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Dante: vita e opere

Vita:
Dante è uno degli autori italiani di cui abbiamo meno notizie biografiche certe. Non abbiamo certezze neanche per il nome. Probabilmente si chiamava Durante Alighieri o della famiglia De Alighieris e il nome “Dante” rappresentava un diminutivo. Nacque tra il maggio e il giugno del 1265, a Firenze e apparteneva ad una famiglia della piccola nobiltà cittadina. Suo padre arricchiva le ricchezze familiari con l’usura mentre sua madre Bella morì molto presto.
Se volessimo rappresentare la sua famiglia, la rappresenteremo come una parabola la cui concavià è rivolta verso il basso e su cui vertice si trova il suo trisavolo Cacciaguida, cavaliere nobiliare nominato tale da Corrado III, che combatté in una crociata. Dante incontrerà Cacciaguida nel Paradiso. A soli 12 anni fu promesso sposo a Gemma Donati, discendente della casa Donati, che sposò dopo pochi anni, nel 1285, e da cui ebbe tre o quattro figli: Pietro, Iacopo, Antonia e Giovanni. Negli stessi anni comincia ad interessarsi della letteratura e a dedicarsi a studi filosofici. Comincia a frequentare i circoli culturali e fa amicizia con Guido Cavalcanti.

L'evento più significativo della sua giovinezza, secondo il suo stesso racconto, fu l'incontro con Beatrice, la donna che amò ed esaltò come simbolo della grazia divina, prima nella Vita Nova e successivamente nella Divina Commedia. Gli storici hanno identificato Beatrice con la nobildonna fiorentina Beatrice o Bice Portinari, che morì nel 1290 neanche ventenne. Dante la vide in tre occasioni ma non ebbe mai l'opportunità di parlarle. Per un paio di anni dopo la sua morte, Dante decide di non parlare più della sua donna fin quando, nel 1292-1294 non scrive la Vita Nova, prima e unica opera non composta in esilio. on si sa molto della formazione di Dante, ma le sue opere rivelano un'erudizione che copre quasi l'intero panorama del sapere del suo tempo. A Firenze fu profondamente influenzato dal letterato Brunetto Latini , scrittore del libro “Tresor”, e sembra che intorno al 1287 frequentasse l'Università di Bologna (dove conosce la corrente poetica dello Stil Novo). Firenze, a quel tempo, era divisa in Guelfi e Ghibellini, fazioni politiche opposte. Inoltre, in questo periodo, Dante comincia ad interessarsi di politica. Combatté, nel 1289, nella Battaglia di Campaldino, tra guelfi e ghibellini, definendo la decisiva sconfitta dei ghibellini e il trasferimento del potere nelle mani dei guelfi.
Nel 1294 (stesso anno di stesura della Vita Nova) sorgono in Firenze le prime cooperazioni politiche. Chi voleva partecipare alla vita politica cittadina doveva necessariamente iscriversi ad una cooperazione. Dante, che cominciava ad interessarsi della politica fiorentina, decide di iscriversi alla cooperazione dei “ Medici e Speziali” a cui si iscrivevano gli artisti. Da qui in poi, Dante comincia a ricevere incarichi molto importanti per il Comune, finchè nel 1300, non viene nominato Priore di Firenze, ma si ritrova a governare una città ulteriormente divisa in Guelfi Bianchi e Neri.
I guelfi Bianchi volevano governare la città senza che il potere universale della Chiesa si intromettesse, mentre i guelfi neri volevano che il Papa influenzasse le decisioni comunali.
A capo di ogni fazione vi erano delle case nobiliari fiorentini: per la fazione dei Guelfi Bianchi vi era la casa dei Cerchi; per quella dei Neri la casa dei Donati. Dante si schierò con i primi, che avevano il governo della città. Ricoprì il ruolo di priore con senso di giustizia e fermezza, tanto che, per mantenere la pace in città, approvò la decisione di esiliare i capi delle due fazioni in lotta quasi quotidiana, tra i quali l'amico Guido Cavalcanti. Fu quasi sicuramente uno dei tre ambasciatori inviati a Roma per tentare di bloccare l'intervento di papa Bonifacio VIII a Firenze. Bonifacio VIII voleva governare Firenze, ma per farlo doveva deporre il potere dei Guelfi Bianchi. Così inviò le truppe angioine che deposero i neri per far salire al potere i Bianchi. (novembre 1301). Durante il viaggio di ritorno, Dante fu sopraggiunto dalla notizia di essere accusato di corruzione e fu condannato in contumacia prima a un'enorme multa e poi a morte (marzo 1302). Iniziò così l'esilio (nel quale furono in seguito coinvolti anche i figli) che sarebbe durato fino alla morte. Dopo alcuni tentativi militari di rientrare a Firenze, fece "parte per se stesso". In questo periodo, scrive le sue più importanti opere fra le quali “Il Convivio” (1303-1304), “De Vulgari Eloquentia” (1305). Alla notizia dell'elezione al trono imperiale di Enrico VII di Lussemburgo, sperando nella restaurazione della giustizia entro un ordine universale, si avvicinò ai ghibellini, ma la spedizione dell'imperatore in Italia fallì. Scrive il “De Monarchia”, in corrispondenza dell’ascesa di Arrigo VII in Italia. Comincia la stesura della Divina Commedia, con la scrittura dell’Inferno.
Negli anni dell'esilio Dante si spostò nell'Italia settentrionale e forse si spinse fino a Parigi tra il 1307 e il 1309. Si recò poi insieme ai figli, forse nel 1312, quando aveva già concluso il Purgatorio, a Verona presso Cangrande della Scala, dove rimase fino al 1318. Da qui si recò a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta, dove riunì attorno a sé un gruppo di allievi tra cui il figlio Iacopo, che si accingeva alla stesura del primo commento dell'Inferno. Morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 a Ravenna, e neppure le sue spoglie tornarono mai a Firenze. I primi commentatori della Divina Commedia furono i suoi figli Pietro e Iacopo e si dice che abbiano finito il Paradiso.

