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Canto IV dell'Inferno: prosa

Un cupo tuono interruppe il profondo sonno nella mia testa, così ripresi coscienza come una persona che è destata violentemente;

Un greve truono: quasi tutti gli interpreti moderni respingono l'identificazione del greve truono con il truono... d'infiniti guai del verso 9. Mentre il primo, per svegliare Dante, deve avere un carattere di subitaneità, il secondo è continuo, ininterrotto. "Inoltre, il prodigio atmosferico del lampo, che provoca l'immediato addormentamento di Dante, richiede - allegoricamente e poeticamente - un altro prodigio, laddove il preteso fragore infernale sarebbe uno stato di fatto normale, permanente e invariabile. " ( Chimenz )
Gli antichi hanno visto, tanto nel lampo che addormenta il Poeta alla fine del canto precedente quanto nel truono che qui lo ridesta, due manifestazioni della Grazia (in particolare della Grazia illuminante, in relazione al bagliore improvviso che rischiara le tenebre infernali: balenò una luce vermiglia: Inferno canto III, 133-134), la quale dapprima assopisce la concupiscenza del Poeta e poi lo risveglia nella condizione di giudicare rettamente i propri peccati.

allora, levatomi in piedi, volsi intorno gli occhi riposati, e guardai attentamente per rendermi conto del luogo dove ero.

Il fatto è che mi trovai sul margine della profonda voragine del dolore, che in sé contiene il fragore di innumerevoli lamenti,

Vero è che: l'espressione è meno prosaica di quanto a una prima lettura può apparire; infatti essa "conserva in parte l'originario valore di attestazione solenne, e sta spesso a sottolineare la stranezza o l'importanza della verità rappresentata o asserita" (Sapegno).
Che truono accoglie d'infiniti guai: non esprime una reale sensazione del Poeta in quel momento, ma è una perifrasi per indicare l'inferno, in una sua qualità permanente. Le grida dei dannati, tuttavia, cominceranno a farsi sentire soltanto a partire dal cerchio dei lussuriosi (ora incomincian le dolenti note a farmisi sentire; Inferno canto V, 25-26).

(La voragine) era buia e profonda e fumosa tanto che, per quanto tentassi di penetrarvi fino in fondo con lo sguardo, non riuscivo a distinguervi nulla.

"Ora scendiamo quaggiù nel mondo delle tenebre" cominciò a dirmi Virgilio, che era impallidito, "io andrò per primo, e tu mi seguirai. "

Ed io, che avevo notato il suo pallore, dissi: "Con quale animo potrò seguirti, se tu, che sempre mi infondi coraggio allorché sono preso dal timore, hai paura? "

Ed egli: "La tragica sorte dei dannati diffonde sul mio volto quel pallore che tu interpreti come un segno di paura.

Muoviamoci, poiché il lungo cammino (che dobbiamo percorrere) ci costringe a non perdere tempo". Dicendo questo si avviò e mi fece entrare nel primo cerchio che chiude tutt’intorno il baratro.

Virgilio manifesta profonda pietà per quei dannati di cui egli si trova a dividere le sorti. Il pensiero angoscioso delle pene infernali gli fa troncare il discorso: Andiam, ché la via lunga ne sospigne. Il poeta latino ha perduto la sicurezza e la baldanza dimostrate nella risposta a Caronte e negli incitamenti a Dante del canto precedente. Un'ombra di tristezza vela le sue parole.

Qui, per quel che si poteva arguire dall’udito, non vi era altra manifestazione di dolore fuorché sospiri, che facevano fremere l’atmosfera infernale.

Sospiri, che l'aura etterna facevan tremare: questi " sospiri " si contrappongono idealmente all'incomposto bestemmiare delle anime del canto precedente, e individuano una nuova tonalità: elegiaca, non più tragica.

Ciò avveniva a causa del dolore non provocato da tormenti corporali che colpiva schiere, numerose e folte, di bambini e di donne e di uomini.

