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Canto 22 dell'Inferno in prosa

Io vidi un tempo cavalieri mettersi in marcia, e iniziare l’assalto e fare evoluzioni durante le parate, e a volte ritirarsi per mettersi in salvo;

vidi soldati a cavallo sul vostro suolo, o Aretini, e vidi fare incursioni devastatrici, scontrarsi le squadre nei tornei e cimentarsi i singoli nei duelli;

a volte con trombe, e a volte con campane, con tamburi e con segnali dalle fortezze, e con strumenti nostri e forestieri;

ma certamente mai con un così insolito zufolo vidi partire cavalieri o fanti, o nave ad un segnale dato dalla riva o indicato da una costellazione.

Questa scena, come molte di quelle con cui si aprono i canti di Malebolge, costituisce un quadro a sé, ben delimitato nel flusso della narrazione.
La similitudine dell’arzanà de’ Vinizíani, posta all’inizio del canto precedente, risultava più strettamente legata al contenuto di questo, poiché in essa erano anticipati alcuni dei motivi di maggior rilievo della quinta bolgia: l’oscurità accentuata dal colore della pece, l’irrequietezza di diavoli e dannati, l’attenzione dei Poeta rivolta ai gruppi e all’azione, più che ai singoli e all’indagine etico-psicologica. La scena ariosa che introduce al racconto nel canto XXII, così contrastante con l’atmosfera infernale nell’evocazione di vasti spazi e’ nell’insistente richiamo a movimenti di moltitudini disciplinate e concordi, fa spicco più decisamente nel tessuto di raggiri e di primitive cupidigie che caratterizza l’episodio dei barattieri. Va ancora notato che mentre la similitudine dell’arzanà de’ Viniziani riallaccia la pena di questi peccatori ad un mondo di instancabile operosità artigiana, il quadro delle precise evoluzioni di eserciti, che funge da preludio al secondo tempo della commedia di questa bolgia, ricollega lo sconcio comportamento dei diavoli ad un mondo di virtù pittoresche e feudali, per cui non a torto il Croce ha scorto in esso un’amplificazione in chiave eroicomica de motivo accennato alla fine del canto precedente. Per il Sapegno questa apertura di canto avrebbe una funzione catartica; servirebbe cioè ad "alleggerire e nobilitare, per via d’arte, una materia grossa e triviale", a "schiarire e aereare un’atmosfera pesante e afosa".

Il Sanguineti scorge in essa invece un’intenzione opposta: "non di alleggerire e di nobilitare si tratta, ma anzi di approfondire e degradare, sia pure per via di contrasto", per cui "l’apparente abbandono inaugurale del bene fissato luogo drammatico del cenno si risolve in una dilatazione esasperata dei suo significato espressivo: non " liberazione " dunque da una materia grossa e pesante, ma calco severo, ma accentuazione rigida e intensa". La struttura stilistíca di queste terzine, basata su di una "giustapposizione analítica d’immagini" (Marti), che trova il suo riscontro nella serie degli infiniti presenti, è tipica di certa poesia realistica del tempo.

Noi procedevamo con i dieci diavoli: ah, paurosa compagnia! ma in chiesa si sta con i santi, e nell’osteria con i furfanti.

Dante enuncia la sua rassegnazione ad accettare l’infida compagnia dei diavolì con una frase di sapore proverbiale, simile a quella che si ritrova in un passo di un romanzo popolare del ‘200, la Tavola Ritonda: "qui si afferma la parola usata, che dice così: gli mercatanti hanno botteghe, e gli bevitori hanno taverne, e’ giuocatori hanno taolieri, e ogni simile con simile".

La mia attenzione era rivolta costantemente alla pece, per osservare ogni aspetto della bolgia e della moltitudine che in essa era bruciata.

Come i delfini, quando, inarcando il dorso, avvertono i marinai d’ingegnarsi a salvare la loro nave,

così talvolta, per alleviare la sofferenza, qualcuno dei dannati esponeva la schiena, e la celava più rapido del lampo.

