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De vulgari eloquentia

Nel De vulgari eloquentia, databile tra 1303 - 1304, Dante affronta il problema della lingua volgare e cerca di arrivare ad una definizione di quelle caratteristiche che dovrà avere il volgare letterario. Prima di tutto, nel primo libro tratta della difesa del volgare come lingua naturale, rispetto al latino, perché dice che è la lingua con cui l’uomo nasce, al contrario il latino è lingua artificiale, perché deriva dallo studio e da un apprendimento di regole. Passa ad illustrare quella secondo lui è il volgare letterario. Dante non individua il volgare letterario in una parlata locale, tanto meno ne toscano, ma individua invece il volgare letterario quel volgare che deve essere il risultato dei vari volgari parlati dagli intellettuali in tutta la penisola. Questo volgare non deve essere individuato in un volgare solo (come ad esempio avevano fatto quei poeti siciliani individuando il volgare nel volgare siciliano). ma Dante dice che deve essere il frutto delle parlate migliori di tutti gli intellettuali della penisola, superando la regionalità avendo una nazionalizzazione; inoltre il volgare deva avere delle caratteristiche: deve essere: -illustre, perché deve dare fama a chi lo parla;
-cardinale, cioè deve essere quel perno centrale attorno a cui ruotano tutti i volgari della penisola;
-aulico, perché se ci fosse una reggia in Italia, sarebbe il luogo in cui questo volgare si parlerebbe;
-curiale, perché risponde alle esigenze degli italiani più prestigiosi.

Da questo progetto culturale comincia ad intravedersi, in Dante, la necessità che in Italia ci sia l’unità con la Monarchia. Per Dante, passare da guelfo a ghibellino non fu soltanto una faccenda politica, infatti la necessità della Monarchia era dettata anche da esigenze culturali, perché la lingua per essere unificata doveva svilupparsi in un tessuto politico altrettanto unificato, quindi in un territorio nazionale. Questo è il progetto che Dante porta avanti nel De Monarchia.

De Monarchia

Un trattato di natura politica diviso in tre libri:
1) Il primo libro affronta il problema della monarchia. Dante dice, infatti, che la monarchia è necessaria per eliminare quella che è la causa prima di tutti i problemi che ci sono nella Firenze contemporanea: partitismo, particolarismo, lotte continue. Questa causa prima di tutti i problemi, per Dante è la cupidigia,l’avidità e la brama di ricchezze. Dante, allora, dice che per questo nasce la necessità della monarchia. Infatti, dice ancora, che per eliminare questa cupidigia e l’avidità è necessario che tutte le ricchezze si concentrino nelle mani di una sola persona. Se, infatti, il singolo non ha la possibilità di ricevere ricchezze, perché tutte nelle mani di una sola persona (il monarca), viene meno la causa prima della corruzione, cioè l’avidità e la cupidigia. Inoltre, né il monarca può essere più avido di ricchezze, perché è lui che le possiede tutte, e anche in questo caso viene meno la brama di ricchezze. Nel periodo di Dante queste cause(avidità,brama,..) nascono soprattutto nel ceto dei mercanti.
2) Nel secondo libro passa ad esaminare la necessità storica dell’impero, e in particolare prende l’esempio dell’Impero Romano. Dice,infatti, che l’impero Romano è necessario alla storia perché è voluto da Dio, perché attraverso l’unificazione territoriale sotto un unico imperatore si poteva annunciare meglio il vangelo, cioè il messaggio di Cristo.
3) Nel terzo libro, arriva ad affrontare la questione cruciale ai suoi tempi, vale a dire il conflitto tra Papato e Impero, che confligevano perché si contendevano la supremazia dell’uno sull’altro e in particolare il papato ambiva al potere temporale. C’era quindi una reciproca interferenza di un potere sull’altro, dicendo che non c’è uno superiore all’altro, ma hanno soltanto due sfere di influenza nettamente separate e soprattutto entrambe le sfere ( cioè potere temporale dell’imperatore, e quello spirituale del papa) erano volute direttamente da Dio. Questo lo dimostra, perché storicamente l’impero Romano è stato voluto da Dio così come la Chiesa, quindi in base a quest’affermazione elimina un problema esistente tra Impero e Papato, cioè la superiorità o l’inferiorità di qualcuno rispetto all’altro, infatti dice che sono sullo stesso piano, perché entrambi voluti da Dio.
Ognuno di essi ha un proprio fine: all’imperatore spetta la felicità terrena, mentre al papa spetta la beatitudine celeste. Poiché l’uomo è fatto di corpo e di anima, l’imperatore deve garantire la felicità terrena dell’uomo, il papa invece deve garantire la beatitudine celeste. Questi sono due compiti importanti, nettamente separati e complementari (cioè si integrano a vicenda; nessuno può funzionare senza l’altro, perché devono garantire la felicità totale dell’individuo). Ci sono quindi due fini, ed è inutile contenderseli entrambi.

La Vita Nuova

Racconta la storia dell’amore di Dante verso Beatrice, scritto qualche anno dopo la morte di lei. L’opera appartiene al genere detto Prosimetro, poiché è un misto di prosa e di versi.
Il primo incontro con Beatrice (da Vita Nuova)

In ogni più piccolo fatto Dante scorge un segno divino, e compiace di trovare nella cronologia il numero “9”, che per miticismo medioevale rappresentava un simbolo sacro, perché quadrato del 3, numero della Trinità. La Vita Nuova fu dedicata all’amico Guido Cavalcanti.
La presenza della donna provoca in Dante conseguenze descritte secondo la tradizione della lirica d’amore guinizzelliana e soprattutto cavalcantiana; e da Cavalcanti è ripresa anche la teoria degli spiriti come forze psico-fisiologiche abitanti nell’individuo e preposte al suo governo. Si contrappone però alla visione tragica e fatale dell’amore come fenomeno irrazionale e devastante, propria di Cavalcanti.