D'infanti e di femmine e di viri: oltre ai bambini non battezzati, si trovano qui le anime di coloro che conobbero e praticarono le quattro virtù cardinali, senza aver avuto conoscenza delle tre virtù teologali; l'unica loro colpa è il peccato originale, retaggio comune del genere umano. San Tommaso sostiene che il peccato originale, ove non si accompagni ad altre manifestazioni peccaminose dovute al libero arbitrio, non riceve nell'al di là una punizione in senso proprio, ma soltanto il "danno" derivante dalla privazione della visione di Dio. Gli adulti virtuosi, morti prima della venuta di Cristo o senza che ne siano giunti a conoscenza, vengono definiti generalmente dai teologi ''infedeli negativi". in particolare San Tommaso sostiene che di per sé l'infedeltà negativa non è peccato, ma nega che, ove non soccorra la fede, il peccato originale possa sussistere da solo, senza indurre l'adulto in altri peccati. Soltanto i bambini non battezzati e i patriarchi dell'Antico Testamento sarebbero nella condizione di non avere in sé altro peccato fuorché quello originale. Dante, su questo punto, si allontana dalla tradizione più rigorosa e autorevole, per accogliere nel suo limbo anche gli infedeli negativi adulti, dell'antichità pagana e dello stesso Medioevo, seguaci di altre religioni.


[newpage]Il buon maestro mi disse: "Non mi chiedi che sorta di anime sono queste che si offrono al tuo sguardo? Voglio dunque che tu sappia, prima di procedere oltre,

che non hanno commesso peccato; e se hanno meriti, questi non bastano (a redimerli), perché furono privi del battesimo, che è la parte essenziale della fede in cui tu credi.

E se vissero prima dell’avvento del Cristianesimo, non adorarono nel modo dovuto Dio (come invece avevano fatto i patriarchi dell’Antico Testamento): e io stesso sono uno di loro.

Per tale mancanza, non per altra colpa, siamo esclusi dalla beatitudine, e siamo tormentati in questo soltanto, che viviamo nel desiderio (di conseguire la visione beatifica di Dio) destinato a restare inappagato".

I chiarimenti che dà qui Virgilio, prevenendo la domanda del suo discepolo e quasi intuendone lo smarrimento hanno uno sviluppo nobilmente didascalico e si concludono in un verso che sintetizza la condizione degli spiriti privati della visione di Dio. Questo verso, tuttavia, pur nella sua concisione, non ha nulla della tensione drammatica che vibra in altri endecasillabi della Commedia, nei quali la compattezza della forma pare venire sedata dall'urgenza del contenuto. Qui lo svolgimento logico è chiaro, riposato, e il tono sentimentale che ad esso corrisponde è anch'esso sereno, disteso. Se nelle parole di Virgilio c'è nostalgia per il Bene Supremo, dal quale è destinato ad essere per sempre lontano, questa nostalgia non ha nulla di drammatico e si inquadra armoniosamente in quello che deve apparire anzitutto come il discorso di un "saggio". Solo se si considera questo verso a sé, senza tener conto di quelli che precedono, si può vedere in esso "un verso disperato". E' stato detto che le parole di Virgilio si smorzano, nella definizione dello stato delle anime nel limbo, come in un sospiro. "Ma, come la tristezza di quelle anime è in certo modo placata dalla consolante memoria di una vita terrena vissuta senza peccato e dal confronto con i terribili martiri infernali di cui sono esenti, così quel verso, nel discorso e nel punto del discorso in cui si trova, non esprime più che una dolente, ma composta e consapevole rassegnazione." (Chimenz)

Provai un grande dolore nell’udire queste parole, poiché seppi che alti ingegni (gente di molto valore) si trovavano in una condizione intermedia fra la disperazione dei dannati e la felicità dei beati in quell’orlo estremo (della voragine infernale).

La terzina rende esplicito quello che è il sentimento animatore di tutto il canto. Più ancora che di pietà, si tratta di "perplessità della ragione, che al tempo stesso avverte la sua grandezza e la sua insufficienza, allorché non l'assista il lume della Grazia, e alla fine s'arrende, sebbene riluttante, al mistero del dogma" ( Sapegno) . Il dolore del Poeta per la sorte degli " spiriti magni ", qui appena accennato, non è destinato ad assumere neppure in seguito rilievo drammatico. Anzi, nella scena dell'incontro con i poeti, Dante sarà tutto preso da un sentimento opposto e soverchiante: la gioia di potersi trovare in presenza dei grandi che hanno incarnato un ideale di civiltà, da lui giudicato non più raggiungibile.

