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Prendendo in esame alcuni rilevamenti topografici della zona di 50 anni (prima e dopo il terremoto) vide che prima del terremoto il paesaggio si era incurvato nel tratto percorso dalla faglia, come se si fossero mosse in direzioni opposte con un movimento lento e continuo e capì che le rocce, sottoposte a sforzo, si comportano in maniera elastica e si deformano progressivamente fino a quando, raggiunto il limite di rottura, la roccia si lacera nel punto più debole creando una faglia lungo la quale le rocce possono scorrere una verso l’altra in direzioni opposte. Le due parti di roccia riacquistano il loro volume e posizione di equilibrio con varie e rapide vibrazioni che si trasmettono alle masse rocciose circostanti. Se nella massa rocciosa esiste già una faglia (= San Francisco) l’attrito tra le due labbra non permette il movimento e le rocce si deformano elasticamente, ma quando la tensione accumulata supera la resistenza dell’attrito la faglia si riattiva generando il movimento al suo interno. Secondo il modello del rimbalzo elastico con il brusco ritorno delle rocce al proprio equilibrio l’energia elastica accumulata durante la deformazione si libera sotto forma di calore (per l’attrito) e di violente vibrazioni che si propagano come onde sismiche in tutte le direzioni a partire dall’ipocentro. (bacchetta di legno: se piegata leggermente si piega poi si rompe e torna rettilinea dopo rapide vibrazioni che incontrando l’aria si propagano come onde).

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