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Ugo Foscolo

Nasce da madre greca nel 1778 a Zacinto. Nel 1784 si trasferisce con i genitori a Spalato nel 1788 muore il padre che lascia la famiglia in difficoltà che si risolvono parzialmente nel 1792 col trasferimento a Venezia, sua seconda patria. Qui da prove della sua personalità, abbandona gli studi, si dedica alla lettura dei classici, entra nel raffinato salotto di Isabella Albrizzi con cui ha un relazione amorosa. Con il trattato di Campoformio del 1797, con cui Napoleone cede Venzia all'Austria, Foscolo subisce un grande trauma che verrà esplicitato in parte nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis e che rimarrà alla base dei suoi componimenti futuri nei riguardi del regime napoleonico col quale consente ma nello stesso tempo polemizza. Nel 1797 abbandona quindi Venezia e si trasferisce a Milano dove incontra Parini e Monti: nel 1798 passa a Bologna dove comincia la stesura dell'Ortis interrotta dal suo arruolamento come volontario nella Guardia Nazionale con cui combatte gli Austraci in Emilia e a Genova. L'allontanamento da Venezia è vissuto e elaborato letterariamente come un secondo esilio: nel primo, da Zacinto, dominano le componenti personali e culturali; nel secondo, da Venezia, domina la componente politica, il tradimento delle speranze che Napoleone aveva generato in lui. Nel 1801 torna a Milano e vi trascorre 3 intensissimi anni nei quali instaura un'agitata relazione amorosa con Antonietta Arese (per cui compone l'ode All'amica risanata), lavora all'Ortis, scrive molti sonetti e traduce Lucrezio e Omero. La sua naturale inquietudine e la necessità economica lo spingono ad andare in Francia come capo aggiunto di un'armata Napoleonica: anche in questi anni non smette di dedicarsi agli studi e agli amori. Torna a Milano e vi rimane sino al 1812: in questo periodo, di particolare operosità letteraria, compone il carme (poesia, profezia, anche se poi definito da Foscolo stesso come epistola in versi, in quanto usa l'endecasillabo sciolto, avendo così andamento discorsivo; potrebbe essere anche poemetto filosofico dato l'impianto argomentativo ma non lo è per la mancata evoluzione narrativa) "Dei sepolcri" (pubblicato a Brescia nel 1807) e gli viene assegnata la cattedra di letteratura a Pavia, soppressa poco dopo. Compone una tragedia, l'Aiace, dove emergono allusioni antinapoleoniche e anifrancesi che deteriorano il suo già teso rapporto con i letterati. Stanco si trasferisce nel 1812 a Firenze dove vive un anno di distaccata serenità, alla ricerca di una poesia che celebri un mondo di pura bellezza, di mitica lontananza, depurato da ogni urgenza di vita: nascono le Grazie. Dopo la sconfitta francese a Lipsia nel 1813 Foscolo torna a Milano e, dopo la riconquista Austriaca di Milano nel 1814, si propone di preparare per loro un periodico, immaginando di poter contare su un'ampia libertà d'azione: quando questa gli viene negata si trasferisce in Svizzera (gesto di patriottismo per i contemporanei) e, a causa delle persecuzioni poliziesche austriache, si trasferisce a Londra: qui è dapprima accolto nei circoli culturali ma in seguito cade in mano ai debitori a causa di spese enormi. Per ovviare a ciò lavora in continuazione scrivendo articoli e saggi per i giornali inglesi nei quali si manifesta il suo isolamento polemico e il suo rifiuto della produzione italiana contemporanea. Dopo questo declino, testimoniato anche dai numerosi esuli italiani residenti a Londra come Berchet e Confalonieri, muore nel 1827 di idropisia a Londra e le sue spoglie, dopo l'unità d'Italia, vengono trasferite nel tempio di Santa Croce, celebrato nel suo carme. Riassumendo si può dire che Foscolo si forma in un clima culturale tardo settecentesco, accogliendo i principi del meccanicismo e materialismo illuministi, ma sperimentando in prima persona quel difficile trapasso storico e culturale che dalla rivoluzione francese porta al cesarismo Napoleonico, superando gli idoli rousseauiani (stato di natura, patto sociale), rivalutando così le istanze sentimentali che prendono il via dal constatato fallimento della ragione.