Desiderando avere da lui la conferma (per volere esser certo) delle verità di quella fede che è al di sopra di qualsiasi dubbio, gli chiesi: "Dimmi, maestro, dimmi, signore,

uscì mai di qui alcuno, o per merito proprio o per merito altrui, per assurgere poi alla beatitudine?"

Dimmi. maestro mio, dimmi, segnore: modo particolarmente affettuoso in cui c'è come un'eco del gran duol della terzina precedente. "La compassione dello stato di Virgilio sentita da Dante rende ragione di questo doppio titolo, ch'è una lode ' delicata e pietosa." (Tommaseo)

Ed egli, che comprese il significato nascosto delle mie parole, rispose: "Mi trovavo da poco in questa condizione, quando vidi scendere quaggiù un potente (Cristo), circonfuso dello splendore della sua divinità.

Un possente, con segno di vittoria coronato: il Redentore non è mai nominato nell'Inferno, ma la perifrasi, più che trovare la sua spiegazione in un rispetto che resta estraneo alla poesia di questo passo, mira a rendere, velandolo di mistero, un carattere essenziale della divinità: l'onnipotenza, la serenità con cui essa esercita il suo impero anche là dove ostacoli insormontabili si oppongono all'intervento degli uomini. Quanto al segno di vittoria può essere o interpretato in senso generico, come fa ad esempio il Boccaccio ("non mi ricorda d'avere né udito né letto che segno di vittoria Cristo si portasse al limbo, altro che lo splendore della sua divinità" ), oppure riferito alle rappresentazioni di Cristo trionfante nell'arte figurativa medievale, in cui appare incoronato dell'aureola crocifera", ossia dell'aureola traversata dal segno della croce. Altri ancora ricollegano questo verso a una frase del Vangelo apocrifo di Nicodemo ("e il Signore pose la sua croce, che è segno di vittoria, in mezzo all'inferno" ), e alla iconografia che ad essa si ispira: il Figlio di Dio, visto come "re forte", come un possente... coronato, calpesta le porte schiodate e abbattute dell'inferno tenendo in mano la sua croce.

[newpage]Portò via di qui l’anima di Adamo, il capostipite del genere umano (primo parente: primo genitore), quelle del figlio di lui Abele e di Noè, quella del legislatore Mosè, sempre sottomesso ai voleri di Dio;

e inoltre portò via il patriarca Abramo e il re Davide, Giacobbe (Israèl) col padre Isacco e i suoi dodici figli e la moglie Rachele, per ottenere la mano della quale tanto si adoperò;

e molti altri ancora, e li rese beati; e voglio che tu sappia che, prima di loro, nessun altro era salito in paradiso" .

L'elenco dei protagonisti della storia del popolo eletto, resi beati, inizia col capostipite Adamo per proseguire col suo secondogenito, col patriarca scampato al diluvio universale e a cui si deve il ripopolamento della terra, col grande condottiero e legislatore, che sul Sinai ebbe da Dio la rivelazione dei principii ai quali il suo popolo avrebbe dovuto attenersi per trionfare sugli avversari e raggiungere la Terra Promessa. Esso continua con la figura del patriarca che non esitò, per obbedire al Signore, a preparare il sacrificio del figlio Isacco, del re guerriero e poeta, autore dei Salmi, che, altrove, nella Divina Commedia è chiamato il cantor dello Spirito Santo (Paradiso XX, 38) e sommo cantor del sommo duce (Paradiso XXV, 72), di Isacco e del figlio Giacobbe, che dopo la lotta con l'angelo (Genesi XXXII, 25-29) fu chiamato Israele ("forte con Dio"), dei dodici capostipiti delle tribù d'Israele, di Rachele, andata sposa a Giacobbe dopo che questi ebbe servito per quattordici anni il padre di lei, Labano (Genesi XXIX, 18-30).

