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Divina Commedia: Canto VI del paradiso

Canto 6 Inferno: il Poeta parla insieme a Ciacco della corruzione e della svergognatezza che dilagano a Firenze la quale, essendo una città, costituisce a livello spaziale un nucleo piuttosto ristretto;

Canto 6 Purgatorio: la prospettiva di Dante si amplia ed egli discute con Sordello di come l'Italia sia stata del tutto abbandonata sia dal potere spirituale che da quello temporale (Alberto d’Asburgo).

Canto 6 Paradiso: argomento principale è la riflessione sul potere imperiale e l’ambito si allarga a tutto il mondo fino allora conosciuto. Dante aveva già affrontato questo tema nel De Monarchia, quando valutava il potere politico in funzione di quello imperiale e considerava la necessità di concepire una monarchia universale, poiché era convinto che solo in questo modo potesse risolversi la pace. Infatti, poiché le guerre nascono dall’invidia e dall’avidità meschina, con la monarchia nessuno potrebbe ambire alla posizione dell’altro e volerne la rimozione (vengono meno, quindi, i presupposti della guerra). In realtà, il progetto di Dante si rivela un’autentica utopia, ma analizzato in chiave italiana, tenta di risolvere le controversie, ormai insanabili, tra guelfi e ghibellini che anziché trovare un accordo pacifico tendono a confrontarsi in modo violento e sterile. Infatti, come sostiene Dante nel II libro del De Monarchia, non ci dovrebbe essere alcuna contesa poiché il papa e l’imperatore esistono come “due soli” cioè autonomi l’un l’altro ed entrambi interpreti della volontà divina. In tal senso, non esita a criticare l’eccessivo potere temporale di cui la Chiesa ormai fa largo uso, critica questa, che porterà a compimento nell’undicesimo canto del Paradiso.Il VI canto del paradiso, come pochi, rende protagonista sin dal prologo un personaggio, che in questo caso coincide nella figura dell’IMPERATORE GIUSTINIANO, cui Dante affida metaforicamente il suo sogno di monarchia universale (differentemente dal terzo canto in cui l’imperatrice Costanza è presentata, adesso un personaggio maggiore ne introduce uno minore). L'imperatore Giustiniano, infatti, inizia a parlare subito di sé e di come l'aquila imperiale sia giunta nelle sue mani dopo più di duecento anni da quando Costantino (274 - 337) l'aveva trasferita da Roma a Bisanzio. Lo spirito ricorda quali sono gli eventi che hanno più profondamente marcato la sua vita terrena: egli riordinò e arricchì le leggi romane nel Corpus Iuris Civilis, si convertì al Cristianesimo e rese possibile l'espansione del proprio regno grazie all'opera del suo abile generale Belisario.

TRAMA L'anima cui Dante si è rivolto nel canto precedente chiedendogli chi fosse e perché si trovasse in quel luogo è quella di Giustiniano (486-565), uno degli spiriti che operarono il bene per conseguire la gloria terrena. Egli parla della propria vita e della storia del potere imperiale (simboleggiato dall'aquila), spiegando come l'impero romano sia stato voluto da Dio per essere strumento della Redenzione e deplorando l'attuale decadenza, causata dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini. Terminato il discorso, egli presenta a Dante Romeo di Villanova .ROMEO DA VILLANOVA = umile pellegrino che divenne fidato consigliere del conte di Provenza Raimondo Berengario →Dante tratteggia nella figura di B. , Firenze. A causa di alcune false ed infamanti calunnie, però, Raimondo scacciò Romeo dalla propria corte, dunque quest'ultimo fu costretto a vivere poveramente la sua vecchiaia da esiliato (come fu lo stesso Dante)e a scontare la pena per un tradimento che non aveva mai commesso. Al contrario di Pier delle Vigne che, invece, per oltraggio subito si tolse la vita ed è stato per questo inquadrato nel XIII canto dell’Inferno.

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