine riassuntiva di quanto il Poeta è venuto finora rappresentando;

la rosa sempiterna, occupata dal convento delle bianche stole (canto XXX, verso 129), appare di un candore abbagliante. Ma sull'immobilità e sul silenzio del gran fior (verso 10) si sovrappongono ben presto, con l'impeto di una vita varia e multiforme, il movimento e il canto degli angeli, così che le due figurazioni fondamentali del discorso poetico del Paradiso quella improntata a una pace solenne, a una fissità estatica e quella scandita da un fervore incessante, da un movimento fervido - concorrono in uguale misura a precisare, attraverso un'immagine e un ritmo, l'esperienza beatificante dell'anima a contatto con il divino.
Nell'immobilità dei beati e nell'immensa legione angelica che, volando e osannando, si fa intermediaria di beatitudine fra Dio e i suoi eletti, troviamo la visione sensibile di ciò che Dante ha esclamato all'inizio del canto XXVII di fronte alla gloria dei beati (oh vita integra d'amore e di pace!), la rappresentazione concreta che racchiude tutto il valore della vita paradisiaca, come egli l'ha concepita ed espressa nel verso: una vita eternamente sicura, dove la pace più alta si fonde a un continuo fervore d'amore.
Il loro volto aveva il colore della fiamma viva, e le loro ali quello dell’oro, e il resto della figura era così bianco, che nessuna neve può arrivare a quell’estremo (di candore).

I commentatori antichi così spiegano il valore allegorico di questa rappresentazione: il rosso indica l'ardente carità da cui gli angeli sono infiammati, l'oro simboleggia la perfezione di cui sono dotati, il bianco la purezza che essi hanno in comune con i beati (le bianche stole).

La perplessità suscitata in alcuni critici del simbolismo dei colori, di cui Dante riveste gli angeli dell'Empireo, non ha nessuna valida giustificazione. perché il significato allegorico non impedisce quel risultato di "trionfale illuminazione" ( Grabher ) al quale mirava il Poeta. Gli angeli del Paradiso, infatti, non sono dotati di una loro specifica individualità esteriore, anche se appaiono dotati di un loro spirituale profilo, perché ciascuno rispecchia in modo particolare la luce divina ( Paradiso XXIX, 136-145). Riflessi della potenza divina, specchi di Dio. essi hanno un compito di fondamentale importanza ( imprimere e regolare il movimento dei cieli ), e per questo Dante dedica agli angeli quasi due canti (il XXVIII e il XXIX), nei quali tuttavia, più che celebrare la loro creazione, approfondisce, ancora una volta, il vasto tema dell'ordine dell'universo e della grandezza divina. Allorché appaiono nell'Empireo, sono dapprima prima faville vive e topazii (due espressioni di suggestiva visività, ma prive di individuazione), e anche ora che la loro figura si determina attraverso la presenza di colori, essi restano sempre una plenitudine volante (verso 20), qualcosa di infinito e di indefinito. Di loro ricorderemo il canto, i colori, il movimento, ma nessuna singola figura. Tale fatto, tuttavia, non costituisce un difetto poetico, perché volutamente Dante ha privato di ogni ulteriore determinazione coloro che dovevano essere gli acclamanti intermediari di pace e di ardore fra Dio e i beati.
Quando scendevano nel fiore, passando da un gradino all’altro comunicavano ai beati la pace della beatitudine e l’ardore della carità che essi attingevano volando (fino a Dio).

L’interporsi di un così grande numero di angeli fra il punto in cui si trovava Dio e la rosa non impediva alle anime di contemplare Dio, e allo splendore divino di giungere alle anime,

poiché la luce divina penetra nell’universo secondo che ogni cosa sia più o meno degna (di riceverla), così che nulla può esserle di ostacolo.