Per il fatto che egli parlasse non interrompevamo il nostro procedere, continuando ad aprirci un varco nella selva, nella selva, intendo, costituita da un numero sterminato di anime vicinissime le une alle altre.

Non avevamo ancora percorso molta strada dal margine più alto del cerchio, quando vidi una sorgente di luce che per mezzo cerchio intorno a sé dissipava le tenebre.

Ch'emisperio di tenebre vincìa: L'espressione risulta figurativamente e poeticamente più persuasiva se si da a vincìa il significato di " vinceva ", invece che di " avvinceva ", " legava", come vogliono taluni interpreti, e si pone quindi, come soggetto, foco invece che emisperio. Questa interpretazione tiene conto del modo di sentire del Poeta, della sua emozione "colma del pathos dell'intelligenza e concorde istintivamente con la vulgata metafora che parla di luce dell'ingegno e di tenebre dell'ignoranza ( fede dunque, nei grandi uomini della scienza e della poesia che appaiono come una luminosa visione, un'accolta capace di dissipare e vincere con la luce della cultura le simboliche tenebre della barbarie)" (Getto).

Ci trovavamo ancora un poco lontani da questa sorgente di luce, non tanto tuttavia, che io non potessi intuire che una schiera di anime degne di onore occupava quel posto.

"O tu che onori scienza e arte, chi sono costoro che hanno tanta dignità, che li distingue dalla condizione degli altri? "

E Virgilio a me: "La fama onorevole di cui godono nel mondo dei vivi, ottiene (per essi) un particolare favore presso Dio che conferisce loro un tale privilegio.

In quell’istante fu da me udita una voce: "Onorate il sublime poeta: la sua anima, che si era allontanata, torna fra noi ",

Onorate l'altissimo poeta: la parola "onore" e quelle da essa derivate ritornano con singolare frequenza in questi versi, quasi a ribadire il carattere di entusiastica, celebrazione che l'incontro coi poeti riveste, Questa è una delle pagine della Commedia ove più compiutamente si esprime la venerazione, quasi religiosa, che Dante aveva per i supremi valori dell'intelligenza, oltre ai quali non è dato all'uomo di alzarsi con le sole sue forze.

Dopo che la voce si arrestò e ci fu silenzio, vidi venire verso di noi quattro ombre maestose: il loro aspetto non era né triste né lieto.

Sembianza avean né trista né lieta: un antico commentatore spiega: "non erano tristi, perché non aveano martirio; né lieti, perché non aveano beatitudine" (Buti). Ma più che a precisare uno stato d'animo, il verso serve a conferire a ciascuna delle quattro grand'ombre l'aspetto tradizionale del saggio, nel suo raccoglimento meditativo e solenne.

Virgilio prese a dire: " Guarda, quello che ha in mano la spada, e precede gli altri tre come un sovrano.

È Omero, il sommo di tutti i poeti; dietro di lui viene Orazio, poeta satirico; Ovidio è il terzo, e l’ultimo Lucano.

Il Momigliano ha indicato in questa scena una difformità, sul piano della cultura e del gusto, tra lo spirito umanistico che la pervade e i particolari in cui si traduce, ancora medievali: "questo poeta che esce con una spada in mano da un nobile castello, cerchiato da sette mura per cui si entra da sette porte, è, nel complesso, una figurazione lontana dal gusto antico; e quello che c'è di fantastico nello scenario e quello che in esso è infuso di allegorico, ci trasportano nel Medioevo cavalleresco e simbolico".
Di Omero Dante aveva soltanto notizia indiretta, poiché non conosceva il greco e non erano ancora state tradotte in latino l'Iliade e l'Odissea.
Di Orazio apprezzava probabilmente, secondo il gusto dell'epoca, soprattutto la produzione moraleggiante (Satire ed Epistole); di Ovidio, vissuto a Roma ai tempi di Augusto, come Orazio e Virgilio, dovevano essergli care in particolar modo le Metamorfosi, da cui trasse quasi tutte le sue conoscenze sull'antica mitologia. Anneo Lucano fu poeta epico del periodo argenteo della letteratura latina ed è considerato oggi un minore. Diversa era l'opinione che di lui si aveva nel Medioevo.

