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Canto III - Paradiso

Si svolge nel cielo della Luna, ove risiedono le anime di coloro che mancarono ai voti fatti per colpa di altri (inadempienti), qui incontra per la prima volta le anime del Paradiso, come Piccarda Donati e Costanza D’Altavilla.

Queste anime hanno il volto appena riconoscibile e i lineamenti evanescenti.
Questa caratteristica viene espressa da Dante con una doppia similitudine: i loro volti sembravano riflessi in un vetro o in acqua limpida non troppo profonda, i loro lineamenti si distinguevano debolmente come i contorni di una perla su una fronte bianca (nel medioevo era in uso come ornamento da mettere in fronte).
Dante, incorrendo nell'errore opposto a quello di Narciso, che innamoratosi della propria immagine cadde vittima della sua ottusità, ritiene che queste anime siano, appunto, immagini riflesse, e per vederle si volta.

Le anime che incontra in questo primo cielo, ma anche quelle che incontrerà in seguito non hanno la loro dimora eterna nei singoli cieli, bensì nell'Empireo, ma si fanno incontro a Dante nei cieli corrispondenti alla virtù dalla quale sono caratterizzate.

Beatrice invita Dante, sorridendo e spiegandogli che sono vere e proprie anime e non riflessi, a parlare con fiducia con esse.

Dante si rivolge così all'anima che appare più disposta a parlare e questa sorridendo rivela la propria identità: è una giovane donna fiorentina ben conosciuta da Dante: Piccarda Donati, sorella di Forese (amico di Dante) e Corso Donati (guelfo nero), che aveva dato i voti ed era entrata a far parte dell’ordine delle clarisse, il primo ordine femminile, fondato da Francesco d’Assisi e Santa Chiara.
Il fratello Corso la costrinse a lasciare il convento per sposare un nobile fiorentino, Rossellino della Tosa, morì però di crepacuore o a causa di una febbre fortissima poco prima o poco dopo le nozze.

Il poeta spiega che nell'aspetto delle anime traluce qualcosa di divino che non gli ha permesso di riconoscerla subito.
Chiede poi se le anime hanno il desiderio di una condizione superiore. Piccarda spiega che la volontà delle anime è appagata dalla virtù della carità, che fa sì che esse desiderino unicamente ciò che hanno.

Piccarda continua poi spiegando che nella stessa condizione si è trovata un’altra anima vicino a lei: Costanza d'Altavilla, sposa dell'imperatore Enrico VI di Svevia e madre di Federico II.
La casata di Svevia viene paragonata alla velocità del vento, perché durò poco.

Piccarda a questo punto si allontana cantando l’Ave Maria e svanisce come un corpo pesante che affonda in un'acqua profonda.

Dante cerca di seguirla il più possibile con lo sguardo, poi si volge a Beatrice, ma questa lo abbaglia con il suo splendore e lo induce a ritardare la sua domanda: che si troverà poi nel quarto canto: egli chiede a Beatrice perché nonostante le anime non abbiano colpe appaiano nel cielo della Luna, il più tardo.

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