Le ultime lettere di Jacopo Ortis:
L'opera è pubblicata nel 1799 in una prima edizione, poi nel 1802 e in seguito nel 1816/17. Essa è strutturata come una raccolta delle lettere che il protagonista ha inviato all'amico Lorenzo Alderani, il quale ha il compito di raccoglierle in una struttura organica e di narrare anche ciò che Jacopo non può: il suo suicidio (anch'egli come Jacopo può essere considerato una maschera del Foscolo, quella oggettiva, disincantata, che guarda con una distanza la vicenda della vita, che troverà poi trasposizione letteraria in Didimo Chierico). Jacopo è un giovane patriota che è costretto ad abbandonare Venezia dopo il trattato di Campoformio nel 1797. Egli si cerca di consolarsi con la lettura di Plutarco: conosce il Signor T e si innamora di una delle sue due figlie, Teresa la quale è però promessa sposa di Odoardo, uomo mediocre che ella non ama ma che deve sposare per interesse del padre. Teresa si confida con Jacopo e gli dimostra di non essere insensibile alla sua passione, arrivando a dargli un bacio. Jacopo passa però dalla gioia alla disperazione per la consapevolezza che Teresa non potrà mai essere sua e capisce che la sua presenza è più turbamento che consolazione. Decide quindi di partire, erra per varie città tra cui Milano dove incontra il vecchio Parini, alternando nelle lettere dell'amico slanci patriottici a cupe frustrazioni. Nel giorno in cui apprende che Teresa si è sposata si suicida. Foscolo si ispira a modelli stranieri: primo tra tutti I dolori del giovane Werther di Goethe ma anche Le confessioni di Rousseau. Da Goethe prende in particolare la struttura dell'intreccio, la forma epistolare a una sola voce e altri elementi come la natura che è specchio delle emozioni del protagonista e si distanzia invece per la consistente presenza del tema politico. Ortis, così come Werther, incarna il modello umano di un uomo appassionato, volto a scrutare il proprio animo, caratterizzato da tensioni ideali, acuta sensibilità, in conflitto con una società mediocre (rappresentata da Odardo, uomo privo di passioni), destinato all'infelicità: egli sintetizza mediante un composto di agonismo, idealismo e intimismo le principali istanze del pre romanticismo e del romanticismo europeo. La vicenda, pur indubbiamente ispirata ad altri autori, è anche materia autenticamente foscoliana che si lega alla sensibilità e all'esperienza amorosa e umana del poeta e alla realtà politica contemporanea che egli aveva personalmente sofferto. Jacopo si ispira oltre al Werther a una persona reale (uno studente padovano suicida) ma in quanto patriota esule da Venezia ricorda l'autore. Foscolo, oltre ad avere sperimentato molte emozioni di Jacopo, aveva mediato il suicidio come soluzione delle sue inquietudini. Nonostante numerose contiguità tra gli aspetti della sensibilità, della personalità e della vicenda di Ortis e quelli di Foscolo, l'opera non è l'autobiografia di Foscolo ma meglio un esempio di contaminazione di vita e letteratura, che rappresenta fra l'altro una novità rispetto alla letteratura precedente. Jacopo è una maschera che va conosciuta e giudicata nella sua autonomia di personaggio letterario. I due temi che scandiscono l'opera sono amore e politica: l'amore assoluto, ideale che egli sente come unica possibile consolazione del vivere (e delle