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Paradiso: Canto III

È il canto delle figure femminili del paradiso. In particolare questi sono i canti che Benedetto Croce definisce come “canti non poetici”. Introduce quindi la categoria della “non poesia” dantesca che, in quanto tale, è intrisa di astrologia, matematica, fisica ecc.. Dante in quanto uomo del 400’, non ha questo impianto improntato sul realismo e la veridicità dei fatti di fatti lui è un enciclopedista avendo una visione totalizzante medievale, tomistica e aristotelica, ed è per questo che ai giorni nostri questo concetto della “non poesia” lo sorvoliamo.
Il canto II parla della Luna. Dante chiede a Beatrice il perché ci sono le macchie lunari. Beatrice quindi gli da una spiegazione teologica e astronomica dicendo che la luna sarebbe stata formata da un materiale più o meno recettivo alla luce che quindi genererebbe le macchie solari. Qui quindi siamo nel cielo sulla luna, il più vicino alla terra. Nell’ideologia Dantesca più si è vicini alla terra, più gli esseri nelle sfere celesti sono imperfetti. L’empireo, invece, è l’unico cielo spirituale mentre tutti gli altri sono cieli materiali. Più si va verso l’alto e più la materia si raffina. Per Dante, nel cielo della Luna ci sono le anime di coloro che hanno avuto una beatitudine più marcata dalle impurità. Tutte le anime, prima di stare in paradiso sono passate dal purgatorio. Generalmente i personaggi di cui ci parla Dante sono degli Exempla, come San Francesco il quale in primis è stato un peccatore per poi spogliarsi di tutto ciò che aveva e di fare la vocazione a Dio. Per dare forza alla concezione del sinodo e del tomismo Dante deve collocare alcune anime in un determinato luogo.

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