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Canto 17 dell'Inferno in prosa

" Ecco il mostro dalla coda acuminata, che varca le montagne, e infrange ogni ostacolo; ecco quello che appesta col suo fetore l’intero universo! "

Virgilio annuncia l'arrivo di un altro custode infernale, Gerione, simbolo della frode. Soltanto un particolare dell'aspetto fisico del mostro è messo in rilievo in questa terzina - la coda - ma è il particolare che meglio ne caratterizza l'indole ambigua e pericolosa e sul quale con maggior insistenza si soffermerà la fantasia del Poeta. E' solo col guizzare della coda che Gerione, protagonista muto di questo canto, di una quasi agghiacciante sottomissione ai comandi di Virgilio (è il primo dei custodi infernali che non tenta di ostacolare il cammino dei due poeti), mostrerà il nervosismo della bestia non doma. La frode colpisce a tradimento, senza dichiarare le proprie intenzioni; ecco perché vedremo, dietro la faccia di uomo giusto di Gerione, enigmatica nella sua immobilità, celarsi l'insidia, rappresentata dalla sua coda armata di aculei velenosi.

Anche la figura di Gerione deriva, come quelle dei custodi infernali sin qui incontrati dai due poeti, dalla mitologia. Le leggende ne parlavano come di un re crudelissimo, che accoglieva gli ospiti benignamente per poi ucciderli; fu a sua volta ucciso da Ercole. I poeti latini lo descrivono come un gigante che aveva tre corpi e tre teste. "Ma non solo quella natura tricorporea non aveva una descrizione precisa, essa non appariva chiara come simbolo, e a Dante importa ritrovare nelle favole della mitologia, almeno adombrato, un valore simbolico. Per questo la stranezza di quei tre corpi gli suggerì l'idea dell'inganno, della frode, ma egli volle dare concretezza visiva e simbolica a quella figura e la immaginò non con tre corpi, ma con tre nature diverse in un corpo solo." (Gallardo)

Ma nella figura di Gerione confluisce, insieme all'ispirazione mitologica, anche quella scritturale. E probabile, infatti, che nell'immaginarla il Poeta abbia tenuto presente un passo dell'Apocalisse (IX, 7-11) ove si parla di locuste dal volto umano e dalla coda di scorpione. Il re di queste locuste, Abaddon, chiamato "angelo dell'abisso", salirà, secondo la profezia di San Giovanni - e in ciò è forse un'altra concordanza fra questa pagina della Commedia e il testo biblico, - dal "pozzo dell'abisso" per dirigersi verso Gerusalemme. Anche il moto ascendente di Gerione, tenuto conto di quella che è la posizione dell'inferno dantesco, è diretto verso Gerusalemme. Occorre altresì ricordare che nella pittura, nella scultura e nella miniatura del Medioevo è frequente la rappresentazione di figure mostruose o grottesche. Nell'immaginare Gerione Dante può quindi essersi ispirato anche alle arti figurative del suo tempo. Scrive al riguardo A. Venturi: "Da una sfinge, scolpita dai Cosmati sotto le cattedre vescovili, sotto le colonne tortili dei pulpiti, innanzi ai parapetti degli altari, Dante ricava la figura di Gerione, che poi colora secondo le rappresentazioni comuni di belve nelle stoffe orientali, con la cute dipinta di nodi e di rotelle".

Così cominciò a dirmi Virgilio; e gli fece segno di accostarsi all’orlo del burrone, vicino al termine degli argini pietrosi che avevamo percorso.

E quell’immondo simbolo di frode gíunse, e portò sull’orlo la testa e il tronco, ma non depose sulla riva la coda.

Il suo volto era volto di uomo onesto, tanto benevolo era il suo aspetto esteriore, e tutto il resto del corpo era quello di un serpente;

Diversamente da quello degli altri custodi infernali, il viso di Gerione non ha nulla di bestiale, anzi suggerisce una perfetta equità di pensieri ed azioni (era faccia d'uom giusto).La frode è per essenza un male che non si rivela, occultato sotto apparenza di bene. Un passo del Convivio chiarisce il significato simbolico di questi versi: "quelle cose che prima non mostrano li loro difetti sono più pericolose, però che di loro molte fiate prendere guardia non si può; sì come vedemo nel traditore, che ne la faccia dinanzi si mostra amico, sì che fa di sé fede avere, e sotto pretesto d'amistade chiude lo difetto de la inimistade" (IV, XII, 3).

aveva due zampe artigliate pelose fino alle ascelle; aveva il dorso e il petto e ambedue i fianchi disegnati con nodi e piccoli cerchi:

né Tartari né Turchi fecero mai tappeti con più colori, con maggior varietà di fondi e di disegni a rilievo, né simili tele furono tessute da Aracne (espertissima tessitrice della Lidía che sfidò Minerva e fu dalla dea trasformata in ragno).