delusioni politiche) ma impossibile perchè si scontra con le convenzioni sociali e paradossalmente con la rettitudine dei due protagonisti (Teresa non vuole andare contro la volontà paterna e Jacopo non vuole un amore frutto di compromessi). Le aspirazioni ideali di Jacopo sono vagamente definite ma sono tutte indirizzate a tracciare una vita sociale e politica ideale che si scontra con la realtà, ben diversa: l'opera si apre infatti con la denuncia del tradimento di Napoleone che per interesse ha venduto Venezia, mettendone in luce sacrificio, vergogna, dolore e tradimento. C'è però un altro livello di maggiore spessore che inserisce la vicenda in una riflessione generale sulla vita associata, sulla politica e sulla natura umana: per Jacopo l'intera storia è regolata da un meccanismo di sopraffazione violenta dell'uomo sull'uomo (da Hobbs); Ortis rileva nelle vicende storiche la costante della violenza tra individuo e società e tra nazioni: non c'è alternativa nella storia tra il fare o il subire il torto. Dichiara così la sua sfiducia nei confronti della concezione illuminista della storia come luogo di realizzazione della Ragione e come fonte di progresso umano. I due temi sono scarsamente integrati nel romanzo: questo è dovuto anche dal fatto che la componente politica viene inserita solo nella seconda versione, affiancandosi alla tematica amorosa inizialmente privilegiata. Ha importanza anche il tema della natura che, come nel Werther, è elemento che interagisce con la vicenda psicologica e morale di Jacopo: la natura non è mai fondale neutro, ma si carica delle emozioni del protagonista, assolvendo funzioni simboliche in affinità o in contrasto con la sua condizione. Essa è anche oggetto di riflessioni filosofiche che mostrano l'adesione di Foscolo alle dottrine estreme del materialismo illuministico settecentesco: la natura è un perenne ciclo di produzione e distruzione di organismi che non obbedisce a una logica superiore; l'uomo è destinato all'annientamento totale. Il suicidio è stato considerato per molto tempo segno di un'eroica protesta; accanto a questa motivazione compaiono accenti di profonda depressione, di constatazione di impotenza che trovano una giustificazione teorica se si constata che la violenza è norma regolatrice della storia (tema della rassegnazione). Il suicidio si inserisce comunque in una visione laica, materialistica. Il linguaggio e lo stile dell'Ortis sono importante elemento di novità nella prosa letteraria italiana: alla ricerca dell'equilibrio e dell'armonia del classicismo si sostituiscono la ricerca dell'intensità emotiva, della forza espressiva che non disdegna l'enfasi; i contrasti tematici creano contrasti stilistici: sono alternate prose enfatiche e concitate a descrizioni quasi arcadiche. E' intanto presente una serie di spunti che sarebbero poi stati ripresi nella produzione posteriore: il fascino della sera, la vocazione di morte che rendono l'Ortis una sorta di magma nel quale in forma più o meno compiuta c'è quasi tutto il Foscolo posteriore. Quello che manca all'opera è il necessario distacco per realizzare una vera oggettivazione dell'urgenza biografica: se Goethe dimostra un lucido e oggettivo distacco, descrivendo lo Sturm und Drag dal di fuori dopo averlo vissuto, nell'Ortis Foscolo è ancora contemporaneo di se stesso.
