Home Invia e guadagna
Registrati
 

Password dimenticata?

Registrati ora.

Canto 3 Inferno - Commento

Spiegazione, analisi e commento del terzo canto dell' Inferno della Divina Commedia di Dante.

E io lo dico a Skuola.net
III canto

Dante inizia l’opera introducendo l’iscrizione, situata all’entrata dell’Inferno, e introducendo un complemento di moto per luogo “per me” che viene ripetuto in un’anafora molto incalzante, ripetuta per tre volte. Attraverso questa porta si entra nella città del dolore, della sofferenza (figura retorica dell’ipallage), dove il dolore è eterno, poiché le anime dei dannati, coloro che avevano vissuto la vita nel peccato, sono condannate alla sofferenza interminabile. L’inizio del canto risulta ossessivo proprio per rendere chiara l'inesorabilità del dolore e della punizione eterna dei dannati. La maggior parte dei commentatori della Divina Commedia individua la città dolente con la Babilonia infernale, che rappresenta il peccato e si contrappone alla Gerusalemme celeste che invece rappresenta l’amore di Dio.
Nei primi tre versi del canto, inoltre, compare la figura retorica del climax ascendente.
La Giustizia di Dio, secondo gli attributi della Trinità, ha creato l’inferno, luogo di dannazione. Infatti era giusto che i buoni venissero premiati, i pentiti venissero puniti per breve tempo ed espiassero i peccati per poi poter accedere al Paradiso, e chi aveva vissuto nel peccato tutta la vita senza avere un sol attimo di pentimento venisse punito per l’eternità.
In più, sulla porta è scritto che non fu creato nulla di non eterno, e che anche l’Inferno sarebbe durato eternamente e tutti quelli che sarebbero entrati dovevano abbandonare ogni speranza poiché non sarebbero mai usciti. Prima dell’inferno, furono create solo cose eterne, gli angeli, la materia pura, i cieli e gli elementi, mentre le uniche cose corruttibili, furono create dopo la caduta di Lucifero.
Le parole sulla porta dell'Inferno sono definite oscure da Dante, e su questo i commentatori si sono divisi: alcuni credono che Dante si riferisca al colore nero dei caratteri, altri ritengono che si riferisca alla difficile comprensione dei termini, e altri ancora ritengono che i caratteri siano oscuri perchè spaventosi. Dante è spaventato dal concetto di eternità che, essendo estraneo alla realtà umana, rimane di non facile comprensione e minaccioso per l’idea di una sofferenza eterna che crea sgomento.
Virgilio sostiene che prima di entrare nell’oscurità dell’inferno fosse necessario abbandonare ogni sospetto, cioè ogni incertezza e timore, e invita Dante a prepararsi a vedere le “genti dolorose”, cioè i dannati che avevano perduto il “ben dell’intelletto” rappresentante Dio, luce della ragione e bene supremo dell’intelletto umano. Virglio pone la sua mano su quella di Dante, gesto paterno caratteristico della guida virgiliana, per rassicurarlo e introdurlo al mistero dell'inferno.
La focalizzazione della Divina Commedia è varia poiché il narratore è onnisciente, ma racconta con una focalizzazione interna, senza dare anticipazioni.
Il canto continua, attraverso un climax ascendente, con l'elemento sonoro dei sospiri, i lamenti e i guai che risuonavano nell' aria buia, senza nessuna stella, tali che Dante a sentirli inizia a piangere provando pietà. Questa sensazione però va contro l'accettazione della giustizia divina.
Caratteristica importante dell’inferno è il buio e il semibuio. La scrittura di questo III canto dell’Inferno, richiama da vicino il VI libro dell’Eneide di Virgilio, quando Enea scende negli inferi per ritrovare il padre Anchise, accompagnato dalla Sibilla Cumana. Il verso “Risuonavan per l’aere senza stelle” risultava essere sinestetico por l'accostamento di più sfere sensoriali e “senza stelle” è una metonimia. Dante, usando sempre il senso dell’udito e la figura retorica del climax discendente, descrive il crescendo del rumore di diverse lingue incomprensibili, orribili pronunce, parole d’ira, voci alte e fioche e suon di mani che sbattevano