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Canto 2 dell'Inferno - Commento, temi e motivi

Quando il tramonto concede il riposo alle fatiche degli animali, Dante inizia a sostenere la sua guerra (“la guerra / sì del cammino e sì de la pietate V. 5), la lotta, cioè, cui lo costringeranno l’asprezza fisica del cammino nel regno dei morti e la compassione per il dolore delle anime. Una lotta, questa, che sarà appunto oggetto del suo ricordo (“che ritrarrà la mente che non erra” = “che sarà rappresentata dal ricordo che dice sempre il vero” v. 6), e dunque oggetto della sua opera, la Commedia.
Dopo l’attacco virgiliano (il riferimento è ai passi dell’Eneide che contrappongono la pace della notte alle fatiche del giorno: Eneide, IV 522-531; VIII 26-530; IX 224-228), il poeta si rivolge alle muse, secondo la tradizione del proemio classico, e chiede il loro soccorso, insieme a quello di tutte le sue facoltà intellettuali, per dare inizio alla cantica dell’Inferno, che propriamente inizia a questo punto: “O muse o alto ingegno, or m’aiutate” v.7.
Conclusa l’invocazione alle muse, il canto prende avvio con i timori di Dante che si ritiene indegno del viaggio propostogli da Virgilio e ne teme la presuntuosa follia (la follia di chi troppo fida nelle sole forze umane: “temo che la venuta non sia folle” v. 35). Egli sa che solo Enea e San Paolo hanno compiuto, da vivi, un viaggio nell’oltretomba per una particolare grazia divina dovuta alle loro grandi imprese e a meriti che Dante non riconosce in sé. Enea fu, infatti, il “padre” dell’impero romano e il fondatore di quella Roma che sarebbe stata la sede della Chiesa; San Paolo fu colui che diffuse nel mondo la volontà del Signore e che scese nell’oltretomba per portare conforto alla fede cristiana allora nascente (la chiesa primitiva): “per recarne conforto a quella fede / ch’è principio alla via di salvazione” v.30.
I timori di Dante vengono fugati da Virgilio che libera il discepolo dalle sue paure (“la viltade” del verso 45 contrapposta al “magnanimo” del verso 44) rivelandogli di essere stato mandato in suo soccorso da Beatrice, timorosa di essersi mossa troppo tardi in favore dell’amico (“l’amico mio, e non de la ventura” = “il mio amico che non è di quelli che cambiano col mutare della sorte”v. 61). A muovere Beatrice non sono stati i meriti di Dante, ma l’amore divino (“amor mi mosse che mi fa parlare” v. 72), amore divino ci cui, però, è parte anche l’amore personale e storico che Beatrice ebbe, durante la sua vita, per Dante (vedi il riferimento a Dante come “mio amico” al verso 61 già citato).
Proseguendo nel racconto del suo incontro con Beatrice , Virgilio riferisce del suo pronto assenso all’invito da lei rivoltogli di soccorrere Dante e del suo colloquio con la donna. Ricorda innanzi tutto il modo con cui si è rivolto a lei riconoscendone il valore divino: “donna di virtù, sola per cui / l’umana spezie eccede ogne contento/ di quel ciel c’ha minor li cerchi sui” = “ O signora di tutte le virtù, grazie alla quale soltanto l’umana specie trascende ogni cosa contenuta entro il cielo con la circonferenza minore di tutti” (il cielo della luna di cui fa parte la terra, volendo indicare con questa immagine il superamento di tutti i limiti terreni ottenuto dall’uomo per mezzo della verità rivelata e della grazia di Dio di cui Beatrice è simbolo).
Riconosciutone il valore divino, Virgilio chiede alla donna perché non tema di scendere nell’inferno (“in questo centro” v. 83). Beatrice risponde che la sua natura, resa ormai divina da Dio, non può ricevere danno dall’inferno. Dunque essa non ha ragione di essere timorosa , dovendosi temere solo le cose che hanno il potere di farci del male (“temer si dee di sole quelle cose/ c’hanno potenza di fare altrui male” vv. 88-89). Del resto a scendere nell’inferno, continua a raccontare Beatrice, l’ha spinta una donna “gentile”, la Madonna che è l’unica a poter piegare il severo giudizio di Dio: “Donna è gentil nel ciel che si compiange ( che soffre provando compassione) / di questo ‘mpedimento (dell’ostacolo che impedisce a Dante di elevarsi a Dio) ov’io ti mando (a rimuovere il quale io ti mando),/ sì che duro giudicio (il severo giudizio di Dio) là su frange (piega in cielo).
La madonna, indotta dalla sua compassione, ha chiamato Santa Lucia, la quale è intervenuta a sua volta esortando Beatrice a soccorrere colui che l’amò tanto (“quei che t’amò tanto v. 103, con ulteriore riferimento all’amore storico, terreno di Beatrice per Dante, che, come abbiamo già detto, è intimamente collegato, nel canto, alla dimensione eterna dell’amore divino) e che per lei si distinse (Ch’uscì per te de la volgare schiera” = che si allontanò, per te, dalle occupazioni volgari degli uomini elevandosi a studi più nobili; o, secondo altri interpreti, che si distinse per te dagli altri rimatori volgari, inaugurando la poesia della Lode disinteressata). Beatrice ubbidisce prontamente alle esortazioni di Santa Lucia e scende nell’inferno a cercare l’aiuto di Virgilio.
Terminato il racconto del suo incontro con Beatrice, Virgilio esorta nuovamente il discepolo ad abbandonare la sua “viltà” e a seguirlo. Questa volta i timori sono definitivamente sconfitti e Dante ce ne avverte attraverso la similitudine dei fiori che chiusi e piegati dal gelo notturno si levano al calore e alla luce del sole, simbolo dell’intervento della Grazia divina sul poeta e sintesi del contenuto dell’intero canto (il soccorso della Grazia che permette al pellegrino perduto di intraprendere il suo viaggio): “Quali fioretti dal notturno gelo / chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca, / si drizzan tutti aperti in loro stelo,/ tal mi fec’io di mia virtude stanca,/ vv. 127-130
Dante è ormai pronto a seguire il maestro e l’anafora dei versi conclusivi conferma la determinazione della sua volontà: “Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:/ tu duca, tu segnore e tu maestro”.