La similitudine delle api, di ispirazione virgiliane (Eneide VI, 707-709), conferiva un rilievo straordinario al moto rapido e incessante degli angeli, e con la precisione delle sue determinazioni (s'infiora una fiata e una si ritorna là dove suo l'erboro s'insapora) ne specificava le caratteristiche: un ritmo discendente e ascendente che non conosce nessuna stasi, che produce, per l'eternità, uno scambio continuo di pace e di ardore, Ma nella descrizione di tale movimento il verso più prezioso, certamente il più significativo, è il verso 20, nel quale l'uso dell'astratto plenitudine è, secondo il Montanari, "felicissimo: il cielo è pieno non tanto di angeli, quanto di voli d'angeli... e questo volare è pienezza di numero ma più ancora di beatitudine e di carità".

Questo regno privo di ogni turbamento e pieno di beatitudine, popolato di anime dell’Antico e del Nuovo Testamento, rivolgeva il suo sguardo e il suo amore verso una unica meta (Dio).

Oh luce della Trinità, che risplendendo agli occhi dei beati nell’unica essenza della tua luce, li appaghi in modo così completo, guarda quaggiù sulla terra le nostre procelle!

Se i barbari, scendendo da regioni così settentrionali che l’Orsa Maggiore (Elice) vi rimane sempre visibile, ruotando insieme con il figlio che tanto ama,

vedendo Roma e i suoi grandiosi edifici, rimanevano attoniti per lo stupore, quando Roma superò (in grandezza e in potenza ) tutte le cose mortali,

Venendo da tal plaga che ciascun giorno d'Elice si copra ...: nelle regioni più settentrionali (oltre il 55° parallelo) la costellazione dell'Orsa Maggiore passa ogni giorno allo zenit, accompagnata dalla costellazione dell'Orsa Minore (rotante col suo figlio ond'ella è vaga). Nella precisazione astronomica si inserisce un ricordo mitologico: la ninfa Elice, amata da Giove, dal quale ebbe un figlio, Arcade (cfr. Ovidio, Metamorfosi II, 401-530; Purgatorio XXV, 130-132), fu trasformata con il figlio in orsa dalla gelosa Giunone; Giove però li trasferì in cielo dove Elice costituì l'Orsa Maggiore e Arcade l'Orsa Minore.
Quando Laterano...: il Laterano fu prima palazzo imperiale e poi, dopo la donazione di Costantino, papale. E' possibile, secondo il Sapegno, che Dante "intenda alludere a un periodo storico determinato, e precisamente al secolo intercorso tra il momento in cui papa Silvestro fece del Laterano la sua dimora e le prime invasioni barbariche, quando ancora lo splendore monumentale dell'urbe sopravviveva intatto".

io, che ero venuto al mondo divino dal mondo umano, all’eterno dal tempo, e da Firenze ai beati del paradiso,

di quale stupore dovevo essere colmo! Certamente stupore e gioia insieme mi rendevano gradito non udire e non parlare.

Davanti al beato consesso del paradiso, a quei "visi" e a quegli "amori" tutti rivolti verso Dio (versi 25-27), il pensiero del Poeta è ritornato, quasi con violenza, alla terra, alle sue inutili lotte, e, nell'invocazione alla Trinità, tutta la sua sofferenza è chiusa in quell'ultimo verso (guarda qua giuso alla nostra procella) così umano, così immediato (dopo il teologico accenno alla trina luce in una unica stella) e legato a modi popolari di preghiera. Dal contrasto fra la limpidezza della trina luce e il buio e tempestoso mondo terreno nascono tre altre antitesi (divino-umano, etterno-tempo, Fiorenza-popol giusto e sano ) nell'ultima delle quali il Poeta, dopo aver considerato le grandi realtà di Dio e del mondo, dell'eternità e del tempo, ritorna, dall'alto dell'Empireo, a quel punto - Firenze - che è la dolorosa origine di tutto il suo pensiero e di tutta la sua passione politica, di tutte le sue lotte e di tutte le sue più sofferte esperienze. Ma proprio il fatto che Firenze è accostata a quelle grandi realtà, se da un lato accerta, ancora una volta, l'amore del Poeta per la sua città, dall'altro testimonia che l'indignazione e l'amarezza personale dell'esule si sono trasformate nella serenità e nella comprensione per l'umana debolezza di chi guarda dall'alto.