Opere:
Dante Alighieri, poeta e prosatore, teorico letterario e pensatore politico, considerato il padre della letteratura italiana. La sua opera maggiore, la Divina Commedia, è unanimemente ritenuta uno dei capolavori della letteratura mondiale di tutti i tempi. Dante è considerato il padre della letteratura italiana. Ogni opera dantesca getta la base della Divina Commedia, l’opera più importante di Dante, considerata la “summa” del sapere medievale in quanto contiene tutte le informazioni relative alla filosofia del tempo, la storia, la cosmologia, coordinate etico-religiose, astronomiche ect…

Vita Nova:
“Vita Nova” letteralmente significa “vita rinnovata dall’amore. E’ il primo esempio di romanzo autobiografico d’amore scritto in volgare. Fu composta nel 1293-1294 ed è la prima e unica opera non composta in esilio.
Strutturalmente è un prosimetro, cioè composto da parti in prosa e parti in versi. Le parti in prosa si dividono in parti narrative e parti esegetiche: le parti narrative spiegano come è nato il componimento, mentre quelle esegetiche, la sua struttura.
E’composto da 42 capitoli, in cui si articolano 31 testi poetici, 25 sonetti, 5 canzoni e 1 ballata. Lo stile dominate è quello elegiaco.
La Vita Nova è un componimento interamente dedicato a Beatrice. Beatrice è la musa di Dante, rappresentata come una creatura angelica e lodata secondo tutti i criteri stilnovistici.
Si narra l’amore di Dante verso costei, riportando tutte le tipologie stilnovistiche, ovvero a)amore per lode disinteressata, b)amore provato solo da cor gentile, c) trinomio saluto-salute-salvezza.
La morte di Beatrice rappresenta il compimento dell’amore di Dante che si perfeziona e la stessa diventa l’anello di congiunzione fra Dio e l’uomo. Quindi Beatrice si incarna nella figura di donna-angelo e l’amore di Dante verso Beatrice diventa l’amore che L’uomo prova verso Dio.
Dante conclude la Vita Nova dicendo che non avrebbe mai più parlato di Beatrice finchè non fosse riuscito a dire qualcosa che nessun uomo avesse mai detto alla propria donna, cosi anticipa l’incontro di Beatrice e Dante nel Paradiso e il loro viaggio attraverso il regno dei Cieli.