Poiché ciascuno si accomuna a me nell’appellativo di poeta pronunciato poco fa da uno di loro (nel nome che sonò la voce sola), mi tributano onore, e fanno bene a tributarmelo ( perché in me onorano la poesia )".

Vidi così adunarsi il bel gruppo guidato dal più eccelso dei poeti epici, la cui poesia si leva come aquila al di sopra di quella degli altri.

Dopo aver parlato a lungo tra loro, si volsero a me con un cenno di saluto; e Virgilio sorrise per questo segno di onore:

e mi onorarono ancora di più, poiché mi accolsero nel loro gruppo, in modo che diventai il sesto tra quei così grandi sapienti,

[newpage]Procedemmo insieme fino alla zona luminosa, trattando argomenti di cui (ora) è opportuno tacere, non meno di quanto fosse conveniente parlarne nel luogo ove allora mi trovavo.

Giungemmo ai piedi di un maestoso castello, circondato da sette ordini di alte mura, protetto tutt’intorno da un leggiadro corso d’acqua.

Lo attraversammo come se fosse stato di terra solida; penetrai con quei sapienti (nel castello) attraverso sette porte: arrivammo in un prato verde e fresco.

Il castello è stato concepito in funzione chiaramente allegorica. Secondo Pietro di Dante, figlio del Poeta, esso simboleggerebbe la filosofia, intesa genericamente come sapienza; le sette mura corrisponderebbero alle sette discipline in cui la filosofia era fatta consistere: fisica, metafisica, etica, politica, economia, matematica, dialettica. Secondo altri commentatori antichi le sette mura indicherebbero le sette arti liberali, oppure le quattro virtù cardinali e le tre speculative (intelletto, scienza, sapienza). Di meno agevole interpretazione appare il significato allegorico del bel fiumicello. Forse l'opinione più plausibile è quella del Sapegno, per il quale esso simboleggia gli ostacoli che si oppongono all'acquisto del sapere.

Ivi erano persone dagli sguardi pacati e dignitosi, di grande autorità nel loro aspetto: scambiavano fra loro poche parole, con persuasiva dolcezza.

Allora ci portammo in uno degli angoli, in una radura, luminosa e sovrastante il terreno circostante, in modo che (di qui) era possibile abbracciare con lo sguardo tutti gli spiriti (ivi raccolti).

Là dirimpetto a me, sul verde compatto e brillante dell’erba mi vennero indicati i grandi spiriti, ripensando alla vista dei quali sento ancora il mio animo esultare.

Vidi Elettra con molti dei suoi discendenti, fra i quali riconobbi Ettore ed Enea, Giulio Cesare in armi e con occhi sfavillanti come quelli di un uccello rapace.

Vidi Camilla e Pentesilea; dal lato opposto, vidi il re Latino che sedeva accanto a sua figlia Lavinia.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquinio, Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia: e isolato, in disparte, vidi il Saladino.

