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Canto VIII

Dante si accorge di essere salito al III Cielo, quello di Venere, attraverso il maggiore splendore di Beatrice, <<ch’i vidi far più bella>>.
Questo Cielo era creduto dai pagani essere ispiratore dell’amore sensuale, perché Venere avrebbe irradiato gli influssi amorosi attraverso di esso.
Per questo gli antichi idolatravano Venere come divinità, la madre Dione e il figlio Cupido.
Qui vengono loro incontro, interrompendo la loro danza, gli spiriti amanti: essi appaiono come luci che si muovono più o meno rapidamente sullo sfondo luminoso del pianeta.
Uno di loro si avvicina a Dante, pronto ad appagare ogni suo desiderio: è Carlo Martello d’Angiò, figlio di Carlo II re di Napoli, morto precocemente.
Se questi fosse vissuto più a lungo avrebbe governato sull’Ungheria, sulla Provenza, sull’Italia meridionale e molti mali dei territori in potere degli Angioini, forse, sarebbero stati evitati.

La Sicilia, passata agli Aragonesi, era stata perduta per la “mala segnoria” che Carlo Martello rimprovera anche al fratello Roberto, il quale, nonostante discenda da una famiglia generosa, sembra farsi notare solo per la sua natura avida e gretta e per la rapacità dei funzionari.
Dante chiede come possano nascere figli negativi da genitori buoni: è la Provvidenza – risponde lo spirito beato.
Gli uomini indipendentemente dalle condizioni sociali, temperamenti, inclinazioni, tendenze diverse dall’individuo non possono seguire le disposizioni naturali.

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