Odi e sonetti: nelle due odi e nei dodici sonetti pubblicati nel 1803 con "le Poesie", si notano elementi di distacco dall'autobiografismo dell'Ortis. All'amica risanata è considerata la più notevole delle due odi in quanto uno dei testi più rappresentativi del neoclassicismo romantico italiano. Qui ogni dato della realtà e dell'esperienza biografica è sublimato e trasferito in un mondo mitologico, dove assume valenze di perenne validità: la poesia diventa, anticipando ciò che sarà nei Sepolcri, l'unica attività che può trasformare in perenne ciò che è caduco. L'angoscia della morte appare in questo testo ma è sublimata dal poeta e quasi vanificata grazie a questa fiducia nel potere della poesia. Degli stessi anni sono i 12 sonetti, tra cui Alla Sera, In mote del fratello Giovanni e A Zacinto. Nei primi due la poetica neoclassica, la nostalgica celebrazione del mondo antico mancano del tutto, ed è la materia autobiografica dell'Ortis a dominare. La materia romantica è però filtrata attraverso una sapiente ed equilibrata varietà di mezzi espressivi: la stessa scelta del sonetto evidenzia una volontà di dominare la propria materia e di inserirsi nella continuità della tradizione. Nel sonetto A Zacinto la dolente materia romantica e autobiografica si associa con il vagheggiamento di una mitica classicità (che a differenza di Keats è esperienza biografica) tramite Zacinto: la contiguità con essa favorisce il parallelo con Ulisse dal quale Foscolo differisce per l'esito fallimentare del suo esilio. In questi versi il pathos per l'infelicità personale si innalza a pathos per la condizione dell'uomo moderno. Foscolo evoca anche il parallelo con Omero che, come lui, ebbe un illacrimata sepoltura ma che soprattutto condivide la funzione eternatrice dell'inclito verso.
I Sepolcri: durante la fase ascensionale del regime napoleonico (1803-07) vi è una progressiva emarginazione degli oppositori che spinge Foscolo a sostituire alla protesta tragica dell'Ortis una nuova concezione del ruolo di intellettuale e del poeta. Egli attribuisce alla nuova concezione del poeta, forse in attesa di poter riconquistare spazio per l'azione concreta nella storia, il compito di agire all'interno delle coscienze attraverso un potenziamento spirituale. L'esperienza della separatezza, vissuta come emarginazione sociale, è ora rivalutata come eccezionalità propria del ruolo socio-culturale del poeta il quale acquisisce la coscienza di rappresentare valori universali. All'origine dei Sepolcri, oltre a questa nuova poetica, c'è un insieme di fatti attuali e influssi culturali/letterari, tra cui l'editto napoleonico di Saint-Cloud (1804) col quale, per esigenze igieniche e di egualitarismo giacobino, veniva disposto che le tombe fossero collocate fuori dalle città e avessero lapidi uguali, che è da considerare non più che un pretesto; la produzione sepolcrale (Young, Gray) da cui il Fosoclo ricava suggestioni di toni, di colore; la genesi dei Sepolcri deve molto al dibattito sulla morte e sulla tomba che aveva ripreso vigore con le trasformazioni sociali del settecento: la borghesia, sempre più indifferente ai problemi trascendenti, aveva razionalizzato l'idea della morte riconducendola a un evento naturale, meccanicistico privo di connotazione religiosa, in modo da poter operare attivamente sul mondano; era però una concezione non definitiva sia perchè non risolveva l'angoscia naturale della morte sia perchè cambiarono le tendenze politiche che riportarono anche a un revival religioso. Anche se dapprima la posizione di Foscolo era a favore dell'editto, essa muta e si adegua alle idee borghesi; egli fornisce una risposta laica, meccanicistica dove però il pessimismo della ragione è superato dall'attività e dalle qualità dell'uomo. E' una sopravvivenza, una vittoria sulla precarietà umana non facile e elargita a tutti (come nella concezione religiosa) ma da conquistare faticosamente: l'ottimismo della volontà vince il pessimismo della ragione comportando però una visione elitaria. In questa prospettiva il sepolcro acquista una sua funzione e utilità sociale: è la materiale