E come il pellegrino che si riposa (dalle fatiche del viaggio) contemplando il tempio che aveva fatto voto di visitare, e già spera di poter raccontare ( al suo ritorno) come esso era fatto,

così io facendo scorrere lentamente lo sguardo sulla viva luce (della candida rosa) osservavo gradino per gradino, volgendo lo sguardo ora in alto, ora in basso e ora all’intorno.

Vedevo volti che ispiravano carità, risplendenti della luce di Dio e della propria gioia che si manifestava nel sorriso, e atteggiamenti ricchi di ogni decoro e nobiltà.

Sicuro e gaudioso... tutto ad un segno: così Dante ha definito il paradiso nei versi 25-27, riassumendo nella espressiva potenza del primo verso di essa tutto il fervore di vita beata della candida rosa. Ora lo sguardo " mette a fuoco " sulla viva luce della rosa, le figure dei beati, con "sublimate immagini di conversazioni cortesi. vedeva visi a carità scadi... e atti ornati di tutte onestadi"( Montanari ) .
Avevo già abbracciato col mio sguardo tutto l’aspetto del paradiso nel suo complesso, senza essermi ancora fissato su nessuna parte:

e mi volgevo con il desiderio riacceso di sapere, per interrogare la mia donna su cose intorno alle quali la mia mente era ancora incerta.

Di una cosa avevo intenzione (di interrogare Beatrice), ma altro rispose al mio intento: credevo di vedere Beatrice, e vidi un vecchio vestito (di una bianca stola) come tutte le anime beate.

Nei suoi occhi e nel suo volto era diffusa una benevola letizia, nel suo atteggiamento si dimostrava affettuoso come un tenero padre.

Al posto di Beatrice, subentra, come guida di Dante, San Bernardo da Chiaravalle: la teologia razionale cede il posto alla teologia contemplativa ( come, nel paradiso terrestre, alla ragione, Virgilio, si era sostituita la verità rivelata, Beatrice), per condurre Dante alla visione intuitiva di Dio, visione che è al di sopra di ogni ragionamento e di ogni possibile insegnamento.
Bernardo, nato a Fontaines (in Borgogna) nel 1091 e morto nel 1153, fu monaco benedettino nell'ordine riformato dai cistercensi. Fondatore dell'abazia di Clairvaux (Chiaravalle), fu scrittore fecondissimo di opere ascetiche e mistiche (Dante cita, nell'Epistola XIII il De consideratione, ma dovette conoscerne anche altre) e prese parte attiva alle vicende religiose del suo tempo, distinguendosi per la sua tenace volontà di riforma della vita monastica. Soprannominato Doctor mellifluus per la sua eloquenza, può essere considerato uno dei principali scrittori mistici del Medioevo e fu singolarmente devoto alla Vergine (verso 102).

E subito chiesi: "Dov’è?" Per cui egli: "Per soddisfare il tuo desiderio (che è quello di vedere Dio) Beatrice mi ha fatto venire (qui) chiamandomi dal mio seggio;

e se guardi nel terzo gradino a cominciare dall’alto, la rivedrai sul trono che il suo merito le ha destinato in sorte".

Senza rispondere, alzai gli occhi, e vidi Beatrice che riflettendo la luce divina irradiava intorno a se un aureola di luce.

Nessun occhio mortale, anche se guardasse dal più profondo del mare, disterebbe da quella regione dell’aria nella quale si formano i tuoni,

più di quanto la mia vista lì distava da Beatrice; ma ciò non mi era di alcun ostacolo, perché la sua immagine non giungeva a me velata dall’atmosfera.

"O donna in cui prende vigore la mia speranza, e che non disdegnasti di lasciare le tue orme nell’inferno per la mia salvezza (cfr. Inferno 11-52 e sgg. )

riconosco che dal tuo potere e dalla tua bontà (non dai miei meriti) ho ricevuto la grazia e la capacità di vedere tante cose quante ne ho vedute (durante il mio viaggio).

Tu mi hai condotto dalla schiavitù (del peccato) alla libertà (della virtù) servendoti di tutte quelle vie, di tutti quei mezzi che avevi la possibilità di usare.

