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Saba, Umberto. Mio padre è stato per me l'assassino

testo, parafrasi, analisi retorica e commento (letterario e personale) della lirica dedicata al padre dello scrittore

E io lo dico a Skuola.net
Mio padre è stato per me "l'assassino"
Testo

Mio padre è stato per me l'"assassino",
fino ai vent'anni che l'ho conosciuto.
Allora ho visto ch'egli era un bambino,
e che il dono ch'io ho da lui l'ho avuto.

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto,
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d'una donna l'ha amato e pasciuto.

Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.

"Non somigliare - ammoniva - a tuo padre".
Ed io più tardi in me stesso lo intesi:
eran due razze in antica tenzone.


Parafrasi
Mio padre per me era un assassino, perché così lo chiamava mia madre, ed è rimasto tale finché l’ho conosciuto, quando avevo vent’anni. Allora ho visto che egli era in realtà un bambino e che ciò che di bello ho l’ho preso da lui (gli occhi chiari).
Aveva i miei stessi occhi azzurri, nei momenti difficili sfoggiava un sorriso dolce e furbo, viaggiò sempre per il mondo; è stato amato e nutrito da molte donne.
Egli era allegro e spensierato; mai madre sentiva su di sé il peso della vita intera. Lui le sfuggì di mano come un palloncino scappa dalle mani di un bambino.
“Non assomigliare a tuo padre” mi diceva. E io capii cosa intendeva solo più tardi: loro due erano due tipi di persone che non sarebbero mai andati d’accordo.

Analisi retorica
La poesia è un sonetto formato da due quartine e due terzine in endecasillabi. Lo schema delle rime è ABAB ABAB CDE CDE.
Il lessico è piano e di tono medio, non ci sono termini illustri o arcaici né dialettali.
Le principali figure retoriche presenti sono:
Metonimia al v. 5 (“sguardo azzurrino” per occhi azzurri: l’astratto per il concreto)
Antitesi al v. 6 (“sorriso in miseria” e “dolce e astuto”)
Anastrofe ai vv. 7, 10 e 11
Enjambement al v. 9-10
Allitterazione al v. 12 (in N e Z)

Commento
In questa lirica Saba tratteggia la figura del padre, che abbandonò la madre del poeta quand’ella era incinta di Umberto. Il bambino venne allevato dalla madre e da una balia e incontrò il genitore solo in età adulta.
Dal ricordo emerge immediatamente, alla prima riga, l’astio e il rancore con cui la madre ricordava l’uomo, definito “l’assassino” perché aveva ucciso le sue speranze di formare una famiglia e di vivere una vita serena. Dalla bocca della donna non esce una sola parola positiva, ma solo rancore e giudizi negativi ("Non somigliare - ammoniva - a tuo padre"), ma, quando Saba, ormai cresciuto, incontra l’uomo, scopre che l’immagine passatagli dalla madre non corrisponde alla realtà.
Il genitore non è un essere crudele e meschino, ma semplicemente un bambino, che prende tutto con leggerezza, sorride in modo furbo di fronte alle avversità, sicuro di cavarsela comunque, è allegro e superficiale, ama le cose belle (comprese le donne e le conquiste).
Il ritratto che il poeta fa del padre è insieme bonario e compassionevole e dipinge un uomo che non si comporta in modo poco responsabile per disonestà, ma per semplice incapacità di prendersi delle responsabilità. Nelle parole di Umberto si intravvede quasi una rassegnata giustificazione del comportamento paterno e, insieme, una riflessione sulla enorme differenza di carattere tra i due genitori (Egli era gaio e leggero; mia madre / tutti sentiva della vita i pesi). La donna, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto trattenere l’uomo presso di sé e legarlo alle proprie responsabilità di padre, come chiarisce brillantemente la similitudine del v. 11 (Di mano ei gli sfuggì come un pallone”): il padre scappa, sottraendosi alla presa della moglie, come un palloncino che sfugge dalle dita di un bimbo e si alza in cielo. Questo paragone lascia intravvedere anche il perdono di Umberto verso il genitore che non è responsabile del suo allontanamento, come non lo è il palloncino che vola in cielo, obbedendo semplicemente alla sua naturale leggerezza.
I due, sembra concludere Saba, erano troppo diversi, avevano concezioni della vita antitetiche e non avrebbero mai potuto andare d’accordo, al punto da sembrare due razze in perenne disaccordo (“eran due razze in antica tenzone“).
Nonostante questa lotta fra i due genitori Saba concede però al padre, mai visto prima, di avergli lasciato, a suo modo, un dono, cioè gli occhi chiari che egli considera la sua unica attrattiva (“il dono ch'io ho da lui l'ho avuto”).
La poesia ha un tono sereno e pacifico, il poeta non rimprovera nulla al genitore latitante e non gli attribuisce tutte le colpe come invece fa la madre abbandonata. Probabilmente, avendo Umberto raggiunto l’età adulta e, insieme ad essa, una relativa tranquillità e capacità di giudizio, affronta l’incontro con il padre in modo “filosofico”, distaccato, pacificato con il ricordo passatogli dalla madre.
Il giudizio di Saba può perfettamente adattarsi a tante situazioni, oggi sempre più ricorrenti, di separazione, in cui uno dei due genitori abbandona l’altro magari per una compagna più giovane e o perché “stanco” dei propri doveri di coniuge. La tranquillità con cui il poeta riconosce che il genitore non è perfetto è difficile da condividere se si pensa all’infanzia che egli dovette vivere senza una figura paterna, ma ha l’indubbio vantaggio di essere un giudizio maturo, disincantato, che solo un uomo può dare quando scopre che il genitore non è il supereroe della sua infanzia ma un essere umano con debolezze, pregi e difetti.
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