Convivio:
“Convivio” , letteralmente, significa “banchetto”. E’ il primo esempio di prosa saggistica scritta in volgare. Dante voleva scrivere 15 libri ma non ci riuscì anche perché era troppo impegnato nella stesura della Divina Commedia. Dante vuole allestire un banchetto in cui vuole spezzare, metaforicamente, il pane della conoscenza anche agli esclusi. Egli intende mettersi a capo di una classe sociale i cui componenti avessero in comune la nobiltà d’animo e un amore disinteressato per la cultura, cioè dalla cultura non traggono nessun tipo di guadagno e ricchezza.
Il convivio tratta del volgare ma anche di temi filosofici ect…
Inoltre tratta dei 4 sensi secondo i quali devono essere interpretate le scritture:
1. SENSO LETTERALE, cioè il senso alla lettera;
2. SENSO MORALE, cioè il principio morale;
3. SENSO ALLEGORICO cioè il significato nascosto. L’allegoria si divide in allegoria dei poeti e in quella dei teologici. Nell’analisi di miti, fiabe, racconti i poeti non tengono conto di fatti realmente accaduti a differenza dei teologici;
4. SENSO ANAGOGICO cioè un senso che va oltre quello morale e prefigura l’aldilà;

De vulgari eloquentia:
Trattato linguistico, di stilistica e critica letteraria iniziato nel 1304, ma interrotto nel 1305.
E’ un elogio in latino del volgare e Dante nell’opera continua a riferirsi a quella classe sociale che trae guadagno dalla cultura, gia interpellata nel Convivio.
Dante è alla ricerca del volgare letterario, ovvero un volgare che avesse quattro caratteristiche principali:
1. ILLUSTRE, cioè chi parla deve dare lustro al volgare e il volgare da importanza a chi lo parla.
2. AULICO cioè elevato, di stile.
3. CURIALE cioè, se in Italia ci fosse una Curia Papale, esso deve essere parlato lì, comunque in luoghi formali.
4. CARDINALE cioè deve rappresentare il cardine attorno al quale girano gli altri volgari.
Comincia la sua ricerca dalla Torre di Babele, da cui si dice tutti i linguaggi si diversificarono. Analizza tre lingue: il Greco, il Germanico e una lingua diversificata in lingua d’Oc, d’Oil e lingua volgare del Sì. Prende in considerazione l’ultima lingua e specialmente quella volgare del Sì. La divide in 14 dialetti, anche perché non si può parlare di volgari, perchè in Italia non c’è una lingua ufficiale. Ritrova un volgare quanto più letterario in quello della lirica siculo-toscana e in quello dello Stil Novo.
Dante inoltre indica i tre temi fondamentali della letteratura provenzale italiana:
-amore (provenzale Arnaldo D’Agnello, italiana Cino da Pistoia)
-rettitudine (provenzale Gerard De Bornel, italiana Dante)
-prodezza d’arme (provenzale Bertrant De Bou)
E i tre stili:
-tragico: CANZONE
-elegiaco: SONETTI
-comico: BALLATA
Il De Vulgari Eloquentia fu pubblicato da Trissino nel 1529 con la Questione Della Lingua.