tra di loro o sul corpo. Dante opera una differenziazione tra le lingue e le favelle, cioè i dialetti, che vengono definiti orribili perché i peccatori bestemmiano. Dante, secondo la concezione tomistica, credeva che le anime avessero ancora la loro consistenza corporale e per questo producevano il rumore dello sbattere di mani, che risuona nell’aria buia eternamente. Questo rumore viene paragonato, mediante una similitudine, al rumore che emette la sabbia quando la tempesta soffia, condizione che trasmette anche l’idea dell’oscurità infernale. L’inferno poi, contrapposto al Paradiso, luogo dell’armonia perfetta, è il luogo del disordine e della disarmonia.
Tutto ciò produce in Dante angoscia e confusione, che lo inducono a porre delle domande al maestro. Il maestro gli spiega che non sono ancora entrati nell’inferno, ma che si trovavano nell’antiferno, dove risiedevano le anime degli ignavi. Questi, nella loro vita, non seppero operare alcuna scelta a causa della vigliaccheria ed indifferenza. Queste anime, che non seppero scegliere tra il bene e il male, non erano volute dagli angeli del Paradiso, poiché la loro presenza avrebbe diminuito la loro bellezza e la loro perfezione, e neanche dall’inferno, perché i condannati con la loro presenza avrebbero potuto avere motivo di vanto. Nella Divina Commedia gli ignavi sono i peggiori peccatori, perché operare delle scelte era una cosa fondamentale per Dante, che partecipò attivamente alla vita politica. Virgilio definisce gli ignavi coloro vissero senza infamia e senza lodo. Quest’ultimo termine, cioè “lodo” e non “lode” poiché doveva rimare con l’ultima parola del verso precedente, compare una sola volta nell’opera e corrisponde alla figura retorica dell' hapax legomenon in greco “espresso una sola volta”.
Le anime degli ignavi sono mischiate al coro cattivo di angeli che non si seppero schierare nè dalla parte di Lucifero, né da quella di Dio. Essi di lamentano così forte perchè non avevano la speranza di poter morire e di poter essere annientati completamente, e la loro condizione di vita era la più vile, tanto da essere invidiosi di qualsiasi altra sorte. Dante quindi analizzò in maniera psicologica molto sottile lo stato d’animo di questi dannati che nella loro vita, definita mediante un’ipallage “cieca vita”, non fecero niente di positivo tanto da invidiare i maggiori peccatori. Il mondo poi non permetteva che venissero ricordati perchè non furono neanche capaci di amare se stessi e non erano tenuti in conto nè dalla misericordia di Dio, cioè il perdono (paradiso), nè dalla sua giustizia (inferno). Erano così poco considerati che Virgilio non vuole soffermarsi a parlare di loro e pronuncia il famoso verso “non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Gli ignavi sono puniti mediante la legge del contrappasso: corrono dietro ad una sorta di bandiera, che rappresenta l’anonimato in cui avevano sempre vissuto, veloce ed indegna di qualsiasi riposo. La bandiera, totalmente anonima, rendeva ancora più insensata la loro corsa.
Dante riconosce tra questi peccatori l’ombra di colui che fece un gran rifiuto per viltà. In questa persona i commentatori hanno visto la figura del Papa Celestino V, eremita, che aveva scelto uno stile di vita completamente contrario a quello della Chiesa a lui contemporanea. Egli fu eletto Papa, nonostante fosse contrario perché voleva vivere in ascetismo. Eletto il 5 luglio 1294, dopo 5 mesi abdicò, perchè considerava la corruzione della Chiesa così profonda preferire di rifiutare la carica. Questo fu considerata gravissima da Dante, che riteneva che Celestino V, una volta eletto, avrebbe dovuto riformare la Chiesa e fare di tutto per portare avanti questo compito. Il fatto ancora più grave per l'autore fu che subito dopo di lui, venne eletto il Papa Bonifacio VIII, acerrimo nemico di Dante responsabile del suo esilio. Alcuni commentatori hanno riconosciuto in questa figura altri personaggi, come Ponzio Pilato o Esaù.
Contenuti correlati
Oppure registrati per copiare