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''Arancia meccanica"
Il film "Arancia meccanica" di Stanley Kubrick presenta attraverso un'iperbole continua, in un crescendo di azioni e sensazioni esacerbate fino all'eccesso l'espressione massima di alcuni dei miti e delle leggende del nostro millennio che, proprio grazie a tale estremizzazione guadagnano in quanto a purezza di significato raffigurando una realtà scarnificata della più elementare logicità e condita di una violenza che – per chi la pratica – raggiunge una dignità quasi "artistica" e fa da sfondo ad una società priva di qualsiasi stimolo inibitore, che non è capace di porsi un limite, nella quale bianco e nero si fondono e non si sa se l'estremo sia la cima o il baratro più profondo.
Alex, il protagonista, nutre se stesso e la sua banda di "druidi" della quotidiana dose di "super violenza", esercitata senza distinzione di sesso o età, con un sottofondo di Beethoven che conferisce all'atmosfera un tono di estrema solennità.
La violenza è il motore dell'esistenza, è la sua ragion d'essere, non è puro sfogo fisico ma viene esercitata alla stregua di un nobile sentimento quale amore, rispetto, amicizia. La violenza è la signora delle passioni e costituisce un divertimento interessato, ricercato.
Ma la stessa società che ospita il protagonista e ne condanna le gesta violente e sanguinarie non farà altro che purgarne l'indole brutale e aggressiva propinandogli una dose così abbondante di violenza che lo stesso non potrà sopportarne nemmeno più il pensiero.
Ciò accadrà tramite la pratica del lavaggio del cervello, che eliminerà il suo istinto violento attraverso la ripetuta visione di scene di violenza, di atti di cui la "vittima" sarebbe andato fiero di compiere in passato.Viene sollecitato così un processo di rigetto per il quale il male viene curato attraverso se stesso: il pericolo per la società è stato quindi annullato, mutilato del suo eccesso, deterso della sua eccentricità per essere consegnato lindo di buone intenzioni nelle mani di una società che, fiera del suo traguardo, recupera un pezzo di se stessa.
L'eccesso viene mitigato attraverso un contrappeso di "male". La violenza è l'arma contro la violenza. Il sistema perfetto per recuperare un entità ormai considerata aliena, la macchina per riportare alla luce ciò che più di ogni altra cosa vorremmo sotterrare. Un processo ipocrita, utilitaristico. O forse solo il naturale dispiegamento della nostra natura umana, che ci porta a nutrirci del nostro stesso male, a controllarci l'un l'altro nella frenesia che l'ordine venga rispettato e mantenuto.
Alex, spogliato del suo eccentrico abbigliamento sgargiante e vestito di tutto punto, viene presentato al mondo, sorridente e spensierato, come l'ultimo successo del bene sul male, dato in pasto ai fotografi e ai giornalisti da una società la quale desidera che tutti ne conoscano l'ultimo risolutivo traguardo

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