Le zampe pelose e artigliate ricordano quelle del drago, animale che ossessionò la fantasia dei narratori, pittori e scultori del Medioevo e si riferiscono alla crudeltà del male da Gerione simboleggiato; il complicato arabesco che stria la pelle del mostro allude probabilmente alle tortuose macchinazioni di cui i fraudolenti si servono per sorprendere la buona fede altrui. Nessuno dei custodi infernali è stato descritto con tanta dovizia di particolari come questa immagine di froda. Erano tutti stati colti sinteticamente in una manifestazione di vitalità incomposta, che da sola bastava a denunciare il male che personificavano. Ma Gerione appare tranquillo, per nulla turbato dalla presenza di un vivo nel regno delle ombre. Anzi, nella prima parte del canto, se non fosse per il minaccioso guizzare della coda nel vuoto, dal quale, come abile nuotatore, è emerso, sembra quasi non avere vita. A determinare in noi questa impressione contribuiscono, oltre che il volto inespressivo e la sincronia di ogni suo movimento, messa in luce nelle due ultime terzine dei canto precedente, le símilitudini usate per dare verosimiglianza alla sua figura. Queste similitudini, fatta eccezione per quella del castoro (versi 21-22), riallacciano la figura di Gerione al mondo inorganico anziché a quello della vita. Tuttavia si tratta di mondo inorganico che porta in sé la traccia dell'intelligenza umana (i drappi, le tele, i burchi). La frode smentisce ogni forma di passionalità, proprio perché la passionalità, quale, che sia il giudizio morale che su di essa possiamo formulare, non può non essere schietta e manifestarsi per quella che è. L'inganno invece richiede calcolo, pazienza, capacità di dissimulazione, sangue freddo. Gerione, misterioso e immobile nella prima parte del canto, scenderà poi lentamente, docile alle ingiunzioni di Virgilio, fino a deporre i due poeti alla base del costone roccioso che dal settimo cerchio precipita nell'ottavo, ma soltanto dopo avere adempiuto a questo suo ufficio manifesterà compiutamente, per un attimo, l'estrema mobilità di cui è capace.


[newpage]Come a volte le barche sono ferme a riva, con una parte del loro scafo in acqua e una parte sulla terraferma, e come nelle terre abitate dai Tedeschi crapuloni

il castoro si dispone a cacciare i pesci, così il peggiore dei mostri, stava sul margine che, pietroso, cinge la distesa di sabbia.

Calzante il paragone con le barche per questa figura che era venuta nuotando attraverso l'aria ed ora giace in subdola calma sull'orlo pietroso del sabbione. Nota il Soldati come Gerione sia "bestia e veicolo insieme" e suggerisce un accostamento, per quel che riguarda il loro aspetto esteriore, fra il mostro e quelle navi da corsa la cui poppa era sormontata da un fregio alto e ricurvo. Figuriamocene una, di notte, appoggiata alla riva nella posizione dei burchi. Gerione, nave-fiera-demonio, è così!". Il secondo paragone richiama, come ha giustamente rilevato il Grabher, non solo la posizione di Gerione sull'orlo interno del cerchio, ma anche "l'intenzione di lui: quel disporsi a far sua guerra e in modo così insidioso".

L’intera sua coda si agitava nel vuoto, contorcendo in alto la velenosa estremità biforcuta che aveva le punte munite di aculei come quella di uno scorpione.

La coda biforcuta di Gerione sta ad indicare la doppiezza dell'azione fraudolenta. Secondo alcuni interpreti le due punte della coda alluderebbero ai due tipi di frode: la frode contro chi si fida e quella, contro chi non si fida (cfr. Inferno XI, versi 53-54).
Occorre notare che il paragone con la coda dello scorpione si riferisce al veleno di cui è munita quella di Gerione, non alla biforcazione, che richiama piuttosto le due pinze poste sul capo dello scorpione, dato che la coda finisce in una punta sola.