Secondo una credenza molto diffusa nel Medioevo i delfini avvertono i marinai dell’avvicinarsi della tempesta inarcando le schiene e saltando sopra il pelo dell’acqua.

E come i ranocchi stanno sull’orlo dell’acqua di un fossato col solo muso fuori, in modo da nascondere le zampe e il resto del corpo,

così i peccatori stavano da ogni parte; ma non appena Barbariccia si avvicinava, subito si ritiravano sotto la pece bollente.

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In una sua analisi del canto XXII il Chiappelli nota come in esso "annullata nella pece, l’immagine dell’uomo se appare, non è che in gesti animaleschi, in attitudini mostruose. Il bisogno di un momentaneo refrigerio non ne trae a galla i volti, ma le schiene inarcate nel guizzo del delfini; se sono le teste che emergono, la sofferenza e l’ansietà le trasformano in teste di rana... Queste grosse figurazioni plastiche in cui appaiono deformati i peccatori son scelte specialmente fra gli anfibi". Di qui il critico prende l’avvio per istituire una contrapposizione fra il modo in cui sono concepiti i diavoli e quello in cui sono concepiti i dannati. I suggerimenti impliciti in questo modulo interpretativo non sono accettati dal Del Beccaro, il quale osserva che nella bolgia dei barattieri si stabilisce. tra dannati e diavoli, "una sorta di osmosi o per lo meno uno scambio di termini per cui avviene di assistere al capovolgimento della situazione stessa e degli atteggiamenti psicologici che ne derivano: da ingannatori ad ingannati, con reazioni che presentano evidenti analogie".

Vidi, e ancora il mio cuore ne prova sgomento, uno di loro stare in attesa, così come accade che una rana resta ferma e un’altra spicca il salto;

e Graffiacane che più degli altri gli stava di fronte, gli afferrò con l’uncino i capelli impeciati e lo sollevò, in modo che mi sembrò, una lontra.

Il paragone della lontra esprime, secondo il Chiappelli, "l’impotenza dell’animale catturato" ed ha un fortissimo rilievo plastico. Il Malagoli annota: "Bellissima immagine del calcato realismo infernale, che si riconnette al convolto del canto precedente ed emerge in contrasto col realismo semplice e comune della rappresentazione delle rane che se ne stanno sull’orlo del fosso". L’ApolIonio definisce il verso 36 "stupendo, lentissimo e grottescamente trionfale" ed aggiunge: "il disegno della lontra lucida e umida, che lo rompe, con uno squarcio nero, vale un commento orchestrale, in un’opera buffa".

Io conoscevo già il nome di tutti quanti i diavoli. poiché li avevo con tanta cura annotati quando vennero scelti, e poi avevo fatto attenzione al modo in cui si chiamavano l’un l’altro.

" O Rubicante, fa in modo di mettergli addosso gli artigli, in modo da scuoiarlo! " urlavano concordi i malvagi.

E io: " Maestro, cerca, se puoi, di sapere chi è lo sventurato caduto in balìa dei suoi nemici ". Virgilio gli si avvicinò fermandosi al suo fianco; gli chiese di dove fosse, e quello rispose: " Io fui nativo del regno di Navarra.

Mia madre, che mi aveva generato da un furfante, suicida e scialacquatore, mi mise al servizio di un signore.

Fui in seguito alla corte del valente re Tebaldo: qui mi diedi ad esercitare la baratteria; del quale peccato rendo conto in questo bollore ".

Il barattiere che, lustro di pece e tenuto sospeso a mezzaria da Graffiacane con l’uncino, dichiara la sua origine e la sua vicenda terrena è un non meglio identificato Giampolo o Ciampolo. Osserva il Del Beccaro che Ciampolo, il quale ha prontamente intuito che, parlando, potrà ritardare lo strazio che i diavoli si preparano a fare di lui, "si afferra disperato all’occasione dell’indugio e con linguaggio fratto, che ben confessa lo spavento, dà contro di sé e di altri compagni di pena, di sé innanzi tutto come frutto di una torbida vicenda di vizio, quasi che un irrevocabile destino lo abbia segnato fin dalla nascita".