De monarchia:
Il De Monarchia è un trattato politico scritto in latino perché è rivolta a un pubblico di intellettuali e raccoglie in forma organica le idee politiche di Dante. È l’unica opera completa di Dante. Il De Monarchia fu scritto in corrispondenza dell’ascesa di Arrigo VII o Enrico VII, re di Olanda, in Italia. Il suo piano era quello di riappacificare e unire l’Italia centro-settentrionale, ma fu contrastato da Roberto D’Angiò. Inoltre quest’opera nasce in risposta alla teocrazia di Innocenzo III e alla “Bolla Uman Sanctan” di Bonifacio VIII, in cui, quest’ultimo, ribadisce la superiorità della Chiesa su tutti gli altri poteri.
L’opera è divisa in 3 libri ognuno dei quali è dedicato ad un aspetto diverso da tema centrale (ovvero la conciliazione tra impero e papato), ma lo stesso Dante fu confuso, in quanto si credeva che consigliasse o uno o l’altro potere universale. Il primo libro sostiene la necessità storica e filosofica della monarchia universale. Essa ha lo scopo di garantire all’uomo la realizzazione della felicità terrena e celeste: Dante afferma la separazione dei poteri tra Chiesa e Impero nelle rispettive sfere di competenza. L'idea di riproporre un sapere sotto forma di viaggio verso la salvezza (viaggio in cui si proietta il mondo terreno nell'aldilà e si commisura il disordine terreno all'ordine celeste) viene sviluppato nella Divina Commedia (Per la prima volta, Dante parla di “Commedia” definendosi “fiorentino di nascita ma non di costumi”).
L’autore sostiene che i due poteri universali sono sullo stesso piano ed entrambi devono garantire la felicità: da una parte, la Chiesa che deve garantire la felicità ultraterrena, dall’altra, invece, l’Impero che deve garantire la felicità terrena. Dante dice che ciò che allontana dalla scelta della cupidigia dei beni materiali provoca contese e guerre: se c’è una monarchia universale in possesso di tutti i beni del mondo, tutti gli uomini sarebbero in pace e il mondo avrebbe giustizia. La necessità dell’impero è attestata anche dal bisogno di avere un capo unico che orienta l’umanità verso la conoscenza. La Provvidenza ha donato all’uomo i due poteri in modo tale che questi possano aiutare l’uomo a trovare la felicità. Una dimostrazione ulteriore di questa tesi è che la nascita di Cristo sia avvenuta durante l’impero di Augusto, quando l’Impero Romano era universale e c’era la pace. Il secondo libro è dedicato alla dimostrazione di carattere storico in cui viene ribadita la concezione provvidenzialistica e teologica della storia. Nell’Impero Romano si è realizzata la forma storica determinata della monarchia, ed essa ha avuto origine da Dio stesso, perché la parola di Cristo potesse diffondersi meglio grazie all’unificazione del mondo sotto un capo unico. L’Impero e il Papato devono necessariamente convivere a Roma, perché Roma è il centro della Chiesa, ma lì nacque l’Impero Romano, impero universale. Perciò Cesare (rappresentante della potenza
dell’impero) deve a Pietro (Chiesa) rispetto, lo stesso che il primogenito deve al padre.
Nel terzo libro viene considerata la questione politica più spinosa del tempo di Dante: il rapporto tra impero e chiesa. Le posizioni contrastanti erano due: da una parte c’erano i filo-imperiali che sostenevano la superiorità del potere temporale su quello del Papa. Dall’altra c’erano i filo-papali che sostenevano il contrario, ed era la posizione più diffusa in Italia. Dante confuta (mette in discussione) entrambe le tesi, in particolare la seconda, sia con argomenti storici sia filosofici. Egli dice che al Papa non spetta alcun potere temporale e ritiene la donazione di Costantino illegittima perché l’imperatore non poteva donare un cosa non sua. Dante afferma che entrambe le autorità derivano da Dio e quindi sono di pari grado e devono camminare in parallelo per garantire l’uno la felicità spirituale l’altro quella terrena del popolo.
Per Dante i mali della Chiesa si sono sviluppati quando nacque il potere temporale, cioè nel 315 d.C., sotto Costantino, con l’Editto di Milano. In realtà nacque solo nel 732 d.C, con la Donazione di Sutri al Papa.
Nel De Monarchia si articolano 13 epistulae, cioè lettere di consuetudine classica, dedicate ad Arrigo VII e al suo piano, ai Signorotti di Italia e a Cangrande della Scala, che vennero riprese nel Paradiso.

