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Alighieri, Dante - Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io

Spiegazione riassunto e analisi della poesia "Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io" che fa parte delle Rime di Dante

E io lo dico a Skuola.net
Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io (Analisi):


Il sonetto, tratto dalle rime di Dante, è dedicato all’amico Cavalcanti ed è caratterizzato da due quartine con rima incrociata, e da due terzine con rima invertita.
Nella prima quartina Dante ci comunica che vorrebbe che Guido, Lapo, un altro importante poeta dello stilnovismo, ed egli stesso fossero presi da un incantesimo, messi in un vascello, cioè una piccola nave spinta da qualsiasi vento originato dalla loro volontà. Già dai primi versi risulta evidente che l’autore richiama i plazer provenzali poiché inizia esprimendo un desiderio. Importante è la virgola, che segue subito la prima parola, che ha la funzione di rallentare il ritmo. Questo rallentamento contribuisce, insieme alla parola “incantesimo”, nel riprodurre un’atmosfera incantata e fiabesca che l’autore intende creare. Da notare il termine “vascello”, spesso ricorrente nella Commedia, che metaforicamente indica la poesia. Di conseguenza richiamando il significato allegorico, Dante, insieme ai 2 poeti, vuole vivere in un mondo d'incanto, atemporale, per potersi dedicare esclusivamente alla poesia. Compaiono alcune figure retoriche come l’apocope “’i” e la ripetizione della congiunzione “e”, cioè la figura retorica del polisindeto (“e Lapo ed io e messi”).
Nella seconda strofa continua dicendo che nessuna tempesta o tempo cattivo dovevano procurargli impedimenti ma dovevano vivere in una comunità di stessi intenti e doveva crescere sempre più il desiderio di stare insieme e di dedicarsi alla poesia. Si conclude con una figura retorica data dalla parola “disio”, cioè la sincope. Il sonetto è fortemente caratterizzato dal tema del mare che Dante riprende dal ciclo arturiano, cioè dal ciclo bretone. Pur essendoci un’atmosfera fiabesca che richiama la letteratura cortese e provenzale compare già l’influenza del dolce stil novo con l’introduzione della comunità di intenti.
Nella prima terzina il poeta oltre voler scrivere poesie vorrebbe anche dilettarsi con la dolce compagnia delle donne che servono però soprattutto da ispirazione. In questa terza strofa si ha il riaffermarsi del desiderio. Egli vorrebbe quindi che colui che definisce “buon incantatore”, cioè l’abile Mago Merlino ponesse con loro l’amata di Cavalcanti “monna Vanna”, chiamata anche primavera, “monna Lagia”, amata di Lapo e infine con una perifrasi “quella ch’è sul numer de le trenta” indica Beatrice. Probabilmente Dante aveva scritto un catalogo dove elencava le 60 donne più belle di Firenze dove Beatrice occupa la nona posizione. Questo catalogo però è andato perduto ma tuttavia grazie al “sirvenese” sappiamo con sicurezza che occupava il 9° posto. Secondo il critico Iaco Punzi Beatrice emerge sul numero 30 e quindi secondo questa tesi sarebbe dovuta essere la prima. Da evidenziare poi sono la sorta di diminutivi attribuiti alle donne degli amici.
Nell’ultima strofa comunica l’intento di voler parlare d’amore e vorrebbe che le donne fossero contente proprio come egli stesso e i suoi amici.
Tutto il sonetto è improntato su una situazione fiabesca,creata con l’utilizzo di pause e punteggiatura, in cui si possa realizzare il desiderio del poeta. Importanti sono i temi dell’amicizia, dell’amore dell’avventura e soprattutto della poesia. Dante infatti insieme a Guido e Lapo, uniti dal vincolo dell’amicizia, vogliono ragionare e parlare d’amore mediante la poesia.
Generalmente l’apocope, l’aferesi e la sincope vengono utilizzati per una questione di forma metrica.
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