Tebaldo Il, re di Navarra dal 1253 al 1270, ebbe fama di sovrano munifico, giusto e clemente.

E Ciriatto, al quale dalla bocca sporgeva da ogni parte una zanna come a un cinghiale, gli fece sentire come una di esse lacerava.

Il topo era capitato tra gatte cattive; ma Barbariccia lo circondò con le braccia, e disse: " State lontani, finché lo tengo stretto ".

Il terrore del dannato ha risvegliato la crudeltà dei diavoli: Ciriatto lo azzanna. Ma più che sulla crudeltà dei custodi di questa bolgia, Dante insiste, in questo come nel canto precedente, sulla loro irrequietezza, sulla mobilità dei loro istinti e atteggiamenti, sulla loro indisciplina. Barbariccia, al quale il suo capo Malacoda ha affidato il compito di guidare il plotone dei dieci diavoli e di accompagnare Dante e Virgilio, cerca di affermare la propria autorità di capo e l’efficienza del manipolo da lui comandato. Come ha osservato il Sozzi, nel contrasto fra la sua "autorevolezza teorica, nominale e velleitaria" e la sua "esautorazione ad opera degli indocili sudditi" trova la sua espressione una delle note di maggior risalto comico del canto.
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E rivolse il viso a Virgilio: " Chiedi ancora " disse " se desideri sapere altro da lui, prima che qualcuno ne faccia scempio ".

Allora Virgilio: " Dimmi dunque: degli altri malvagi che stanno sotto la pece, conosci qualcuno che sia italiano ? " E quello: " Io mi allontanai,

poco fa, da uno che fu di quelle parti: potessi ancora essere sotto la pece con lui! non avrei infatti da temere artiglio né uncino ".

Si ripete qui la scena dei versi 55-57. Basta che Ciampolo accenni (verso 54) alla propria pena o manifesti terrore per la sorte che i diavoli gli rIserbano perché questi, in ciò assai più simili ad animali che ad esseri consapevoli di fare il male, sentano insorgere in loro irresistibile la crudeltà. Il rapporto che si stabilisce tra loro e l’impegolato Navarrese, per tutto il tempo che quest’ultimo rimane appeso per i capelli all’uncino di Graffiacane, è mirabilmente definito, con espressione pregnante e di sapore popolaresco, dal verso 58: tra male gatte era venuto il sorco. Crudeltà dunque da parte dei diavoli, ma, giova ripetere, crudeltà scarsamente illuminata dalla consapevolezza di sé, facile a distrarsi, determinata dagli umori del momento e subordinata a quello che è il tratto più saliente dei carattere di questi custodi infernali: il gusto della beffa, dello scherzo fine a se stesso.

Pure Draghignazzo lo volle colpire giù nelle gambe; per cui il loro capo si volse tutto intorno con espressione adirata.

Il Momigliano così mette in luce il carattere eroicomico di questa terzina: è maestoso; mal piglio è minaccioso; intorno intorno è pesante come il ballonzolare di una massa bruta: il complesso è un ritratto grottesco sbozzato con due tratti di penna". Il termine che maggiormente spicca in questa terzina è decurio: questo latinismo, togato e solenne, riferito a Barbariccia, suona come una presa in giro, ne esprime tutta la vanità e la prosopopea.

Quando costoro si furono un po’ quietati, Virgilio senza indugio domandò a lui, che ancora osservava la sua ferita:

"Chi fu quello dal quale dici che facesti male a separarti per avvicinarti alla riva ? " Ed egli rispose: "Fu frate Gomita,

quello di Gallura, ricettacolo d’ogni inganno, il quale ebbe in suo potere i nemici del suo signore, e li trattò in maniera tale che ognuno se ne compiace.

Prese denaro, e li lasciò andare liberi con procedimento sommario, così come egli stesso dice; e anche neglì altri incarichi non fu barattiere da poco, ma sommo.

