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Canto XI

Dante, accolto nel Cielo del Sole, fa una dolorosa riflessione sulla vanità dei beni terreni che “fanno in basso batter l’ali”.
Dopo che gli spiriti hanno compiuto un giro e sono tornati al punto di partenza, san Tommaso riprende il suo discorso per chiarire i dubbi che egli legge nella mente del poeta a proposito delle due affermazioni: “U’ ben s’impingua” e “Non nacque il secondo”.
Egli osserva che la Divina Provvidenza, per soccorrere la Chiesa, mandò in Terra due campioni che mirarono al medesimo fine, la salvezza della Chiesa, san Francesco e san Domenico, l’uno “tutto serafico in ardore”, l’altro per la sua sapienza “di cherubica luce uno splendore”.
Quindi san Tommaso narra la storia di san Francesco, ricordando la regione in cui nacque, le sue precoci virtù, l’unione con madonna Povertà, l’esempio di profonda carità che ben presto attirò i primi confratelli, l’approvazione dell’Ordine da parte dei papi Innocenzo III e Onorio III, il tentativo di apostolato in oriente e il successivo ritorno in Italia dove ricevette le stimmate.

Quindi, quando piacque a Dio, Francesco raccomandò la povertà ai frati eredi della sua regola, e si fece portare alla Porziuncola, dove morì nudo sulla nuda terra.
Terminata l’esaltazione di Francesco, San Tommaso elogia il fondatore del suo Ordine, san Domenico, e biasima con aspre parole la degenerazione dei suoi seguaci, attratti dai beni terreni più che da quelli spirituali.
Ecco quindi sciolto il dubbio di Dante a proposito dell’espressione “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia” (si acquista bene, se non si va dietro ai beni mondani, i quali sono vani).

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