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La riflessione politica dantesca affonda le radici nella realtà frammentaria e violenta dell’Italia del tempo e individua nella pace la condizione indispensabile per la realizzazione del fine ultimo della civiltà umana. Questo concetto dantesco lo ritroveremo nel VI canto del purgatorio e nel VI del paradiso. Nel I libro, necessità dell’impero, l’autore tende a dimostrare che soltanto un impero universale è in grado di garantire la stabilità e la giustizia: l’imperatore, nel suo essere è al di sopra di tutti e quindi non corroso da invidia e avidità. Per Dante se c’è un sono imperatore a governare una pluralità di territori, non sarà tentato dalla “lupa” ovvero dalla cupidigia, cioè, non avrà voglia di conquistare altri territori dato che già li possiede, però l’imperatore deve essere unico se no potrebbero nascere conflitti interni. “Reductio ad unum”, l’uno è rappresentato dall’imperatore in quale anticipa il “lavoro” di Dio nel paradiso. Nel II libro , provvidenzialità dell’impero, è affermato che il potere imperiale di Roma, che riuscì a unificare tutto il mondo antico e a garantire la pace universale, nacque per volontà di Dio. Una prova indiscutibile è offerta dal fatto che Dio volle che suo figlio nascesse in quella realtà e che, per la salvezza dell’umanità, fosse giudicato e condannato dall’autorità romana. Quindi Dante afferma che il potere imperiale derivi direttamente da Dio. Nell’ultimo libro, teoria dei 2 soli, Dante affronta il problema dei rapporti tra l’Impero e il Papato. In quel periodo si diceva che il papato fosse rappresentato dal sole, mentre l’impero fosse rappresentato dalla luna e indicava quindi che il potere imperiale era sottomesso al papato. In contrasto con la tesi, Dante afferma che anche il potere imperiale deriva direttamente da Dio. Il compito dell’Impero è permettere la realizzazione della felicità terrena, mentre quello del Papato è di operare per assicurare la beatitudine eterna. Il potere imperiale e quello papale sono dunque autonomi, infatti Dante utilizza l’immagine di due soli; ma la loro azione è complementare, poiché entrambi devono agire per il bene dell’umanità. Dante arriva a questa idea perché si era ispirato a San Tommaso il qual aveva ripreso una filosofia antica: il “sinolo”, ovvero la congiunzione di due elementi: l’anima e il corpo. L’anima spinge il corpo verso l’alto per raggiungere il cielo, mentre il corpo tiene la materia saldata a terra. Più si segue l’anima, più si raggiunge Dio, più si segue il corpo, più si commette peccato. Quindi Dante dice che c’è un sole che si occupa dell’uomo (l’impero) e uno che si occupa dell’anima (il papato) Secondo alcuni esegeti, sarebbe stata scritta nei primi anni dell’esilio, durante il periodo della disputa tra il pontefice Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo il Bello. Un’altra tesi colloca l’opera nel periodo della discesa di Arrigo VII di Lussemburgo in Italia e contemporaneo al paradiso. Altri studiosi, infine, sostengono che Dante abbia scritto il De monarchia dopo a morte di Arrigo VII (1313 – 1317).

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