Frate Gomita fu, secondo gli antichi commentatori, vicario di Ugolino Visconti di Pisa, che governò col titolo di giudice, dal 1275 al 1296, la Gallura. La Sardegna era stata divisa dai Pisani in quattro- " giudicati ", dei quali quello di Gallura occupava la parte nord-orientale dell’isola.
Frate Gomita, secondo quanto qui riferisce Dante, diede la libertà, dietro compenso in denaro, ai nemici del suo signore che aveva fatto prigionieri. L’espressione di piano mostra che questo barattiere "conversando col suo compagno di pena e di peccati intorno alle cose di Sardegna, ancora nella pece si vanta della bella frode compiuta con tutte le forme legali" (Casini-Barbi).

Sta spesso con lui messer Michele Zanche di Logudoro; e le loro lingue, nel parlare della Sardegna, non avvertono mai la stanchezza.

Michele Zanche governò il giudicato di Logudoro (Sardegna nord-orientale) per incarico di re Enzo, figlio dell’imperatore Federico Il. Fu ucciso a tradimento da uno dei suoi generi, il genovese Branca D’Oria.

Ahimè, guardate l’altro diavolo che digrigna i denti; parlerei ancora, ma temo che quello si prepari a graffiarmi ".

"Un nuovo timbro - scrive il Chiappelli - risuona in quel condizionale posto subdolamente nel cuore dei ricorso: i’ direi anche ... : il timbro dell’astuzia. Il frodatore non si sente più solo; l’idea degli altri innumerevoli peccatori che potrebbero emergere modifica il suo rapporto coi diavoli e coi poeti. Le forze che componevano la tensione narrativa cominciano a trasformarsi mentre la pressione minacciosa dei demoni è costante, al terrore nel dannato si aggiunge la forza " astuzia "."

E il grande capo, rivolto a Farfarello che stralunava gli occhi pronto a colpire, disse: " Tirati in là, uccellaccio ".
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L’accostamento, nell’ambito di questa, terzina, di un modo di dire solenne (l’, gran proposto) e di un’espressione realistíca e brutale (fatti ‘n costà, malvagio uccello) ne determina la fondamentale comicità. Da notare anche Ia tensione che si viene a stabilire fra il qualitativo gran e il diminutivo Farfarello. Dall’alto della sua boria Barbariccia vede nel suo sottoposto un essere privo di intelligenza, niente più, che un animale (uccello). Ma, sotto apparenze che vogliono essere più vili, anche il gran proposto partecipa dello stesso sentire primitivo e sommario degli altri diavoli.

" Se voi desiderate vedere o ascoltare " riprese a dire quindi quello spaventato "Toscani o Lombardi, io ne farò arrivare;

ma che i Malebranche si tengano un po’ in disparte, in modo che essi non temano le loro punizioni; ed io, stando in questo stesso luogo. <![endif]>

per uno solo che sono, ne farò venire parecchi quando fischierò, come è nostra abitudine fare allorché qualcuno di noi si tira fuori."

Ciampolo è deciso a trovare un espediente per sottrarsi allo scempio che i Malebranche si preparano a fare di lui. Ma egli sa abilmente dissimulare il suo progetto di fuga. "L’allontanamento dei diavoli, il vero scopo del suo discorso, è sepolto in un’abbondanza d’offerte, e attenuato in tutti i modi con la forma del verbo scelto (stieno i Malebranche) invece di un imperativo o di una richiesta diretta, con l’avverbio un poco, con la locuzione in cesso, cioè " nascosti quasi per gioco "; e poi con l’intera proposizione esplicativa sì ch’ei non teman delle lor vendette; e infine con le nuove promesse." (Chiappelli)

Cagnazzo a queste parole alzò il muso, scrollando la testa, e disse: " Senti, I’astuzia che ha escogitato per tuffarsi giù! "

Per cui egli, che conosceva raggiri in abbondanza, rispose: " Sono fin troppo astuto, dal momento che causo maggior dolore ai miei compagni ".

Alichino non si trattenne e, in contrasto con gli altri demoni gli disse: " Se tu ti immergi, io non ti inseguirò correndo,

ma volerò sulla pece: si abbandoni la sommità dell’argine, e l’argine stesso sia a noi riparo, per vedere se tu da solo sei più abile di noi ".