Virgilio disse: " Occorre adesso che il nostro cammino sia deviato un poco fino a quella bestia perversa che si trova là ".

Così un antico commentatore, l'Ottimo, spiega la deviazione che a questo punto i due poeti compiono, allontanandosi dalla direzione fino allora seguita: Il non si potea per diritto calle andare alla frode, anzi per tortuoso; nulla via mena a lei diritto".

Perciò scendemmo verso destra, e percorremmo dieci passi sull’estremità del cerchio, per evitare completamente la sabbia e la pioggia di fuoco.

E quando fummo giunti vicino a lei, vidi un po’ più in là sulla sabbia gente che sedeva vicino all’abisso.

Qui Virgilio: " Affinché tu abbia una conoscenza completa di questo girone" mi disse, "avvicinati a loro, e osserva la loro condizione.

I tuoi discorsi siano lì brevi: finché non sarai tornato, parlerò con questa (bestia), perché ci offra le sue vigorose spalle ".

Dante non assiste al colloquio di Virgilio con Gerione, il quale rimane chiuso, in tutto il canto, in un assoluto mutismo. Il silenzio che circonda il mostro rende con grande evidenza il carattere ambiguo e sfuggente della fiera, che presenta ai due pellegrini, assoggettato ed obbediente, il solo corpo.

Così me ne andai tutto solo ancora sull’orlo estremo del settimo cerchio, dove sedeva la gente tormentata.

Il dolore di questi dannati prorompeva in lagrime attraverso gli occhi; si proteggevano con le mani, agitandole di qua e di là, ora dalle fiamme, e ora dal terreno infuocato:

non diversamente fanno i cani d’estate ora con il muso, ora con la zampa, quando sono morsicati o dalle pulci o dalle mosche o dai tafani.

Per esprimere l'inanità degli sforzi, destinati a ripetersi in eterno, di questi dannati (gli usurai), il Poeta ricorre ad una similitudine efficace nella sua brutale immediatezza: quella dei cani che cercano di difendersi dal morso fastidioso di parassiti ed insetti. "L'assíllo della pena e il meccanico ripetersi dei gesti sono sottolineati anche da certe insistenti ripetizioni: quando... quando ... ; or col... or col ... ; o da... o da... o da." (Grabher) L'atteggiamento degli usurai esprime qui e alla fine del discorso di Reginaldo degli Scrovegni (versi 74-75) tutta la degradazione del loro essere.

Dopo che ebbi fissato lo sguardo nel volto di alcuni, sui quali cade il fuoco tormentatore, non riconobbi nessuno; ma osservai

che a ciascuno di loro pendeva dal collo una borsa, che aveva un colore determinato e un determinato disegno, e sembrava che il loro sguardo traesse nutrimento da queste borse.

Come nel canto degli avari e prodighi, Dante mostra di ignorare l'identità di questi peccatori: la borsa, simbolo della loro sfrenata cupidigia di beni materiali, appare come l'espressione più esauriente della loro personalità. Per maggior irrisione, sul sacchetto che pende dal collo dei dannati è dipinto lo stemma della loro famiglia.

E a mano a mano che li andavo osservando più attentamente, vidi su una borsa gialla dell’azzurro che aveva sembianza e atteggiamento di leone.

Il leone azzurro in campo giallo rappresenta lo stemma dei Gianfigliazzi, famiglia guelfa fiorentina, alla quale apparteneva Catello Gianfigliazzi, usuraio in Francia. L'attenzione dei Poeta non si ferma sulla persona di questo peccatore, che rimane del tutto nell'ombra, come se non esistesse, ma sull'emblema del suo peccato.

Poi, mentre il carro dei mio sguardo procedeva, oltre, ne vidi un’altra rossa come sangue, che ostentava un’oca candida più del burro.

L'oca bianca in campo rosso è lo stemma degli Obriachi, nobile famiglia. ghibellina, i cui membri esercitarono l'usura. Quanto al raffronto del colore dell'oca con quello del burro il Sapegno rileva che "I'immagine gastronomica si intona... aI tono beffardo e sarcastico, che serpeggia per tutto questo gruppo di terzine". Ma forse, nella descrizione degli stemmi degli usurai, prevale, sull'intento moraleggiante, il puro gusto degli accostamenti di colore.

[newpage]E uno che aveva disegnata sulla sua borsa bianca una scrofa azzurra e pingue, mi disse: " Che fai in questa voragine?