Conserva in me il tuo mirabile dono, affinché la mia anima, che hai risanato dal peccato ( nel momento della morte), si sciolga dal corpo cara a te (come lo è ora)".

Cosi pregai; e Beatrice, così lontana come appariva, sorrise e mi guardò; poi si volse verso Dio, eterna sorgente di luce e d’amore.

Beatrice scompare agli occhi di Dante inavvertitamente, come già era scomparso, sulla vetta del purgatorio, nel paradiso terrestre, Virgilio. Tuttavia mentre la scomparsa del poeta latino era stata preceduta da commosse parole di congedo e seguita da un momento di doloroso smarrimento in Dante, qui il Poeta, nella speranza di un prossimo ricongiungimento in Dio, leva subito gli occhi verso l'alto (verso 70), e il suo ringraziamento a Beatrice acquista lo slancio di un inno, nel quale la forza emotiva è abilmente sorretta e guidata da una grande maestria costruttrice. L'inno si apre su una nota di trepidante umanità ( o donna in cui la mia speranza vige), nella quale la memoria delle passate colpe aggiunge la consapevolezza dell'umana fragilità. Ma l'intervento sovrannaturale, del quale la donna amata è stata portatrice, disperde ogni pericolo, mentre Dante, con accento deciso, dichiara che ogni grazia e ogni virtute della sua presente esperienza religiosa, dipendono solo dal podere e dalla bontate di Beatrice. Per merito suo egli è stato tratto dalla schiavitù alla libertà (per tutte quelle vie, per tutt'i modi...: l'ansia e la fatica sono di Beatrice, non del Poeta che ella "trascina" dietro di sé con la forza del suo amore). Raggiunta la salvezza, ecco la conclusione solenne e trionfale dell'inno (la tua magnificenza in me custodi), nel quale l'esperienza religiosa, che è fra le più complesse e che si propone come "esemplare" per tutti gli uomini, viene compendiata in concise ed eloquenti espressioni, che tuttavia mantengono viva la nota affettiva: "la voce batte su tue (verso 81 ), tuo, tua I verso 83 ), Tu ( verso 85) tua (verso 88) a te (verso 90)... e la stessa purità dell'anima nel momento della morte che lo ricongiungerà a Beatrice, si traduce in un'espressione affettiva: piacente a te" (Grabher). Aperta da un'ampia prospettiva di spazi (versi 73-78), la preghiera si chiude su un'altra immagine di spazio e di distanze (e quella, si lontana... ), ma Beatrice, lontanissima com'è nell'immensità della rosa ,"sorride a Dante di un sorriso dolcissimo e vicinissimo, perfettamente individuato attraverso l'immensa distanza: questo sorriso... è la più alta ed insieme più umana glorificazione che Dante abbia immaginato in onore di Beatrice" (Montanari). Con questo commiato, il Poeta ha ora sciolto la sua promessa di dire di Beatrice "quello che mai non fue detto d'alcuna" (Vita Nova XLII, 3): l'amore per Beatrice viene rivissuto e contemplato su uno sfondo celebrativo di vita eterna e di virtù santificante.
E il santo vecchio disse: "Affinché tu concluda il tuo viaggio perfettamente, per il quale scopo mi ha mandato la preghiera di Beatrice dettata da santo amore;

vola col tuo sguardo su questa rosa, perché la sua visione preparerà la tua vista a salire su per i raggi della luce divina (fino a contemplare direttamente Dio).

E la Vergine, regina del cielo, per la quale io ardo tutto d’amore, ci concederà ogni grazia, perché io sono il suo fedele Bernardo".