testimonianza di una continuità tra passato e presente, tra morti e vivi, non solo nella dimensione affettivo-familiare ma anche e soprattutto in quella civile e nazionale. Foscolo da quindi una risposta laica al problema della sopravvivenza, considerandola direttamente proporzionale ai meriti, al tipo di vita: assume una funzione civile con riferimenti risorgimentali. Nonostante la celebrazione dell'impegno umano ci sono zone dove l'angoscia, il senso di impotenza e di sfiducia non sono placati: ciò che è affermato sul piano razionale, anche tramite la concezione materialistica, non è assimilato su quello emotivo. Questa ambivalenza è però risolta nello snodo del carme che comporta un rassicurante recupero di valori e ideali della classicità: la poesia eternatrice. Il poeta che ha prima cantato la vittoria sulla morte ottenuta con l'impegno nella vita e l'eredità d'affetti che ne deriva, ha celebrato le tombe come strumento di continuità, sa però che, se la morte è sconfitta dalla tomba, la tomba è sconfitta dal tempo. L'unico risarcimento è dato dalla poesia che rende eterna la memoria dei forti: Foscolo, attingendo alla classicità mitica, trova in Omero l'incarnazione di questa funzione eternatrice, proclamando che essa era anche sua. Vi sono altre interpretazioni dei Sepolcri come quella di Amoretti che, tramite la psicoanalisi e puntando sulla sindrome edipica, interpreta il carme non come una celebrazione e messaggio di impegno ma come una sorta di regressione, come fuga dalla vita e ritorno alla madre, corrispondenza magica e mistica che nasce col mondo sepolcrale e che, sublimata, reintegra la primitiva unione simbiotica del figlio con la madre.
Il testo è formato da 295 endecasillabi, composti in pochi mesi del 1806. E' indirizzato all'amico Ippolito Pindemonte che aveva iniziato anch'egli un'opera sull'argomento. Il fatto che questo poema nasca come risposta a un fatto contemporaneo ne giustifica la struttura argomentativa. Il Testo è suddivisibile in 4 blocchi, ognuno dei quali sviluppa argomentazioni specifiche.
1) 1-50: i riti funebri i l'affetto dei viventi non modificano la condizione negativa del edfunto: resta per il defunto un destino di oblio e di annullamento dovuto al tempo che non può essere modificato dall'esistenza del sepolcro. Perchè l'uomo, prima che lo faccia il tempo, dovrebbe privarsi del sepolcro e della speranza di vincere queste inesorabili leggi? Questa illusione è mantenuta in vita, seppur la ragione svela all'uomo l'illusorietà di questo "culto", dal sepolcro stesso che perpetua gli ideali di patria, amore su cui si fonda la società stessa. Se si nega ogni valore al sepolcro si nega ogni significato alla vita stessa. E' per mezzo delle tombe che si perpetua il ricordo e si realizza una continuità di affetti, un dialogo tra vivi e morti. All'annientamento fisico si contrappone l'intensità del ricordo dei vivi, che assicura al defunto una sorta di immortalità, un superamento dei limiti della condizione umana: il sepolcro è un ponte, che prolunga la vita dei defunti. Questa possibilità ("Sol chi non lascia") è limitata a chi ha avuto un'intesa vita affettiva, dando e lasciando affetti: è il primo accenno a una concezione elitaria del vivere.
2) 51-150: Tuttavia una legge intende sottoporre i sepolcri a norme assurde. Così le ossa del Parini sono andate disperse e Milano, dominata ormai da interessi mondani, non ha sentito il dovere di dedicare né una pietra né una parola a egli. Passando dal presente al passato il poeta sottolinea la funzione storica e sociale che le tombe hanno svolto attraverso i secoli: sia una funzione privata e familiare che civile (testimonianza ai fasti). Passa in rassegna la varietà di manifestazioni rituali che il culto dei morti ha avuto nel mondo medievale, contrapponendolo a quello classico e inglese contemporaneo che diventa simbolo della società inglese contrapposta alla volgarità del regno italico. Propone qui una religione laica che garantisce il rispetto dei valori tradizionali: essa amalgama la collettività e vi è un nesso diretto tra civiltà e culto dei morti.