Il primo gruppo di " spiriti magni " è costituito in prevalenza da eroi e personaggi storici i cui nomi sono stati tramandati dai grandi scrittori dell'antichità. L'ammirazione che Dante prova per questi ultimi si estende a tutti i personaggi che, per virtù di poesia, grandeggiano nei loro scritti. Osserva in proposito il Getto: "qui si afferma incondizionato il sentimento dell'aristocrazia della cultura e della nobiltà che all'uomo deriva dagli studi e dalla poesia (non solo quando attivamente li coltivi, ma ancora quando divenga oggetto di quegli studi e di quella poesia: tale è infatti la giustificazione della presenza nel nobile castello di personaggi leggendari o politici come Ettore o Bruto)". Elettra fu progenitrice della stirpe troiana e quindi dei Romani; Camilla e l'eroina italica morta nella guerra che seguì all'insediamento dei Troiani nel Lazio, e di cui è già stata fatta menzione alla fine del canto primo (verso 107). Pentesilea è la mitica regina delle Amazzoni uccisa da Achille. È ricordata nell'Eneide (1, 490 sgg.), dove Latino e sua figlia Lavinia (promessa a Turno, re dei Rutuli, sposò poi Enea; questo matrimonio scatenò la guerra fra Troiani e Italici) sono personaggi di primo piano. Il primo personaggio storico dell'elenco è il creatore dell'impero romano, Giulio Cesare, " primo prencipe sommo (Convivio IV, V, 12 ), visto in un verso di straordinario rilievo come il prototipo del guerriero. Accanto a lui sono i due eroi più valorosi dell'antica Troia. Bruto fu il fondatore della Repubblica romana, dopo aver scacciato l'ultimo re, Tarquinio il Superbo, e Lucrezia la donna per vendicare l'onore della quale Bruto, con Collatino, capeggiò la rivolta contro i Tarquini. Giulia fu figlia di Giulio Cesare e moglie di Pompeo, Marzia moglie di Catone Uticense, uccisosi in seguito alla sconfitta del partito pompeiano in Africa ad opera di Cesare, Cornelia madre di Tiberio e Caio Gracco.
La rassegna si conclude, dopo questo elenco di figure del periodo repubblicano, con un verso divenuto celebre non meno di quello che caratterizza Cesare. In esso Salah-ed-Din, sultano d'Egitto dal 1174 al 1193, celebrato dagli scrittori del Medioevo come principe di grande liberalità e giustizia, appare solo e in disparte. Il suo isolamento, dovuto al fatto che è di altra stirpe e di altra religione, conferisce alla sua figura, nel quadro di questa enumerazione, proporzioni eroiche. E' solo un accenno, ma il verso si arricchisce di risonanze segrete, se ripensiamo all'isolamento in cui grandeggiano altre figure eroiche nella Commedia (come Farinata o Sordello).

Dopo aver sollevato un poco gli occhi (il gruppo dei filosofi e degli scienziati si trova più in alto di quello degli uomini d’azione), vidi Aristotile, il maestro dei sapienti, seduto in mezzo ad altri filosofi.

Tutti hanno gli occhi fissi su di lui. tutti gli rendono onore: tra gli altri vidi Socrate e Platone, che, in posizione preminente rispetto agli altri, sono a lui più vicini;

Democrito, che attribuisce al caso la formazione del mondo, Diogene, Anassagora e Talete, Empedocle, Eraclito e Zenone;

Democrito, filosofo greco del V-IV secolo a. C., sostenne la teoria degli atomi che costituirebbero il mondo. Diogene il Cinico (V-IV secolo a. C.) invece predicò il disprezzo dei beni materiali. Anassagora, Talete, Empedocle, Eraclito, Zenone furono esponenti del pensiero filosofico presocratito.

e vidi il sagace classificatore delle qualità (delle erbe), intendo dire Dioscoride; e vidi Orfeo, Tullio Cicerone e Lino e Seneca, autore di scritti di morale;

Dioscoride ( I secolo d. C. ) scrisse un trattato sulle qualità delle erbe. Orfeo e Lino sono mitiche figure di poeti greci Seneca è il famoso scrittore romano del I secolo d. C.

Euclide geometra e Tolomeo, Ippocrate, Avicenna e Galeno, Averroè, autore del grande commento.

Euclide (IV-III secolo a. C.) fu ritenuto il più grande geometra dell'antichità. Di fama identica godettero, nel campo dell'astronomia, Tolomeo ( I-II secolo d. C. ), nel campo della medicina, Ippocrate e Galeno. L'arabo Avicenna, morto nel 1036, fu famoso per la sua scienza medica e filosofica. Averroè, morto nel 1198, anch'egli medico e filosofo, fu considerato " il commentatore " per antonomasia, di Aristotile durante tutto il Medioevo, il quale conobbe le opere del grande pensatore greco attraverso le traduzioni arabe e i commenti di Averroè.

Non posso riferire su tutti in modo esauriente, poiché la lunghezza dell’argomento (che devo trattare) mi sollecita a tal punto, che spesso il mio racconto è insufficiente rispetto al grande numero di eventi da narrare.

La schiera dei sei poeti diminuisce dividendosi in due gruppi: la mia saggia guida mi conduce per un cammino diverso, fuori dell’aria immobile (del castello), nell’aria tremante (per i sospiri delle anime);

e giungo in un punto dove, non c’è traccia di luce.

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