O lettore, saprai di un gioco strano ogni diavolo rivolse lo sguardo verso la parte opposta dell’argine; e per primo quello (Cagnazzo) che era stato il più restio a fare ciò.

Dante si rivolge al lettore con una espressione che riecheggia il modo in cui si rivolgevano al pubblico i giullari. Questi cercavano di attirarne l’attenzione mettendo in rilievo la novità degli argomenti da loro trattati. Dante sfrutta qui effetti comici del tipo più basso, al fine di sottolineare lo stato di degradazione in cui si trovano accomunati dannati e tormentatori della quinta bolgia. L’interpretazione che il Croce dà di questo passo riesce abbastanza persuasiva nel determinare lo stato d’animo con il quale Dante considera lo spettacolo: "Plebeo è lo spettacolo, e Dante ride, ma non come plebe che si affiati con plebe, bensì sempre come lui, Dante, che getta lo sguardo su quell’aspetto dell’umanità, di un’umanità che è quasi fanciullescamente sfrenata e chiasseggìante, e non permette la seria indignazione, e nemmeno la ripugnanza che si vela il volto, ma anzi eccita all’osservazione curiosa e al riso, per la stravaganza stessa e l’enormità di ciò che si osserva, e che esce da ogni gentile e civile consuetudine".
Il Navarrese scelse bene l’attimo a lui favorevole; puntò i piedi a terra, e di colpo saltò e si liberò dal loro capo.

Di ciò ognuno si sentì colpevole, ma maggìormente quello che era stato causa dello sbaglio; perciò si slanciò e gridò: " Tu sei preso ! "

Ma a poco gli servì perché le (sue) ali non poterono avere la meglio, sulla paura (del Navarrese) : quello s’immerse, e questo volando diresse verso l’alto il petto:

non diversamente l’anitra si tuffa nell’acqua all’improvviso, quando si avvicina il falcone, e questo se ne torna su indispettito"e spossato.

Il barattiere è riuscito nel suo intento: si è liberato, ricorrendo ad un inganno, dai diavoli. Inerme, è riuscito ad avere ragione della loro forza e del loro numero. "Ma si noti che anche quando ha la meglio egli non esce dalla mostruosità animalesca nella quale si è venuto evolvendo. La sua vittoria... è frutto di un falso intelletto, di un istinto di frode che somiglia, ma non è l’intelligenza. La lontra passiva che dondolava nella mano del cacciatore, il sorco terrorizzato tra le male gatte, la bestia tignosa e querula, rimane’una bestia; è il palmipede che si tuffa di colpo e per viltà che sì butta giù senza 1 grazia" (Chiappelli).
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Ma Caicabrina adirato per la beffa, lo seguì volando, preso dal desiderio che il Navarrese si salvasse per aver modo di azzuffarsi con Alichino;

e non appena il barattiere fu scomparso, immediatamente rivolse gli artigli contro Il suo compagno, e con lui si avvínghiò sopra lo stagno.

Ma l’altro fu davvero un rapace sparviero nell’artigliarlo a dovere, e caddero entrambi nel mezzo della palude bollente.

Il calore immediatamente li separò; ma uscirne era impossibile, a tal punto avevano le ali invischiate.

L’animata narrazione che ha avuto per oggetto diavoli e dannatì della quinta bolgia culmina in una rissa fra diavoli causata dall’astuzia di un dannato. Ma nessuno dei due contendenti può considerarsi vincitore; è la pece, lo strumento muto della giustizia divina, il vero trionfatore di questo singolare scontro. Per una sorta di bizzarro contrappasso tocca ora ai tormentatori subire la sorte riservata alle loro vittime. "I cuochi sono diventati lessi a loro volta." (Bosco)

Barbariccia crucciato insieme agli altri suoi compagni, ordinò che quattro volassero fin sull’altra sponda con tutti i loro uncini, e questi, molto velocemente

di qua, di là, calarono nel posto indicato: tesero gli uncini in direzione degli invischiati, che erano già bruciati sotto la pelle diventata dura

e noi li abbandonammo mentre si trovavano in queste difficoltà.

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