3) 151-212: Viene sottolineata la funzione civile della tomba e dichiarata la differenza tra tombe di grandi uomini, testimonianza ai fasti di una nazione, incitamento ad opere morali, luoghi deputati alla celebrazione del passato da cui trarre stimoli per il presente, e le altre. Sono queste le funzioni che devono avere ora le tombe di Santa Croce a Firenze o che nell'antichità ebbero le tombe degli eroi di Maratona per i Greci. Sorge la consapevolezza che dalla decadenza precedentemente descritta ci si può risollevare solo tramite gli auspici del passato: dal particolare dell'esaltazione delle glorie italiane e dello spirito dei sepolcri di S. Croce Foscolo passa all'universalizzazione dei grandi sentimenti umani, sempre vivi ovunque una pietra o il ricordo dei poeti li evochino.
4) 212-295: La memoria delle vicende degli uomini pervade i luoghi che ne sono stati teatro, diventa tradizione come per la vicenda di Aiace (che, fatto storico nel suo tempo, supera il limite storico per diventare mito, da contingente a universale; la poesia ha qui funzione di ricompensa per il bene). La poesia vince l'azione distruttrice del tempo, trionfa sul silenzio dei secoli: a questa funzione celebrativa ed eternizzatrice il Foscolo si sente chiamato. Essa è vista in prospettiva assiologica: è vista sotto una prospettiva data da una verità unica e dovuta. perennemente. In questo blocco, dove viene esplicitata la personalità di Foscolo, si spiega una concatenazione di trionfi: la morte vince sull'uomo, la tomba sulla morte, il tempo sulla tomba e la poesia sul tempo. Esemplificazione del ruolo della poesia è l'opera di Omero, in virtù della quale la vittoria greca, il dolore degli sconfitti, l'eroismo sfortunato di Ettore saranno ricordati. Ancora una volta è il mondo classico a fornire figure esemplari che proietta sulla figura di Omero una prospettiva autobiografica: il ruolo di Omero è quello che assume il Foscolo. La poesia assume anche una funzione consolatrice.
Per quanto riguarda gli aspetti metrico stilistici bisogna ricordare:
1) L'uso dell'endecasillabo sciolto che ha per sua natura una notevole mobilità.
2) Il ricorso all'enjambement che permette di realizzare le più varie unità metrico-logiche allungando o accorciando l'endecasillabo e mettendo in particolare evidenza le parole che il poeta vuole privilegiare.
3) L'inversione che viola l'ordine logico in modo da ottenere massima espressività.
Per quanto riguarda il lessico si può dire che esso è attinto dalla tradizione letteraria mediante il quale gli echi alla tradizione classica e italiana sono costanti; è ricco di artifici retorici, sempre alto. A volte però dimentica queste modalità classiche a favore di una ricerca di effetti romantici, caratterizzati da un gusto per le tinte forti e orrorifiche (descrizione tomba Parini, "u" fonosimbolica).
Il rapporto con la classicità si risolve:
1) Sia sul piano formale-stilistico: lo stile alto fondato su modelli espressivi classici e il gusto di trascrivere la quotidianità in termini mitologici.
2) Sia sul piano ideologico: egli ricava dalla classicità una lezione etica, trova in essa l'esemplificazione di quella pienezza e integrità del vivere non più possibili nel mondo contemporaneo. La classicità è sempre vista come antagonista al mondo contemporaneo e se nelle Grazie può essere decadentismo (che si risolve nel culto della Bellezza) nei Sepolcri essa è ancora età esemplare da cui ricavare una lezione eroica. Già l'epigrafe sottolinea la presenza nel mondo classico di quella pietas per i defunti che l'editto di Saint-Cloud offende. E' nel mondo classico che si attua la corrispondenza di amorosi sensi. Soprattutto è attinta dal mondo classico la figura del poeta per antonomasia, Omero, con il quale Foscolo stabilisce un rapporto di identità / emulazione. Foscolo ha quindi un rapporto di compenetrazione, di identificazione biografica con la classicità, non solo di referente. Sta proprio nella compenetrazione di autobiografia e classicismo la novità che distingue Foscolo dagli altri.
