Ali Q di Ali Q
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Purgatorio, Divina Commedia

struttura del Purgatorio dantesco

Arrampicandosi sulle gambe di Lucifero, sulla “infernal burella”, Dante finalmente riemerge.
Il poeta si immagina che l’Inferno abbia la sua uscita nel centro della Terra, nell’emisfero australe. Dante lo descrive completamente ricoperto di acque, ad eccezione di un monte, che da esse sorge: il monte del Purgatorio, che protende verso l’alto, verso il Paradiso.
Uscito dunque dalle tenebre infernali, egli si ritrova nell’emisfero australe, e qui prova un certo sollievo, sia morale che fisico. Si gode perciò la purezza dell’aria serena, e guarda con diletto la volta celeste, illuminata dalle stelle. In particolare egli è colpito dallo splendore di quattro di esse, che non furono mai viste se non da Adamo ed Eva (la “prima gente”), ai tempi in cui essi vivevano nel paradiso terrestre.

Dante si accinge dunque a parlare, in questa seconda cantica, del Purgatorio: quel secondo regno dove lo spirito umano si purifica e diventa degno di salire al cielo, come egli stesso lo definisce.

Divina Commedia, Purgatorio

Il Purgatorio è un vero e proprio monte (o qualsivoglia collina), a forma di tronco di cono.
Sulla sua cima si trova l’Eden, il paradiso terrestre.
Ai suoi piedi si trova invece un cammino astioso e pietroso. Questa prima parte pietrosa è l’Antipurgatorio, dove si trovano le anime di coloro che, seppure destinati alla salvezza, non sono ancora degni di percorrere il loro viaggio verso la purificazione.
La struttura del monte è quindi, partendo dal basso e andando in alto, la seguente: Antipurgatorio, Purgatorio, Eden.
Il Purgatorio vero e proprio è invece diviso in sette cornici, proprio come nell’inferno erano presenti sette gironi.
I canti, in cui Dante ci descrive questo secondo regno e ci presenta le anime che ospita, sono ancora una volta trentatrè.

Chi sono coloro che ospitano il Purgatorio?

Nell’inferno si trovano le anime dei dannati, mentre nel Paradiso le anime dei beati. Più difficile è comprendere chi sono coloro che si trovano nel Purgatorio e quale sia la funzione di questo secondo regno.
La questione non è semplice. Dio sa che l’uomo da solo non è capace di salvarsi: che ha bisogno di un aiuto, di una guida. Per questo ha mandato suo figlio in mezzo agli uomini, onde mostrar loro la strada della verità, della fede e della salvezza. Chi crede in lui è dunque salvo. In quest’ottica il male è perciò la contrapposizione volontaria alla volontà di Dio, e infatti il peccatore ritiene la sua volontà superiore a quella di Dio. La gravità del peccato dipende poi dal danno arrecato al prossimo. Coloro che volontariamente hanno vissuto contrapponendo la propria volontà a quella di Dio sono dunque destinati alla dannazione eterna dell’Inferno.

Quindi, in base a quanto appena detto, coloro che credono in Dio e fanno la sua volontà vanno in Paradiso, e chi non crede e contrappone alla volontà di Dio la propria finisce all’Inferno.
Ma allora qual è la ragion d’essere del Purgatorio? Oltretutto esso non risulta essere contemplato nemmeno nelle Sacre Scritture. Ebbene il Purgatorio è il luogo destinato a coloro che nella vita hanno preso atto di vivere contro il volere di Dio, ma hanno deciso di cambiare e di voltare pagina, lasciandosi in questo modo alle spalle il proprio peccato.
Presa questa decisione, essi sono salvi. Tuttavia non sono ancora degni di accedere al Paradiso, perché nella carne sono ancora soggetto a dubbi e tentazioni, sia vecchie che nuove. Essi non hanno cioè ancora perso la propria debolezza, la propria mancanza di volontà, le quali portano poi verso la strada del peccato.
Ecco dunque la ragion d’essere del Purgatorio: un regno destinato alla purificazione delle anime deboli, nel quale esse percorrono un cammino che le porta al rafforzamento dei propri propositi e della propria volontà di bene. La fede deve in conclusione rafforzarsi nella convinzione del bene. Fatto questo, è a queste anime possibile accedere a quella che è la loro mèta: il Paradiso. Essi non si purificano dunque dai peccati (altrimenti, se già non lo fossero, essi sarebbero all’inferno), ma da quello scoglio che, come dice Dantem “esser non lascia a voi Dio manifesti”, ovvero non permette loro ancora di vedere Dio in Paradiso.