Temi e motivi del canto
Il canto II è quasi un secondo prologo, dedicato al solo “Inferno”. Infatti, come avviene per tutte e tre le cantiche (anche se in modo diverso), i primi due canti costituiscono una sorta di introduzione e solo con il terzo canto si entra nell’”Inferno” propriamente detto. Lo conferma d’altra parte il prologo dei versi 1-9 che, secondo l’uso classico, propone la materia e l’invocazione alle muse.
Centro tematico del canto è l’invenzione stessa che sta alla base del poema: il viaggio predisposto dalla provvidenza divina, come gesto di amore gratuito di Dio. In altri termini Dante non ha nessun merito per il suo viaggio che diventa dono gratuito di Dio: a determinarlo è, infatti, Beatrice mossa da amore divino (“amor mi mosse”) e spinta dalla pietà della madonna (“donna è gentil nel ciel che si compiange): “La gratuità di tale avvenimento è palese, e fondata su una profonda verità teologica; (il gesto di amore di Dio per l’uomo, che lo porta alla salvezza nonostante la sua colpa, è concepito come puro gesto gratuito, cioè non dovuto, dalla teologia cristiana)” Leonardi p. 23.
Alla dimensione eterna (quella della provvidenza divina e del dono gratuito di Dio) nel canto si unisce anche la dimensione storica e personale (quella dell’amore fra Beatrice e Dante) testimoniata dagli espliciti riferimenti alla “Vita Nuova”, ad esempio al verso 53 “e donna mi chiamò beata e bella,”dove la coppia di aggettivi affini (dittologia), tipica del gusto stilnovistico “porta con sé il ricordo e l’aura stessa della “Vita Nuova”( Leopardi). Infatti, seppure indegno del viaggio, Dante un merito lo ha: è quello del suo amore in terra per Beatrice, cantato appunto nella Vita Nuova. Ne risulta che accanto e all’interno dell’amore divino che concede gratuitamente a Dante il Viaggio, troviamo anche l’amore terreno per Beatrice, un titolo, anch’esso, al viaggio che conferma la duplice dimensione della Commedia: quella eterna e quella storica (personale).

Altro tema importante, seppure implicito, è quello civile relativo alla funzione pubblica di Dante, tema civile che richiama l’impegno politico di Dante e che di nuovo riunisce in unità l’eterno e la storia, secondo quella dimensione più volte sottolineata nella Commedia. Il viaggio di Enea (con lo scopo di preparare l’impero di Roma) e quello di San Paolo (con lo scopo di recare sostegno alla Fede e alla Chiesa nascente), infatti, indicano implicitamente che anche il terzo viaggio, quello di Dante, avrà una duplice finalità (politico-civile e religiosa: riportare sulla terra, attraverso il viaggio, indicazioni per un ordine politico e religioso). Una duplice finalità legata ai due ordini assegnati da Dante alla felicità umana nella “Monarchia”: da una parte la felicità raggiungibile sulla terra, nell’ambito della natura, e cioè l’ordine nella pace e nella convivenza civile garantito dalla guida dell’imperatore; e dall’altro la felicità soprannaturale da raggiungersi in cielo, nella vita di eterna unione con Dio, e favorita, in terra, dalla guida del papa e della chiesa. La Commedia, così, per questa dimensione civile (il ruolo pubblico e politico di Dante, si distanzia da qualsiasi opera di carattere privato e assume un registro opposto, epico. Del resto questo superamento della dimensione privata è presente anche in Beatrice che, pur movendosi per “quei che l’amò tanto”, non va per sé, ma inviata dall’alto, dalla Vergine Maria, che ricomparirà, circolarmente, alla fine del poema, quando San Bernardo, per introdurre dante alla vista di Dio, l’invocherà con la celebre preghiera del XXXIII canto del Paradiso.
Il canto termina con l’immagine del fiore che si schiude , dopo il freddo della notte, alla luce del sole, sintesi del significato generale del canto stesso: il timore dell’uomo per le sue deboli forze e il conforto che scende da Dio e lo trasforma.

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