Tanto gentile e tanto onesta pare (da Vita Nuova)

Nel primo verso sembrano sintetizzarsi le caratteristiche tipiche del sonetto che qualificano Dante come poeta stilnovistico per eccellenza. Il termine “gentile” rimanda ai valori della poetica di Guinizzelli, nel momento in cui la GENTILEZZA è qualità che serve a designare un nuovo modello di nobiltà, vale a dire un nobiltà interiore che non prescinde dal sangue, e quindi in questa poesia indica la bellezza interiore. Il termine “onesta” invece non deve essere confuso col termine che utilizziamo oggi, infatti esso era aggettivo che indicava la bellezza esteriore. La parola chiave di tutto il sonetto è il verbo “pare” che deve essere tradotto con il significato di “apparire” e non di “sembrare”. Questo rimanda a un ruolo della donna come apparizione miracolosa, poiché nel Medioevo a tutti i fenomeni ( qualcosa di visibile) si attribuiva un valore trascendentale. Tutto ciò che appare aveva come collegamento diretto a Dio. Dunque la donna, che è qualcosa di visibile, quindi un fenomeno. è anch’essa simbolo di qualcosa che doveva rimandare a Dio.

Rime

Raccolta poetica molto varia. Innanzitutto bisogna ricordare che le Rime si possono suddividere in 5 gruppi:
-le rime stilnovistiche, di argomento tra l’erotico e l’amicizia, composte negli stessi anni della Vita Nuova;
-la tenzone con Farese Donati, dove c’è uno scambio di battute, un duello verbale;
-le rime allegoriche e dottrinali, di argomento alto e filosofico;
-le rime petrose, chiamate così dal nome di una donna che in queste viene elogiata, vale a dire “donna Petra”.
-le rime dell’esilio.
Guido, ‘i vorrei che tu e Lapo ed io (da Rime)

In questo sonetto, che appartiene alle rime stilnovistiche, Dante si rivolge a Guido Cavalcanti a cui esprime il desiderio di essere posto ,con lui, da un buon mago (3 v della prima terzina), insieme ad un terzo amico poeta (Lapo Gianni) e che con le rispettive amate su un vascello guidato dal desiderio dei passeggeri. Il desiderio dei passeggeri è espresso nella seconda quartina nei versi 3-4 (“vivendo...disio” ). Dante aveva, quindi, un desiderio di amore e amicizia in un mondo di evasione fantastica; l’amore rappresentato dalla presenza delle donne amate dai poeti; l’amicizia ,invece, dalla compagnia degli amici; l’evasione fantastica rappresentata dal mago e dal vascello, che è metafore dei desideri.
>In questo testo è testimoniata l’adesione di Dante alla cultura stilnovistica , alla quale appartiene l’esaltazione dell’amicizia, che è un valore integrato al tema erotico (nella cultura stilnovistica l’amore e l’amicizia procedono di pari passo). Vengono fuori da questo sonetto l’amore e la concordia tra i partecipanti, tra gli amici, cioè un valore socializzante (quello di poter staretra persone accomunate da un unico desiderio, dalla stessa cultura, dalla stessa sensibilità, dalle stesse affinità culturali). Questo valore che definiamo “socializzante” si oppone a quello dei mercanti, perché Dante individua la causa della corruzione della Firenze del suo tempo ( a causa della quale egli stesso fu mandato in esilio) nella brama si avidità e di ambizione di denaro, soprattutto del ceto dei mercanti, non aperto alla socializzazione, quindi egoista. Questo valore socializzante è dunque una critica ai valori opposti della società mercantile.

Convivio

Dal latino convivium, che significa “banchetto”. Quest’opera è un testo programmatico. Banchetto è allegoria di sapere, quindi sarà un banchetto di sapienza che Dante vuole imbandire per dare la conoscenza e per divulgarla attraverso una lingua che si sta formando in Italia: il volgare. La nascita della lingua italiana ha Dante come fondatore, perché è stato il primo a volerla divulgare e il primo a darle dignità letteraria, proprio perché c’era costante e continuo il paragone con quella lingua che ancora era d’appannaggio alla cultura, cioè il latino; cercò quindi di dare la possibilità al mondo laico di acculturarsi. Egli vuole, infatti, portare la conoscenza ad un pubblico diverso da quello ecclesiastico, cioè a quello laico, e sceglie il volgare per quest’opera perché vuole favorire lo sviluppo della cultura anche in altri ambienti.
E’ un’opera prosimetrica, che alterna considerazioni o commenti in prosa e canzoni, ad alto carattere dottrinale. Ritorna nel Convivio, in particolare nel IV° trattato la questione della nobiltà d’animo. Una nobiltà che non dipende dal sangue ma da quella predisposizione naturale a saper amare, a saper poetare, che è condizione spirituale sola ed esclusiva per essere nobili. Nel Convivio questa nobiltà d’animo si unisce ad un impegno sociale, cioè il nobile d’animo deve mettere a disposizione questa sua caratteristica per la società, cioè per fondare nuovi valori morali. Quindi una nobiltà d’animo che non rimane fine a se stessa, sua onestà, con la sua attenzione verso gli altri, deve contribuire a fondare una società che sia moralmente più sostanziosa.
>Così come la sapienza viene divulgata attraverso il volgare, così la nobiltà d’animo viene riservata, non solo a chi la possiede, ma viene offerta a tutti attraverso i modi gentili.

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