Elementi nuovi e vecchi

Il Purgatorio è sotto molti aspetti differente dagli altri due regni. In esso si alternano infatti la luce e la tenebra, e vi è anche il tempo.
Luce e tenebra hanno in questa cantica un significato simbolico molto importante: rappresentano ragione e fede. Bisogna ricordare, infatti, che Dante, nella sua descrizione del Purgatorio, non utilizza, tranne in rari casi, elementi “scenografici”: ogni immagine evocata ha invece un significato spirituale.
I momenti luminosi rappresentano infatti la grazia divina, mentre quelli bui i momenti in cui l’uomo pensa, usa la sua ragione e rimugina sui precetti di Dio. E’ il momento, questo, nel quale la ragione indaga su di noi, ci esamina.
Essa stessa modifica l’uomo e gli fa capire i suoi errori.
Già all’inizio della narrazione, si nota come l’ambiente sia diverso da quello infernale, non solo, ovviamente, nei luoghi, ma anche a causa della dolce armonia che lo pervade, della concordia esistente tra le anime.
Esse però, essendo anime ancora da purificarsi, non hanno perso l’attaccamento alla loro vita mortale e alle cose materiali. La cosa è manifesta già dall’inizio, nel canto II, quando avviene l’incontro di Dante e Virgilio con il musico Casella. Nel Purgatorio è dunque sempre presente una sorta di “dualità” tra elementi materiali e spirituali.

Anche il comportamento di Virgilio è differente, perché appare qui più vicino ai timori di Dante, e a volte anche rattristato (come accade per esempio nel canto III, quando compaiono i grandi spiriti che hanno invano cercato la verità, ma disgiuntamente da Dio).
Nell’Inferno, infatti, Virgilio era conscio di essere superiore ai dannati. Adesso si trova invece a percorrere un regno di salvezza che a lui non spetterà.
Inoltre a Dante il percorso è necessario per comprendere molte cose, mentre Virgilio non può sperare di trarre alcun giovamento in quel lungo cammino per la sua condizione.
Come già accaduto nell’Inferno, anche in questa cantica Dante avrà modo di nominare spesso personaggi epici o citare miti.
All’epoca questi erano infatti noti a tutti, poiché ampiamente diffusa era anche una sorta di “tradizione orale” sugli argomenti epici.

Inizio della cantica

Dante e Virgilio raggiungono dunque la spiaggia. L’aria è leggera, e Dante si sente sollevato.
Invoca le divinità pagane, le Muse, ma solo in quanto allegorie delle tecniche liriche, affinché accompagnino il suo canto. Dante fa spesso uso di miti e personaggi tratti dal mondo pagano, sia perché di conoscenza comune all’epoca, sia per fini esplicativi.
Il ritmo della narrazione è differente rispetto alla precedente cantica, più fresco. Si avverte quasi un’ansia di liberazione.
Il primo incontro che Dante e Virgilio fanno è con Catone, guardiano della porta del Purgatorio di Dante. Le parole che egli rivolge loro sono così dure ed aspre da creare un profondo contrasto con l’ambiente idilliaco del Purgatorio.

Catone, saputa la loro missione, li fa passare, ma solo perché questo è il volere divino.
Inizia allora per Dante il processo di purificazione, durante il quale dovrà innanzi tutto togliere dal suo viso le tracce dell’inferno e poi cingersi i fianchi con un giunco colto sulla spiaggia.
Quest’ultimo è un simbolo di umiltà perché chi intende purificarsi deve innanzi tutto riconoscere la limitatezza della propria volontà rispetto a Dio.
Il giunco è infatti flessibile e resiste alle ondate, perché è umile e forte ai rimproveri: non si irrigidisce nelle sue convinzioni.
In questo modo esso resiste alle difficoltà, a differenza ad esempio degli alberi, che una volta piegati, si rompono.
Al primo chiarore del mattino comincia dunque il viaggio di Dante e Virgilio.
Nel prossimo canto li attende l’incontro con il cantore e musico Casella.

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