Come il pellegrino che forse dalla Croazia viene (a Roma) per vedere il sudario della Veronica, e che per il desiderio lungamente nutrito non si sazia mai di contemplarlo,

ma dice dentro di sé, per tutto il tempo in cui (I’immagine) viene mostrata ai fedeli: "Signore mio Gesù Cristo, vero, così, dunque, fu il vostro aspetto?",

A Roma, nella basilica di San Pietro, si conserva la tela che, secondo la tradizione, una donna di nome Veronica avrebbe offerto a Gesù perché si asciugasse il volto durante l'ascesa al Calvario e sulla quale il Salvatore lasciò impressi, in segno di riconoscenza, i suoi lineamenti. Durante tutto il Medioevo l'immagine fu meta di numerosissimi pellegrinaggi, che venivano dalle più lontane regioni d'Europa ( qui Croazia indica genericamente una terra lontana ) .

nello stesso stato d’animo (di stupore e di smarrimento ) mi trovavo io guardando l’ardente amore di colui che (ancora) sulla terra, gustò la pace (del paradiso), con le sue mistiche contemplazioni.

Con tre similitudini, di particolare calore espressivo, Dante tenta di trascrivere lo stato d'animo di stupore, di gioia, di smarrimento nel quale si trova immerso di fronte alla vastità della candida rosa. Si può notare, tuttavia, un rapido crescendo di intensità e di profondità psicologica dalla prima alla terza immagine: dapprima è lo stupore del barbaro di fronte a una magnificenza senza limiti, poi la gioiosa commozione del pellegrino che è giunto al tempio del suo voto e osserva, quasi con gli occhi del cuore, ogni particolare perché si imprima nel suo animo, infine il turbamento del " romeo " (cfr. Vita Nova XL, 1-7) che, mentre appaga il suo lungo desiderio, avverte il tremito dell'anima di fronte al divino (Signor mio Gesù Cristo, Dio verace...). Anche se è ormai diventato un luogo comune il confronto fra questo pellegrino dantesco e quello che è protagonista del famoso sonetto del Petrarca "Movesi il vecchierel canuto e stanco" (Rime XVI ), appare interessante osservare come i versi del Petrarca abbiano un tono malinconico e grave (sottolineando l'ansia e la fatica del lungo viaggio, dopo aver rappresentato il dolore del distacco dalla casa e dalla famiglia ) che manca completamente in quelli di Dante, dove il pellegrino di Croazia è tutto immerso nella contemplazione della divina effigie: nulla lo turba, nessun ricordo di fatiche passate ritorna alla sua mente, la quale continua a ripetere alcune parole che sono una professione, candida e profonda, di fede: or fu si fatta la sembianza vostra?
"Figliolo rigenerato dalla Grazia" incominciò a dire "la condizione beata del paradiso non ti sarà manifesta, finché tu continuerai a guardare solo nel fondo (della rosa);

ma guarda i gradini circolari fino al più alto, sì che tu possa vedere la regina della quale questo regno è suddito e devoto.

Io alzai lo sguardo; e come all’alba la parte orientale dell’orizzonte supera (in luminosità) quella occidentale, dove il sole tramonta,

Così, salendo con gli occhi dal basso verso l’alto, vidi una zona nel gradino più alto che vinceva con la sua luce tutta la parte che le stava di fronte.

E come il punto dell’orizzonte in cui si aspetta di vedere sorgere il carro del sole si infiamma di una luce più intensa, mentre da una parte e dall’altra (di quel punto) la luce si attenua (man mano che ci si allontana),

così quella pacifica orifiamma si avvivava di splendore nella sua zona centrale, e la luce diminuiva in uguale misura da entrambe le parti.

Orifiamma: il termine indicava il rosso stendardo di guerra dei re di Francia; per questo Dante qui aggiunge l'aggettivo pacifica.

E intorno a quel punto centrale, con le ali spiegate, vidi innumerevoli angeli festanti, ciascuno distinto dagli altri per intensità di luce e per ardore di canti e di atteggiamento.

Io vidi qui sorridere ai loro voli e ai loro canti il bel volto della Vergine, che era motivo di letizia per tutti i beati che lo contemplavano.

E se anche avessi tanta ricchezza di parole quanta ne ho di fantasia, non oserei tentare di descrivere neppure la minima parte del gaudio che da lei derivava.

Bernardo, non appena vide il mio sguardo fisso e attento in Maria, oggetto del suo ardente amore, rivolse i suoi occhi verso di lei con tanto amore,

che rese i miei ancora più desiderosi di guardarla.

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