Parla, secondo la maggior parte dei critici, il padovano Reginaldo degli Scrovegni. "L'interrogazione stizzosa - scrive il Torraca - lascia intendere che l'usuraio s'è accorto di aver innanzi un vivo, e ne è scontento".

Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano siederà qui alla mia sinistra.

Reginaldo si compiace di riversare sui suoi compagni di pena (verso 70) l'onta che gli deriva dall'essere stato veduto dal Poeta, che riporterà questa notizia nel mondo dei vivi. Egli perciò ne denuncia, non richiesto, la presenza accanto a lui e il prossimo arrivo nel suo girone. Osserva ancora il Torraca: "Dopo l'interrogazione scortese, l'ingiunzione sgarbata. E non basta: non per usar cortesia a quel vivo, ma per sfogare la sua stizza, se la piglia con due, che sono ancora in terra, e con i suoi stessi compagni di pena; di questi fa la caricatura, di quelli proclama il peccato e annunzia la punizione, di sé e degli altri cinicamente dice la patria".

L'usuraio qui menzionato è probabilmente Vitaliano del Dente, podestà a Vicenza nel 1304 e a Padova nel 1307.

Insieme a questi fiorentini sono padovano: molte volte mi assordano l’udíto gridando: "Venga il grande cavaliere,

che porterà la borsa coi tre caproni !" " A questo punto storse la bocca e tirò fuori la lingua come un bue che sì lecca, il naso.

Il cavalier sovrano è il fiorentino Giovanni Buiamonte della famiglia dei Becchi, morto nel 1319. Il Poeta "vuol mettere proprio in vista che l'usuraio atteso in inferno era cavaliere, e dei più rinomati, a maggior vergogna di Gianni Buiamonte e della città che dava l'onore della cavalleria a siffatta gente", poiché "è ben più vergognosa l'usura in tale che si teneva o era tenuto primo dei cavalieri, come è, d'altra parte, vergogna dar l'onore della cavalleria a siffatta gente" (Barbi).

E io, temendo che un ulteriore indugio infastidisse Virgilio che mi aveva raccomandato una breve sosta, tornai indietro (allontanandomi) da quelle anime afflitte.

Trovai Virgilio che era già salito sulla groppa del mostro terrificante, e che mi disse: " Ora sii forte e coraggioso.

D’ora in poi si scende con tali mezzi: sali davanti, perché io voglio stare nel mezzo, in modo che la coda non possa nuocere ".

Omaí si scende per sì latte scale: i due poeti scenderanno dal settimo all'ottavo cerchio sulle spalle di Gerione, saranno deposti sulla superficie ghiacciata dello stagno Cocito (nono cerchio) dalla mano del gigante Anteo e raggiungeranno il centro della terra calandosi lungo il corpo di Lucifero. Il loro viaggio diventerà sempre più pericoloso a mano a mano che si inoltreranno nel regno della frode.

Come colui che sente così vicino il brivido della malaria, da averne già le unghie livide, e che trema in ogni sua fibra al solo vedere un luogo pieno d’ombra,

tale divenni dopo le parole pronunciate (da Virgilio); ma mi ammonì il pudore, il quale rende il servo coraggioso in presenza di un valente padrone.

Vivissimo è in Dante il senso della concretezza, l'attenzione ai particolari che tutta una tradizione letteraria, prima e dopo di lui, ha sdegnato. In questa similitudine, ad esempio, il Poeta non si limita a dire che il malarico impallidisce, ma ci pone sotto gli occhi questo pallore e ne suggerisce il subitaneo diffondersi attraverso la relativa c'ha già l'unghie smorte.

lo mi sedetti su quelle paurose spalle: provai bensì a dire, ma la voce non uscì come credetti: " Fa in modo di cingermi con le tue braccia ".

Ma egli, che già altre volte mi aveva aiutato in altri momenti di pericolo, appena fui salito, mi cinse e mi sorresse con le braccia;

e disse: " Gerione, è tempo di partire: i giri siano ampi, e la discesa graduale: tieni conto del carico inusitato che trasporti ".

Corne la barca si stacca dal punto dove ha attraccato procedendo a ritroso, così si staccò di lì; e dopo che si sentì del tutto a suo agio,

volse la coda, là dove prima era il petto, e, tesa, la mosse come un’anguilla, e con le zampe tirò a sé l’aria.

