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Il Paradiso dantesco

Nella Divina Commedia, Dante Alighieri immagina una struttura del mondo e dei tre regni (Paradiso, Purgatorio ed Inferno) siffatta.
Al centro dei cieli c’è la Terra: nell’area boreale ci sono gli esseri umani, e in quella australe il mare.
In mezzo al mare dell’emisfero australe sorge il Purgatorio, con la vetta verso il cielo.
In corrispondenza del Purgatorio, nell’altro emisfero, c’è l’Inferno, sotto terra, con Lucifero nel centro. L’Inferno si trova dunque nell’emisfero boreale.
La Terra è poi circondata da sette sfere celesti: cieli materiali sempre più sottili. In ognuno c’è un pianeta, che ruota.
Ogni cielo è come una sfera vuota, ed essi si trovano uno dentro l’altro come in una matrioska. Più ci si allontana dalla Terra, più l’aria è rarefatta, e la luce intensa. Questo perché ci si allontana dalla materia, che è infatti l’habitat naturale del male.

Oltre questi sette cieli se ne trovano poi altri due: la sfera delle stelle fisse e il primo mobile.
E’ qui, a partire dai nove cieli, che ha inizio il Paradiso. Tutti i cieli sono a loro volta contenuti nell’Empireo.
I beati si trovano tutti nella Candida Rosa, all’interno dell’Empireo.
Essa è candida, cioè talmente luminosa da essere bianca.
Dio illumina l’empireo, e i suoi raggi si rifrangono sul cielo cristallino, riflettendosi e formando un cerchio: la candida rosa, appunto.
In quest’ultimo regno, il Paradiso, la luce è piena.
Appena arrivato nel Paradiso Terrestre, dopo il Purgatorio, Dante non vede più Virgilio accanto a sé, ma Beatrice, che lo accoglie serenamente.
Sarà lei a farlo immergere nel fiume Lete, per dimenticare l’amor di malo obietto, e nell’Eunoe, dove l’anima si dispone ad accogliere l’amore divino, prima di raggiungere il Paradiso.
Quando Dante avrà conosciuto la perfezione –dice Beatrice- nient’altro lo interesserà più: adesso è nel Paradiso Terrestre, quel luogo che in origine Dio aveva creato per gli uomini (“fatto per proprio dell’umana specie”).
Mentre Dante guarda con Beatrice le “celesti rote”, ne rimane abbagliato.
Comincia da questo momento in poi la poetica della luce e dell’ineffabile (ciò che non si può pronunciare). Ineffabili sono infatti l’eternità e l’infinito.
La musica e la danza, invece, sono espressione dell’armonia celeste.
Con il sorriso di Beatrice il poeta ottiene il potenziamento delle proprie facoltà, come la vista della forte luce, si sente diverso e si trova davanti a cose che non avrebbe mai potuto concepire.
Per poter raggiungere il Paradiso, Dante “trasumana”: per farci capire cosa questa parola significhi, il poeta fa l’esempio di Glauco che, per amore di una ninfa, divenne un Dio.
Nel Paradiso, inoltre, non c’è gravità.
Nel corso della narrazione, Dante darà anche molti riferimenti astronomici riguardo al luogo celeste in cui si trova, proprio come ha già fatto nell’Inferno e nel Purgatorio.
Sempre in Paradiso, Dante farà la conoscenza dei beati, e avrà modo di farsi domande riguardo alla beatitudine.
Tutte le anime sono infatti ugualmente beate. L’essere beati è uno stato d’animo di completo appagamento, il raggiungimento della perfezione a cui l’uomo, sulla Terra, cerca di arrivare inutilmente.
Però, a seconda del cielo in cui esse si trovano, queste anime beate hanno luminosità diverse. La ragione è semplice: vanno in Paradiso coloro la cui volontà si è identificata volontariamente con quella di Dio, ed anche se a volte, nel corso della vita essi hanno inciampato, questo non cambia la loro volontà.
Ebbene, a luce rappresenta il grado di volontà che essi hanno dimostrato sulla Terra.
Un esempio molto utile per capire questo concetto può essere quello dei bicchieri: è come se ogni beato fosse un bicchiere di differente grandezza. Non tutti i bicchieri hanno la stessa capacità, ma sono tutti ugualmente pieni (cioè tutti ugualmente appagati).
Dante fa spesso domande alle anime che incontra. Essi non possono però chiarire tutti quanti i suoi dubbi: Dante, che è ancora un mortale, non potrebbe capire ciò che essi gli rispondono, perché ai vivi questo non è concesso.
Nonostante questo, esse sono ben disposte ad aiutarlo nel suo cammino, in virtù della carità che li caratterizza.
Finito il suo viaggio lungo il Paradiso, Dante sarà poi interrogato da San Pietro riguardo le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità.

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