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L’ORGANIZZAZIONE DELLA CHIESA PRIMITIVA

La chiesa (dal greco ekklesìa, “assemblea”) cristiana delle origini era poco significativa dal punto di vista numerico, ma in continua espansione: si trattava di un’Istituzione che aveva paragoni nell’antichità, soprattutto dal punto di vista sociologico. Le comunità cristiane si riunivano a pregare sotto la direzione di persone stimate per il loro fervore religioso (dette “presbiteri”, ovvero “anziani”) e le comunità locali erano poste sotto l’autorità di un vescovo (dal greco epìscopos, “sorvegliante”) eletto dai fedeli. Si diventava cristiani attraverso un rito purificatorio, il “battesimo”, e una volta entrati nella comunità si accettava l’autorità morale e spirituale dei superiori. Le varie comunità cristiane disperse nel mondo erano in contatto fra loro; tra i vari vescovi – il cui ruolo politico andò progressivamente crescendo – assunse una particolare autorità quello della comunità cristiana di Roma, cioè della capitale dell’Impero: città in cui avevano subito il martirio maggiori apostoli, Pietro e Paolo. Proprio in ciò, quindi, va individuata anche l’origine del papato.

I fedeli versavano un contributo alla comunità che provvedeva con esso al mantenimento di presbiteri e vescovi, all’assistenza dei meno abbienti e al loro riscatto durante guerre e persecuzioni: come avvenne, per esempio, al tempo delle invasioni gotiche ( alla metà del III secolo d.C.), quando le chiese di Roma e Cartagine inviarono grosse somme di denaro per riscattare i prigionieri cristiani. Le elemosine alimentavano fondi amministrati da congregazioni di fedeli, che prestavano denaro senza interesse ai cristiani, ma esigevano dai pagani gli interessi pattuiti. Si gettarono così le basi di una struttura solida e organizzata in modo gerarchico che consentì al cristianesimo di diffondersi rapidamente e svilupparsi.

Il distacco dalla società e la diffidenza dei non cristiani
La comunità cristiana non era dunque una semplice adunanza di fedeli, ma aveva i caratteri di un gruppo separato, che obbediva alle proprie norme e si discostava ostentatamente dalla mentalità comune. I cristiani apparivano ai pagani come una comunità isolata e chiusa e chiusa, in una società in cui invece la vita si svolgeva pubblicamente; dalla gente comune essi erano definiti, come si legge nell’opera dello scrittore cristiano Minucio Felice (II – III secolo d.C.), “una razza di poltroni, gente solitaria che evita la luce del giorno (latebrosa e lucifuga natio). “Che cosa facevano i cristiani dietro le loro porte chiuse, quando i non battezzati erano esclusi?”: è questa la domanda che probabilmente, secondo Eric Dodds, alimentò le numerose dicerie sui costumi dei cristiani. Circolava la voce che essi si abbandonassero a orge e persino che uccidessero e mangiassero bambini a scopo rituale. Inoltre, come scrivono gli stessi autori cristiani, il cristianesimo era causa di gravi conflitti famigliari, poiché in molte case le famiglie erano divise tra chi aveva aderito al nuovo culto e chi lo rifiutava.

In periodi di crisi, quindi, i cristiani divennero il naturale bersaglio, il “capro espiatorio” della città. Questa espressione richiama un rito del giudaismo con il quale il popolo “scaricava” le proprie colpe su una vittima simbolica ( il capro): l’animale attirava su di sé l’ira divina e così pagava per le colpe di tutto, finendo per essere sacrificato ( anche oggi l’espressione indica individui o gruppi ai quali è attribuita ingiustamente la responsabilità di atti illeciti). I cristiani, dunque, erano spesso incolpati delle pubbliche calamità, dato che la religione cristiana era sentita come una profanazione dei costumi tradizionali e come causa dell’ira degli dèi. “Se il Tevere inonda la città – scrisse Tertulliano (II – III secolo d.C.), autore di numerosissime trattati in difesa della nuova fede – o il Nilo non inonda i campi, se c’è la carestia o la peste, la prima reazione è: I cristiani ai leoni”. Essi erano impopolari fra le masse dei non cristiani: secondo lo storico romano Tacito, per esempio, erano “odiati per i loro vizi” e anche Origene, uno scrittore cristiano, afferma che “la gente di Cristo è odiata da tutti i popoli, anche da quelli che abitano le più remote parti del mondo”. E’ comprensibile, quindi, perché si verificassero con una certa frequenza episodi d’intolleranza popolare: nel 177 d.C., per esempio, la comunità cristiana di Lione fu assediata dalla folla e le autorità dovettero intervenire per evitare il linciaggio.

Va detto, comunque, che, se lo schema del capro espiatorio era diffuso presso tutte le culture antiche, i cristiani assumevano spontaneamente questo ruolo, sottoponendosi ai tormenti: il pubblico “martirio” (termine che viene dal greco e significa “testimonianza”), infatti, era da loro considerato l’atto più nobile ed eroico che potessero compiere per seguire l’esempio del Cristo, morto per redimere l’umanità.

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