Le capacità critiche, maturate poi nell'ultimo periodo della sua vita, si rivedono anche nei Sepolcri nei quali definisce:
1) Parini, giudicato per le sue opere di satira sociale e non tanto di lirica non ha più, come nell'Ortis, forzature ideologiche.
2) La divina commedia: nella quale vede una concezione della poesia come attività che affonda le sue radici negli affetti del poeta, nell'esperienza biografica, nella dinamica psicologica.
3) Petrarca: caratterizzato poco incisivamente, rende la specificità della sua poesia rispetto alla lirica d'amore classica con l'immagine del velo.
4) Alfieri: la cui collocazione precede l'ipotesi di svolta storica, di risorgimento italiano e dalla enunciazione che in tal caso è dalle memorie del passato che bisogna trarre auspici. L'Alfieri è inserito poiché egli ha già trattato in vita questo colloquio con le tombe dei grandi e perchè ora la sua tomba si aggiunge a quella degli altri grandi.
5) Omero: oltre all'identificazione già citata, è celebrato per il suo valore umano e per il suo valore sfortunato che si identifica con Ettore.
Didimo Chierico: un'evasione dalla storia, sulla quale il Foscolo continua comunque a meditare e della quale si avverte la presenza, e una presa di consapevolezza del fatto che la totalità esistenziale non può compiersi nella sfera politica ma va ricercata in ambito individuale, in una dedizione alla poesia, si ritrova nella Notizia intorno a Didimo Chierico (1813). Questo personaggio è pagano e letterario (Didimo) ma anche cristiano e prete (Chierico) e con esso Foscolo si dà dopo Ortis un'altra maschera di sé. L'esperienza del mondo, la vicenda storica, non è ignorata e cancellata ma distanziata: Ortis gemeva di fronte alla realtà storica, Didimo sente queste passioni ma le tiene confinate, le ignora. Questo contemporaneo essere dentro e fuori dal mondo è diverso dalla semplice evasione, e da qui bisogna partire per considerare le Grazie.
Le Grazie: Le Grazie sono un poemetto a cui Foscolo si dedicò tra il 1812-13 che rielaborò a più riprese ma lasciò incompiuto: esso è, per natura e dimensione, la massima opera del Foscolo neoclassico. L'opera nasce da un preciso intento didascalico (rievocare l'arte lirica ai suoi principi) che però deve esplicitarsi sotto forma lirica al fine di sollecitare il lettore sul piano sentimentale. Le Grazie rappresentano la ricerca di un rifugio dalla mediocrità o dalla conflittualità del vivere in un raffinato universo di pura bellezza e di armonica completezza. Nell'opera c'è una grande componente consolatoria: la classicità del mito e la bellezza femminile sono il ristoro e la consolazione. Anche qui la presenza del mito non esclude la presenza dell'esperienza storica, di un riemergere di passioni (es: soldati in campagna russa napoleonica). Da una parte questa poesia è caratterizzata da tratti musicali e tratti coloristici del linguaggio ma dall'altra lo è per i suoi elementi raggelati e manieristici, la cui bellezza sembra provenire da un mondo tramontato per sempre. Doveva essere un inno unico alle grazie ma, rivisitato, è costituito da tre inni:
1) a Venere: rappresenta la nascita della bellezza, tramite l'emergere da Zacinto, che libera l'uomo da una condizione di brutalità.
2) a Vesta: rappresenta l'eredità italica del culto del bello: è un riconoscimento all'importanza dei valori dell'etica civile.
3) a Pallade: rappresenta la crisi di questi valori: la bellezza, il culto delle grazie (orale), tanto da far fuggire le grazie dal mondo e farle rifugiare ad Atlantide; Pallade tesse, grazie a molte divinità, un velo (simbolicamente i valori delle grazie stesse) che proteggerà le Grazie perseguitate da Amore.

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