Divina Commedia:
La Divina Commedia è un poema didascalico, allegorico scritto in terzine di endecasillabi legate da una rima incatenata (ABABCBCDC…). E’ composta da tre cantiche suddivise complessivamente in cento canti: la prima cantica (Inferno) comprende 34 canti, le altre due 33 ciascuno. Il primo canto dell'Inferno viene considerato un prologo a tutta l'opera: in questo modo si ha un canto iniziale più 33 canti per ciascuna cantica. La lunghezza di ogni canto va da un minimo di 115 versi ad un massimo di 160. Importantissima quindi la numerologia: 100 canti che rappresentano i 7 peccati capitali e le arti del Trivio e del Quadrivio. Tre cantiche, dove tre è il numero perfetto, che rappresenta la Trinità.
E’ la “summa” del sapere medievale perché in esso sono contenute tutte le informazioni relative alle scoperte del tempo, in tutti i campi. Il poema, pur continuando i modi caratteristici della letteratura e dello stile medievali (ispirazione religiosa, fine morale, linguaggio e stile basati sulla percezione visiva e immediata delle cose), tende a una rappresentazione ampia e drammatica della realtà, ben lontana dalla spiritualità tipica del Medioevo, tesa a cristallizzare la visione del reale. Forse il titolo originale dell'opera è Comedìa: infatti è così che Dante stesso chiama la sua opera (Inferno XXI, 1-3), inoltre il nome di Commedia appare usato nell'Epistola XIII, indirizzata a Cangrande della Scala, a cui il poeta dedica il Paradiso. In essa, comunque, vengono addotti due motivi per spiegare il titolo conferito: un motivo di carattere letterario, secondo cui per commedìa era usanza definire un genere letterario che da un inizio difficoltoso per il protagonista si concludeva con un lieto fine; e un motivo di carattere stilistico, giacché la parola commedìa indicava opere scritte in un basso linguaggio, Dante scrive infatti in lingua volgare. Più che un atto di modestia da parte dell'autore, egli scelse questo nome probabilmente per via del "lieto fine" della parabola del viaggio ultraterreno, da un inizio drammatico (l'Inferno) al più bello dei finali: la visione di Dio nel Paradiso (anche perché in Grecia la commedia è una rappresentazione teatrale a lieto fine). Il termine “commedia” deriva inoltre dal greco “comicus”, cioè stile comico, basso, ma non si intende ciò, anzi, ma un pluristilismo e plurilinguismo (usa diversi stili a seconda del luogo in cui si trova: Inferno, bestemmia e dice parolaccie; Paradiso, linguaggio aulico). Il titolo Divina Commedia è stato per la prima volta usato da Giovanni Boccaccio, più di 70 anni dopo dell'anno di ambientazione del testo (1300), nel 1373 nella sua biografia dantesca Trattatello in laude di Dante, ma non divenne d'uso comune fino a che fu adottato da Ludovico Dolce nella sua edizione a stampa del poema nel 1554.
Il racconto della Divina Commedia è in prima persona: Dante narra di un viaggio che finge di aver compiuto. La narrazione inizia dal punto in cui Dante si smarrisce in una "selva oscura", metafora del peccato e del male: egli tenta di uscirne e di salire su un colle illuminato dal sole, ma ne viene impedito da tre belve feroci che lo ricacciano indietro. Gli si fa incontro però l'anima del grande poeta Virgilio, il quale si dice inviato da Beatrice, la donna amata da Dante (morta da alcuni anni, nel 1290), per condurlo al bene attraverso un altro cammino: egli dovrà visitare i tre regni soprannaturali, l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Dante acconsente e viene guidato da Virgilio attraverso l'Inferno e il Purgatorio; quindi gli si fa incontro Beatrice, che lo guida nella visita del Paradiso. In questi tre regni Dante osserva le punizioni e i premi riservati ai defunti, e incontra numerosissimi personaggi famosi del passato (sia reali che mitologici) e della sua epoca. Questo viaggio non lo intraprende da solo, ma è accompagnato da due figure: Virgilio e Beatrice. Costoro hanno un ruolo importantissimo nel poema: il primo rappresenta la ragione umana e la filosofia, la seconda, invece, la grazia divina.
Non conosciamo con esattezza in che periodo Dante scrisse ciascuna delle cantiche del suo capolavoro e gli studiosi hanno formulato ipotesi anche contrastanti in base a prove e indizi talvolta discordanti. In linea di massima la critica odierna colloca:
• L'inizio della stesura dell' Inferno nel biennio 1304-1305 oppure in quello 1306-1307, in ogni caso dopo l'esilio (1302). Salvo l'eccezione del riferimento al papato di Clemente V (1305-1314), spesso indicato come un possibile ritocco post-conclusione, non vi si trovano accenni a fatti successi dopo il 1309. Al 1317 risale la prima menzione in un documento (un registro di atti bolognese, con una terzina dell'Inferno copiata sulla copertina), mentre i manoscritti più antichi che ci sono pervenuti risalgono al 1330 circa, una decina di anni dopo la morte di Dante.
• La scrittura del Purgatorio secondo alcuni si accavallò con l'ultima parte dell'Inferno e in ogni caso non contiene riferimenti a fatti accaduti dopo il 1313. Tracce della sua diffusione si riscontrano già nel 1315-1316.
• Il Paradiso viene collocato da 1316 al 1321, data della morte del poeta.
Il viaggio inizia il venerdì santo del 1300 e dura più o meno una settimana. La stesura, invece, cominciò circa nel 1304, in esilio. Il tempo della storia e quello del racconto non coincidono. La fonte principale è l’ “Eneide” di Virgilio, in cui, nel sesto libro di Enea, si narra di un viaggio nel regno degli inferi. Un’altra fonte è l’ “Odissea” di Omero, però Dante non conosce il greco. Poi “Itinerarium Mentis in Deum”e alcune leggende narranti viaggi, pellegrinaggi immaginari, imprese di navigazione, ebbero grande eco.

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