Il lavoro? Non si cerca ma si crea a scuola

Scuole come aziende in cui si potranno sviluppare le proprie idee, da app e videogiochi a marchi di moda, da software ad aziende agricole: così il lavoro non si cerca ma si crea. E' ciò che propone la riforma La Buona Scuola sull'alternanza scuola-lavoro.

Carla Ardizzone
E io lo dico a Skuola.net

Il lavoro non si cerca ma si crea a scuola

Un lavoro stabile? Difficile da trovare. Per questo sempre più studenti vedono con incertezza il proprio futuro, tanto da fare le valigie e partire per l’estero. Ma se fosse proprio la scuola la carta giusta per smuovere la situazione? Il governo, infatti, intende sviluppare il modello dell’alternanza scuola-lavoro, estendendolo in tutto il triennio nei tecnici e nei professionali, come si può leggere nel rapporto La Buona Scuola. E gli studenti sembrano d’accordo: secondo una recente ricerca di Skuola.net, infatti, accumulare stage ed esperienza lavorativa già dagli anni della scuola rappresenta una vera e propria necessità per 1 su 4. Ma la vera sfida che si propone alle scuole non è solo quella di aiutare i giovani a trovare lavoro in un’azienda esistente ma di trasformarsi in incubatori di impresa dove gli studenti possano diventare in giovanissimi imprenditori.

IL LAVORO? ME LO CREO DA SOLO – Tra le modalità con cui La Buona Scuola intende avvicinare sempre di più la scuola al mondo del lavoro non ci sarà solo il tirocinio o lo stage presso le imprese. Il vero fiore all’occhiello arriva con l’incentivo alla formazione delle “imprese didattiche”, vere e proprie start up create da studenti e insegnanti all’interno delle scuole. E non solo i professionali e i tecnici, ma anche i licei. Come si legge sulla presentazione del piano, infatti, “Gli istituti di istruzione superiore, e di istruzione e formazione professionale possono commercializzare beni o servizi prodotti o svolgere attività di “impresa Formativa Strumentale”, utilizzando i ricavi per investimenti sull’attività didattica”. In pratica, gli studenti saranno sempre più spronati a partecipare alla formazione, con la guida degli insegnanti e del dirigente scolastico, di vere e proprie piccole aziende all’interno della scuola, per imparare a lavorare e guadagnare realizzando un proprio progetto innovativo.

SCUOLA, LAVORO E IMPRESA – Ma come si intende creare questo tipo di piccole aziende, del tipo start up, all’interno delle scuole? “E’ necessario incoraggiare l’uso della doppia contabilità, al momento diffusa soprattutto negli istituti agrari, a tutti i tipi di scuole” si legge sul piano La Buona Scuola. In poche parole questo significa che, utilizzando una contabilità separata, la nuova start up potrà muoversi in maniera indipendente rispetto alle altre attività dell’istituto, lavorando in maniera autonoma. Un altro aspetto su cui si punta è “generalizzare la possibilità di produzione in conto terzi”, cioè gestire progetti in collaborazione con altre imprese, producendo prodotti su ordinazione.

IL PROTOTIPO? STAMPATO IN 3D – Tutto questo diventa ancora più facile e divertente con il supporto della tecnologia. Già molte scuole, infatti, hanno sperimentato le magie della stampante 3D per i più disparati progetti. Perché non usare questa possibilità per sviluppare le proprie idee imprenditoriali? ”Sempre più scuole – si legge infatti sul documento di presentazione di La Buona Scuola - avranno l’opportunità di sviluppare prototipi, ad esempio attraverso la stampa 3D”.

LAVORO A SCUOLA, UNA NECESSITA’ – Secondo una recente ricerca di Skuola.net sull’impatto del piano La Buona Scuola sugli studenti, ben 1 su 4 dei 2.200 intervistati considerano l’alternanza scuola-lavoro l’aspetto di cui la scuola italiana ha più bisogno, secondo solo alla digitalizzazione. Ben il 38% vedono la possibilità di esperienze lavorative a scuola come un utile metodo per capire in anticipo cosa è richiesto dal mondo del lavoro. Il restante 60%, invece, si divide in parti sostanzialmente uguali tra chi le considera un’opportunità per arricchire il CV, e chi come la possibilità di capire cosa vuole fare da grande. Solo il 4% complessivo considera l’esperienza lavorativa a scuola inutile.

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Carla Ardizzone

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