Il poeta, che per gran parte della vita abitò e lavorò a Trieste, attraversa la città e s'inerpica su una strada in salita fin dove finiscono sia la strada sia le case. Solo, si siede su un muretto e dall'alto contempla tutta la città, dalle colline dei quartieri di periferia giù fino alla spiaggia e al mare: gli pare di riconoscere e riscoprire ogni strada, ogni chiesa. E' come se volesse farsi una mappa mentale di Trieste, volare sopra di essa con la fantasia e abbracciarla con lo sguardo.
Dall'alto la città gli appare brulicante di vita, costretta com'è fra la costa e le alture. Quella vista intenerisce il poeta, che sente di amare Trieste: trova che sia bella ma anche spigolosa, come un ragazzo ancora imberbe e un po' goffo, che è seducente ma non sa di esserlo. Qui il poeta si sente a casa, accolto in uno spazio periferico e nascosto, ma fatto apposta per la sua natura solitaria e tormentata e per la sua abitudine a perdersi nel labirinto dei pensieri e delle emozioni.

Triste, come tutte le città portuali, vive di una mescolanza di culture; inoltre, quando Saba scrisse questi versi, essa era ancora parte dell'Impero austro-ungarico, a sua volta un coacervo di etnie e lingue. Fra cospicue minoranze tedesche, slovene ed ebraiche vi era una maggioranza di lingua e cultura italiane; eppure, per la sua posizione e la sua storia, Trieste non era mai stata un centro del potere né della cultura italiani, come d'altronde era sempre rimasta ai margini dell'Impero austro-ungarico di cui pur faceva parte.
Saba si spinge ai margini di una città marginale, per cercare la solitudine: anche se il poeta sente sua la città e prova per essa un amore tormentato e geloso, non riesce infatti a immergersi fino in fondo nella corrente della vita urbana; preferisce ammirare da solo e da lontano le case e le strade. Saba si accontenta di sentirsi vicino alla città e alla sua gente guardandole dalla distanza, ma non riesce a vincere un senso d'isolamento.
Il poeta, del resto, era figlio di madre ebrea e di padre cattolico, era stato allevato da una nutrice slovena e aveva sposato una triestina di origine tedesca. La mescolanza di culture tipica di Trieste si riproduceva nel suo sangue e nella sua vita; gli ebrei europei, poi, erano abituati a sentirsi sempre tollerati, ma mai integrati. Quest'identità multipla e altre vicende personali fecero di Saba un uomo tormentato: egli sentiva l'origine della sua inquietudine nell'aria tormentosa di Trieste. Proprio perché irrequieta e indefinita, come lui, la città sembra capire il suo dolore, sembra capace di offrire a quel suo cittadino spaesato un cantuccio riparato in cui meditare, sottrarsi alla storia, lenire le sofferenze.
La lirica, secondo un tratto tipico della poesia di Saba, è caratterizzata da un andamento prosastico: la sintassi è piana e lineare e il lessico tende a essere colloquiale, con frequenti diminutivi e ripetizioni. A elevare il tono intervengono però alcuni termini di uso poetico, inversioni del normale ordine delle parole e iperbati, soprattutto nella seconda strofa, dove è descritta l'essenza di Trieste.

Trieste è paragonata a un ragazzaccio un po' goffo e incapace di mostrare la propria dolcezza e a un amore reso scontroso dalla gelosia. Con queste due semplici immagini il poeta esprime il legame profondo e istintivo che lo lega alla sua città natale.

Hai bisogno di aiuto in Umberto Saba?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email