Non credo che fosse maggiore la paura quando Fetonte lasciò andare le redini, motivo per cui il cielo, come ancora si vede, fu bruciato;

né quando l’infelice Icaro sentì le spalle perdere le penne a causa della cera che si era scaldata, mentre il padre gli gridava: " Fai un percorso sbagliato! ",

di quanto fosse la mia, allorché vidi che mi trovavo circondato da ogni parte dall’aria, e vidi scomparire la vista di ogni cosa fuorché quella del mostro.

[newpage]Fetonte, figlio del Sole, avendo ottenuto dal padre il permesso di guidarne il carro, fu colpito da un fulmine di Gíove per aver deviato dal giusto cammino e precipitò nell'Eridano. Secondo questa leggenda la Via Lattea è il segno della bruciatura provocata sulla superficie del cielo dal passaggio del carro del Sole guidato da Fetonte. Dante rappresenta il giovinetto nel momento in cui, perduto il controllo dei cavalli, è colto dal terrore (Ovidio - Metamorfosi II, 1 sgg.).
lcaro, figlio di Dedalo, l'architetto che aveva edificato a Creta il labirinto, era stato imprigionato insieme con il padre in questa costruzione. I due riuscirono ad evadere servendosi, delle ali che Dedalo aveva fabbricate e incollate alle proprie spalle e a quelle del figlio con la cera. Mentre volavano sul Mediterraneo, per essersi Icaro troppo avvicinato al sole, la cera che teneva attaccate le ali alle sue spalle si sciolse, le ali caddero ed egli precipitò nel mare (Ovidio - Metamorfosi VIII, 182-235).
Il Poeta ricorre a questi due richiami mitologici per esprimere la paura da lui provata durante la navigazione aerea, sul dorso di Gerione. Ma tanto è l'interesse con cui si sofferma sul volo dei due personaggi ovidiani (notiamo il vigore di un termine così inconsueto come questo si cosse, riferito a ciel, e lo scorcio grandioso del verso 111: quel padre isolato in uno spazio senza confini, padrone delle vie dell'aria, che con tanta semplicità - tre parole in tutto sa manifestare la sua angoscia, per la sorte del figlio), che finisce, quasi per dimenticare la sua paura.

Esso procede nuotando lentamente: scende compiendo cerchi, ma non me ne rendo conto se non per il fatto che l’aria mi colpisce in volto e dal basso.

Io sentivo già a destra la cascata (del Flegetonte) fare sotto di noi uno spaventoso fragore, per cui sporsi verso il basso la testa per vedere,

Opportunamente il Getto rileva come in questi versi non sia la paura ad occupare la fantasia del Poeta, "ma la sostanza, profondamente assaporata, delle immagini della discesa lenta, progressiva e circolare, che avvicina e rende percepibile ai sensi quel che ne era prima lontano ed estraneo, e, intrecciate a queste, quelle della posizione del corpo nell'aerea cavalcata, gli occhi e il capo che, si piegano in giù curiosamente, e le cosce che solo timidamente, ad assecondare quello sguardo nel vuoto, si scostano dalla cavalcatura e subito istintivamente vi si stringono".

Allora temetti maggiormente di cadere, perché vidi fuochi e udii pianti; perciò tremando strinsi fortemente le gambe (al dorso di Gerione).

E mi resi conto allora, poiché non me ne ero accorto prima, dello scendere in cerchio a causa dei grandi supplizi che si avvicinavano ora da una parte ora dall’altra.

Come il falco che è stato a lungo in volo, il quale, senza aver veduto il richiamo del cacciatore o alcuna preda, fa dire al falconiere " Ahimè, tu stai calando! ",

scende stanco verso il luogo dal quale si era mosso agile, con innumerevoli giri, e si posa lontano dal suo padrone, sdegnoso e crucciato,

così Gerione ci depose sul fondo, proprio ai piedi della rupe tagliata a picco e, liberatosi del peso dei nostri corpi,

sparì come freccia che si stacchi dalla corda dell’arco.

Di queste due similitudini, quella del falcone disdegnoso e fello sembra per un istante avvicinare a un mondo di consuetudini umane (la caccia) la figura di Gerione; quella della cocca ne ripropone appieno l'enigma. Nulla giustifica, infatti, questa sparizione improvvisa se non l'obbedienza del mostro a un volere che trascenda ogni nostra capacità di intendimento.

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